mercoledì 10 dicembre 2014

Un'alternativa all'eutanasia

Dicono sia la dolce morte.
Dicono che sia la pozione magica che riesce a mettere fine alle sofferenze.
Dicono sia un diritto.
Dicono sia una liberazione.
Dicono sia l'affermazione della propria dignità.
Dicono sia la libertà.

Per me possono chiamarla morte-bon bon; morte zuccherellata, la morte chupa chups o il massimo: morte nutella, ma per me qualsiasi sia l' epiteto che le venga affiancato è solo ed eternamente morte. La fine della vita, la fine della presenza materiale del tuo corpo, il tuo scomparire per sempre. Qualsiasi forma tu abbia, colore, sapore ed odore, la morte ti cancella. 

Quello che invece la morte non può cancellare è la dignità. Perchè si è uomini fino alla fine, la dignità non ce la leva un sondino ficcato in gola, un respiratore e cinquantamila tubi ed aghi attaccati al braccio, perchè un uomo è uomo, è libero, è dignitoso anche quando è schiavo del suo stesso corpo. Perchè un uomo può essere libero anche quando ha le catene, anche quando combatte tra la vita e la morte, anche quando tutto sembra nero, l'uomo è la luce di quell'abisso scuro.

Si urla al diritto sull'eutanasia, video commoventi in rete, che hanno come testimonial personalità che hanno un forte impatto sociale e sull'immaginario collettivo ( anche se la Bonino e Veronesi io li avrei censurati dai video propaganda pro eutanasia, se non altro per il rispetto delle poche cellule cerebrali che si contendono il primato dell'unico neurone nel loro cervello!)

Le persone, i cittadini sono stanchi di correre dietro i propri malati, e non per chissà quale pietismo con cui viene mascherata l'esasperazione, ma perchè per seguire mio padre malato io devo prendermi permessi dal lavoro, e quando questi permessi finiscono devo subire mobbing, perchè c'è quella più bella e più giovane e con più tempo libero al cui confronto non posso reggere.

Sono stanca perchè non posso comprare qualcosa per me, perchè non posso farmi il viaggetto le cui foto devo postare su facebook per il gusto dei 500 like dei miei "amici"; perchè la mia vita non è figa...sai, poverina, c'ha il padre malato....

Perchè sono stanca di sentire medici ed infermieri che mi ricordano continuamente con la durezza di un riccio nel culo che la morte è alle porte...perchè tutto intorno mi ricorda che la vita sarebbe più bella e leggera se avessi tutto, se avessi più soldi, più tempo, più spazio ma soprattutto se avessi l'illusione che la morte non esiste o meglio che se sono io a deciderla è meno dolorosa.
No...la morte fa schifo.
Sempre.
La morte fa schifo con o senza sofferenze...la morte è dolorosa...la morte di un caro poi, non ne parliamo.

Io non voglio una pozione magica che mi permetta di interrompere la vita...io voglio che la mia malattia non pesi sui miei familiari, voglio più permessi dal lavoro, la garanzia che il tempo speso per accudirmi con dignità e amorevolmente non costi loro la perdita del lavoro; voglio essere accompagnata alla morte sostenuta e fiduciosa che la mia malattia non sia un peso per chi mi ama, che la società, gli infermieri, medici e luminari della scienza mi considerino una donna e non un vegetale anche se o quando non potrò più parlare o muovermi . Io voglio che mio marito ed i miei figli e nipoti possano dire di me di una donna che con gli artigli si è aggrappata alla vita anche quando questa vita non aveva più nulla da offrirmi perché la malattia, la sofferenza, la paralisi, i balbettii che un tempo erano voce e l'aspetto repellente anche a me stessa non saranno mai in grado di togliermi la dignità ... Morirò dignitosamente se avrò accanto chi mi ama, se ho uno stato che tutela il lavoro di chi mi accudisce , se mi seguiranno medici che mi considereranno un essere umano e non un caso.non voglio una pozione magica, voglio più umanità e la morte non è umana. Perche' la morte e' una cosa disumana per tutti, con o senza sofferenze...



E la più grande morte è l'illusione della propria onnipotenza...è lì che un respiratore automatico, un ago in un braccio, un tubo in una gola e il buio dei propri occhi sono solo piccoli sassolini di fronte alla sconfitta dell'uomo che decide di togliersi la vita...ed al macigno con cui precipiterà nell'abisso del nulla...

per sempre. 

Ci vuole coraggio...sì, molto coraggio, a vivere, non a morire.

Questo è il mio testamento biologico.Starò proprio a vedere chi tutelerà il lavoro dei miei figli o chi offrirà loro tempo quando tutto ciò accadrà, e se lo farà con la stessa forza con cui oggi grida all'eutanasia in nome dell'amore...perchè l'amore non è sottrazione, ma moltiplicazione...e non bisogna essere Veronesi per affermarlo o Einstein...l'amore è una buona alternativa all'eutanasia, ma costa molto di più.

martedì 4 novembre 2014

Il belpaese delle oche ed il brutto anatroccolo.

Una trasmissione televisiva manda in onda il processo di spennamento a cui sono sottoposte le oche affinchè le loro piume diventino caldi piumini invernali.. ed è scandalo! Animalisti, vegani, vegetariani, uomini e donne, il popolo del web si ribella alle atroci sofferenze di questi animali destinati al massacro. 

Però...c'è un però...il però che viene appiccicato all'essere umano ...sì, quell'animale che cammina su due zampe, capace di parlare, pensare, ridere, scherzare ed anche soffrire...ma davanti al dolore umano, vegani, animalisti, vegetariani, uomini e donne, il popolo del web sono disposti a chiudere un occhio, talvolta tutti e due,meglio se non sono i propri...

L'ennesima riprova che siamo nel paese delle oche...il paese in cui il brutto anatroccolo è l'essere umano, il paese delle oche in cui un ragazzo può essere massacrato di botte, spennato di ogni dignità ed i colpevoli rimanere impuniti. Il paese delle oche in cui le dimissioni di un'infermiera che al pronto soccorso osa proporre una riflessione sulla vita dell'essere umano viene spennato con la stessa leggerezza di una piuma d'oca...anzi de-pennato completamente! Il paese in cui una piuma d'oca vale più di un bambino che incomincia la sua avventura della vita nel grembo della mamma ma che non potendo starnazzare come un'oca non avrà mai la possibilità di ribellarsi qualora qualcuno decidesse di sopprimergli ogni possibilità di vedere la luce. E' il paese dove ogni cosa si affronta con leggerezza, senza pensare alle conseguenze, in cui la vita ed il dolore di un animale vale molto ma molto di più del dolore e della sofferenza di un essere umano che viene spennato di ogni bene, derubato del lavoro, dei soldi, derubato dei suoi diritti a tal punto da fargli paventare la morte come diritto assoluto e prioritario alimentando l'invidia per quei paesi in cui l'eutanasia viene esercitata con la stessa velocità di un batter d'ali di un'oca. Però poi gli stucchevoli radical - chic mangiano solo da Eataly, si servono delle carni migliori, dei prodotti migliori, mangiano bio e sano...anche se la sostanza animale non cambia, anche se i dipendenti del colosso della qualità culinaria di "culi-in -aria" devono sventolarne parecchi per tenersi il posto di lavoro, lavorando come muli e servendo gli stessi muli. Io non dico che non bisogna gridare allo scandalo o indignarsi nei confronti della sofferenza degli animali...ma trovo paradossale che la sofferenza dell'essere umano non trovi le stesse urla di scandalo e denuncia...non trovi la stessa solidarietà e lo stesso spirito di accoglienza...e così anche queste crociate animaliste mi appaiono solo un modo per volersi per forza distinguere dalla massa, per emergere e per schierarsi dalla parte giusta...un modo comodo per gridare all'ingiustizia con un coinvolgimento emotivo che sfiora l'isterismo...e così come oche continueremo a starnazzare creando molto rumore per nulla...il paese delle oche, delle iene, degli avvoltoi e degli assassini...

lunedì 3 novembre 2014

Un caffè con...La Via Dei Colori

«Siamo persone che hanno incontrato dei sassi lungo il percorso. E invece di scansarli o di inciamparci, abbiamo deciso di raccoglierli e di costruirci qualcosa»
Ilaria Maggi

Ilaria Maggi è il Presidente dell’Associazione “La Via dei Colori” nata nel dicembre del 2010 in seguito alle tristi vicende che hanno visto i bambini dell’asilo Cip e Ciop di Pistoia vittime dei maltrattamenti da parte di maestre ed educatrici dell’asilo stesso. Attualmente l’Associazione
 ( www.laviadeicolori.org) è un punto di riferimento per chi necessita di un aiuto psicologico, sociale e legale e che malauguratamente si trova a dover affrontare le stesse tragiche situazioni che hanno dovuto affrontare in passato le stesse famiglie che hanno fondato “La Via dei Colori”.  L’orrore, la paura, lo sgomento, lo smarrimento, l’incredulità, la sofferenza, il desiderio di trasparenza e chiarezza e la tutela dei diritti delle famiglie e dei singoli componenti di essi, in particolare dei bambini, da sassi e macigni pesantissimi sono stati, non senza fatica e dolore, trasformati dai componenti delle famiglie de “La Via dei Colori” in mattoni che hanno costruito un ponte di aiuti concreti e tangibili, mattoni che hanno trasformato il dramma in pensieri colorati capaci di ridisegnare la  realtà dotandola di campanelli d’allarme per orientare i genitori nella scelta oculata dei servizi educativi a cui affidare la cura dei propri figli. Ringrazio Ilaria Maggi per aver accettato di prendere un caffè con Socrate e con Walt…
      Ilaria, la realtà dell’Associazione “La Via dei Colori” ha fatto grandi passi avanti dal momento della sua costituzione. Attualmente quali sono i servizi a disposizione per chi si rivolge a voi?
Grazie a te  di averci ospitato. Per noi è un onore. La Via dei Colori ad oggi si occupa di gestire da un punto di vista legale e psicologico-giuridico molti fra i casi più noti alla cronaca come, fra gli altri, Pistoia, Conselice, Vado Ligure, Chiavari, Grado, Barletta, Bisceglie e purtroppo anche una serie di casi in fase ancora di indagine.
Il nostro Comitato Scientifico composto da Avvocati, Psicologi, Pedagogisti e professionisti specializzati nel campo dei maltrattamenti in struttura, creano attualmente una rete solida in grado di agire su tutto il territorio nazionale. Quest’anno abbiamo inoltre potuto aprire, grazie all’enorme aiuto della Dott.sa Mancioli, il primo Sportello di accoglienza per famiglie coinvolte in maltrattamenti presunti o accertati, oltre che di prevenzione al BurnOut per gli operatori a rischio nel settore. Oltre allo Sportello Multidisciplinare che è un luogo fisico ad Empoli (Toscana), da meno di un mese è nato il nostro numero verde (800-98 48 71) al quale possono rivolgersi famiglie che vivono l’atroce dubbio o la certezza di maltrattamenti sui propri cari affidati a strutture, così come le figure professionali a rischio come insegnanti, infermieri o altro che si sentano a rischio burn out.
Sostanzialmente la nostra associazione si occupa di guidare le famiglie dal discernimento del dubbio all’eventuale denuncia, accompagnandole poi, qualora servisse, nel percorso complicato del POST-Trauma. Unitamente a questo stiamo studiando i casi attualmente in corso al fine di poter mettere a punto una strategia preventiva fattibile ed efficiente affinché fatti tremendi come quelli occorsi a noi, non possano ripetersi.

   Nonostante la capillare informazione dei media su eventi che vedono i bambini vittime dei maltrattamenti da parte degli educatori, la recente cronaca ci sottopone a notizie di violenze reiterate nel tempo proprio negli asili. Cosa ne pensa dell’installazione delle telecamere all’interno degli asili come misura di controllo e prevenzione del fenomeno stesso?
Quello delle telecamere è sempre un tasto dolente in quanto molto ampio ed insidioso. Facile sarebbe dire “si alle telecamere” ma la realtà è che la telecamera da sola può essere un deterrente per coloro che si fanno scrupoli a far del male, ma forse non sarebbe sufficiente, da sola, a prevenire il problema. Oltre a questo si aprono una serie di scenari sui quali chi dice “SI alle telecamere” non sempre si sofferma. Quali telecamere? Pagate da chi? Controllate da chi? Installate da chi? Web Cam che metterebbero a rischio la privacy di bimbi ed educatori, Telecamere a Circuito Chiuso che potrebbe essere manomesso da chi compie il reato o cos’altro?
Il fatto che il Garante della Privacy non abbia AD OGGI autorizzato ancora NESSUN sistema di videosorveglianza in NESSUN asilo/scuola, la dice lunga. Il problema è urgente e spinoso ma noi non stiamo fermi a guardare. Ecco perché La Via dei Colori da mesi sta lavorando ad un progetto molto ambizioso del quale speriamo di poter dare presto notizia e che speriamo possa davvero essere un aiuto concreto e percorribile per tutte quelle strutture che vogliano davvero PREVENIRE il più possibile situazioni potenzialmente pericolose. Siamo dell’idea che solo un controllo accurato a monte delle assunzioni, unito a controlli periodici ed a supporti formativi e di monitoraggio sull’intero personale possa, eventualmente unito all’uso di telecamere “sicure”, essere un concreto passo avanti verso la prevenzione.
Ovviamente provare a creare un sistema di prevenzione sicuro ed efficace è un investimento economico, emotivo e lavorativo enorme ed è per questo che La Via dei Colori, oltre a chiedere la collaborazione di tutti coloro che hanno a cuore la sicurezza dei propri cari all’interno delle strutture, sta stipulando collaborazioni con diverse Aziende sul territorio nazionale. Dall’unione d’intenti con alcuni imprenditori sensibili alla nostra mission è nato un Charity Shop (http://www.laviadeicolori.org/aiuta-e-sostieni/charityshop/) che raccoglie una serie di prodotti di vario genere creati appositamente in linea con la nostra filosofia “resiliente”. I prodotti contenuti all’interno del Charity Shop LVdC che si sta ingrandendo giorno dopo giorno, darà alle persone la possibilità di aiutare e sostenere la nostra associazione acquistando degli oggetti belli e colorati per i quali una del ricavato verrà devoluto per sostenere i progetti di prevenzione e cura. Abbiamo chiamato quest’operazione LVdC Style proprio per dire “NO ai maltrattamenti” col sorriso e col colore senza per forza riportare alla mente quelle tragiche immagini che ormai tutti ricordiamo a tristemente a memoria. E’ stupendo scoprire come collaborando tutti insieme, nessun sogno sembra più così irrealizzabile.

      Purtroppo sia personalmente che per il lavoro che svolge all’interno dell’Associazione, lei ha modo di venire a conoscenza di storie di maltrattamenti su minori. Si è fatta un’idea dei molestatori? E’ riuscita a tracciare un identikit comune, con tratti comuni, caratteristiche della personalità simili degli educatori/educatrici, delle maestre/maestri protagonisti di tali nefandezze?
Purtroppo al momento non pare esserci un vero e proprio “identikit” della “maestra cattiva” e sarebbe inopportuno e spregiudicato diffondere falsi allarmismi. Le maestre ed i maestri che finora si sono macchiati di questi orrendi reati ricoprono tutte le fasce d’età ed hanno caratteri distintivi vari.
Quello che però abbiamo notato è che invece il modo di reagire dei genitori è più o meno sempre lo stesso. Una parte agisce con determinazione chiedendo giustizia e denunciando, una parte segue le cose passivamente e non schierandosi, una parte immancabilmente (e questa è la cosa più dura da gestire), nega la realtà nonostante evidenti video, perizie e documentazioni minuziose. Spesso quest’ultima “fazione” si schiera contro i genitori denuncianti ed a favore delle maestre nonostante video espliciti o indagini accurate. Ovviamente questo è riconducibile ad una reazione psicologica ed involontaria ad uno shock enorme che accade in poche frazioni di secondo, quando un estraneo ti dice che tuo figlio è stato picchiato e l’unica cosa che vorresti fare, lo so per esperienza, sarebbe scappare col tuo piccolo in braccio, il più lontano possibile da quella realtà dolorosa ed inaccettabile. Da qui proprio il nostro quotidiano impegno nel sostegno psicologico, morale ed informativo nei confronti delle famiglie che, come accadde a noi nel 2009, vengono colpite da uno Tsunami improvviso che rade al suolo tutta la tua vita sbalzandoti in pochi secondi in un mondo che non conosci e che fa un’enorme paura. Informare, sostenere e condividere con gli altri sta permettendo piano piano a tutti di conoscere questo fenomeno urgente ed assolutamente non trascurabile.

Ringrazio moltissimo Ilaria Maggi per aver voluto condividere questa positiva esperienza dell’associazione “La Via dei Colori” ed invitiamo chiunque sia sensibile a questi temi a visitare il sito www.laviadeicolori.org ed a diffonderne le finalità. Ne ricaverà un grande esempio di umanità in grado di trasformare un’esperienza negativa in una mano tesa ad aiutare chi è in difficoltà. Grazie ancora e buon proseguimento a “La Via dei Colori”!




Una storia confusa


Questa settimana si comincia in compagnia di un buon caffè con...

Recensione de: "Una storia confusa" autore: Enrico Pentonieri -Europa Edizioni


Si dice che ogni “promessa è debito” ma quando la promessa a farla è un adolescente, e se la promessa è rivolta a se stessi, qualunque essa sia, allora questa diviene una catena che vincola, trattiene e talvolta imprigiona fino al punto da diventare l’unica cosa immobile in una realtà in continuo divenire.
Un ragazzo, due ragazzi, tre ragazzi, una ragazza, due ragazze, tre ragazze… adolescenti che preferiscono una birra al mattino al posto della classica bevanda da colazione, (quando e soprattutto il mattino rappresenta la fine della loro giornata) intimoriti dall’amore e dalle sue innumerevoli sfaccettature più di quanto possa intimorire un’interrogazione di matematica al liceo, belli e con tutta la vita davanti ma con un bagaglio di idee, paure, speranze, immaginazione e proiezione di se stessi nel futuro da costituirne già in pochi anni vissuti un bagaglio tanto forte e tanto pesante quanto forti e pesanti sono le emozioni con cui si affronta l’esistenza. Ragazzi che si barcamenano in un intreccio di passioni, storie, amicizie spezzate e ricostruite, amori dichiarati e latenti, che passano attraverso le emozioni e le vicende del protagonista, Andrea.
Un don Chisciotte della Mancia i cui mulini a vento hanno ceduto il posto alle lacrime di una ragazza, di una donna in divenire…un cavaliere d’altri tempi il cui istinto di protezione fa a cazzotti con quello di sopravvivenza,( quando non fa a cazzotti con qualcuno per davvero!), senza che ne abbia la benché minima consapevolezza, senza che abbia la consapevolezza che quelle risposte ricevute si trasformano in domande che lo costringono a crescere, perché in fondo quand’anche la paura delle responsabilità si fa sentire forte avanzando a piè sicuro, si ritroverà ad avere assunto la più grande responsabilità che un uomo possa assumersi, quella verso se stesso e le promesse fattesi.
Ed è allora che il ritmo, ansimante, irruente e galoppante della prima parte del romanzo lascia il posto ad una riflessione lenta, pacata, serena, riflessiva ma non priva di esilaranti quanto coinvolgenti colpi di scena che non permettono al lettore di tenere bassa l’attenzione fino ad accompagnarlo alla fine del romanzo con uno sguardo al passato pieno di tenera nostalgia, non tanto per ciò che si è vissuto, ma per il come lo si è vissuto…

L'autore

Enrico Pentonieri è nato a Napoli 1975. Da sempre appassionato di musica e instancabile scrittore, dopo il diploma scientifico coltiva una delle sue passioni: l’informatica. In questi anni ha avuto svariate esperienze lavorative come webmaster e tecnico informatico. Dal 2012 collabora con Partenopress, Una storia confusa è il suo primo romanzo.

Reperibile presso le librerie Feltrinelli
oppure online:


 Link per l'acquisto:

giovedì 23 ottobre 2014

Un caffè con...la Casa di U'

Napoli è una città la cui immagine, sotto la lente dei riflettori mediatici è focalizzata, amplificata  e diffusa spesso attraverso una luce non sempre gradevole e rassicurante. I fatti di cronaca dipingono quella Napoli che è ben lungi dalla calamita culturale, paesaggistica e artistica che invece rappresenta da millenni. Eppure, per fortuna direi, esiste un’altra Napoli, una città ricca di entusiasmo, fantasia, carica di iniziative originali e utili sia al singolo cittadino che alla comunità intera fino ad espandere i suoi benefici oltre i confini del mare e dell’imponente Vesuvio.
Nel quartiere collinare del Vomero nasce un locale che rende Napoli un ponte tra le culture del mondo, un collegamento, un abbraccio virtuale, caldo ed accogliente, in grado di  stabilire modi di comunicare, di intrattenere, di incontrarsi attraverso l’ausilio di antropologi, educatori, viaggiatori, filosofi, scrittori, giornalisti, esperti di marketing e comunicazione, case editrici che promuovono una cultura della conoscenza, dell’inclusione, dello scambio e dell’integrazione: Casa di U’!
Oggi incontro virtualmente gli organizzatori di questo innovativo progetto nella persona di Antonella Veltri che si occupa dell'accoglienza clienti e che risponde a qualche domanda.
1) Quale filosofia anima le attività proposte dalla Casa di U’?
R: Casa di U’ vuole essere un locale di intrattenimento a sfondo culturale serio, ma non serioso, rivolto a tipologie di persone diverse in base alla fascia oraria.

Insomma chi ha detto che non si possa unire l’utile al dilettevole? Chi di noi non pensa “mi piacerebbe fare qualcosa di diverso” e ogni volta deve cercare singole iniziative in luoghi diversi. Noi cerchiamo di riunirle a Casa di U’.
In molte
attività proponiamo il tema delle culture straniere, una specie di viaggio virtuale, un pretesto per viaggiare con la fantasia, come avviene nelle feste per i bambini dove offriamo ai genitori la possibilità di scegliere la festa a tema Svezia con lo spettacolo di Pippicalzelunghe o Inghillterra con Re Artù e così via.
2) Tra le innumerevoli ed interessanti iniziative proposte mi ha particolarmente incuriosito lo “psicoaperitivo”, di cosa si tratta?
R: Si tratta di momenti di socializzazione combinati alla logica degli incontri motivazionali. Ogni volta si affrontano argomenti di interesse comune. Un modo serio, ma appunto non serioso, per interagire con veri professionisti del settore, ma anche un modo per fare amicizia, trascorrere il tempo in modo diverso, mai banale.
3)Quali sono le tipologie di utenti a cui sono rivolte le iniziative della Casa di U’?
R: Inizialmente il pubblico erano i bambini. Oggi sono state sviluppate attività in modo da individuare diversi targets:
. le scuole elementari e materne, che portano in gita i bambini per attività ricreative a tema socio-culturale-giocoso e ricreativo.
. i bambini,  con laboratori di vario tipo e feste private.
. gli adulti, con aperitivi a sfondo culturale come lo psicoaperitivo, l’aperiwine

(degustazioni di vino con sommelier), l’aperivarte
 (aperitivo con esposizioni, guida del curatore, ecc ), le serate musicali a tema nazione e anche qui le feste private che possono essere scelte con il pacchetto base o con la riproposizione di uno di questi servizi di
intrattenimento offerti, ma in veste privata.
4) Fino ad ora quali riscontri ha avuto la Casa di U’ e come sono recepite le proposte avviate?
Abbiamo cambiato approccio solo da settembre. Ci sono tante cose che vorremmo fare e sviluppare, ovviamente ci vuole del tempo. L’interesse da parte del pubblico è decisamente buono.



Ringrazio gli organizzatori ed ideatori della “Casa di U’” ed in particolare ringrazio il modo entusiasmante e originale con cui l’idea viene portata avanti, testimonianza che “se puoi sognarlo, puoi farlo!”


Un caffè con...Non bull-ARTI di me!

Metti un gruppo di giovani appassionati e pieni di entusiasmo. Metti qualcuno che crede in questi giovani che hanno tanto da raccontare e da esprimere. Metti la volontà ferma di combattere la violenza tra pari facendo “affogare il male in un mare di bene” ed ecco che nasce il progetto “Non Bull-Arti di me” (www.nonbullartidime.com) realizzato nella città di Torino con il supporto finanziario dell’Agenzia Nazionale
Giovani nel programma Europeo Gioventù in Azione. Oggi incontriamo Ilaria, referente del gruppo giovani, e Edoardo, neo- peer educator del progetto, che hanno gentilmente accettato di prendere un caffè con Socrate e con Walt…

  1)  Il progetto nasce con lo scopo di combattere le nuove forme di violenza veicolate attraverso la rete. Cosa si intende per cyberbullismo?

R: Cyberbullismo è un neologismo che deriva dalle parole bullismo e cyber descrivendo un fenomeno nuovo, per alcuni un'evoluzione del classico bullismo, forma di prevaricazione esercitata in maniera continua fra pari ma in contesto di asimmetria di potere, per altri una fattispecie di violenza fra pari del tutto nuova. Ad una prima definizione sembrerebbe che la differenza sostanziale fra bullismo e cyberbullismo si situi nel mezzo attraverso il quale vengono inflitti dei danni, nel caso del cyberbullismo, infatti, non feriscono i pugni o gli insulti verbali ma si ferisce attraverso l'uso del computer e altri dispositivi elettronici. Questi mezzi di offesa, però,  mutano, di fatto le caratteristiche essenziali di questa forma di violenza fra pari, in primo luogo, infatti, rispetto al bullismo, il cyberbullismo può raggiungerti sempre e ovunque non dando alla vittima spazi di tregua, la presenza di uno schermo che divide la vittima dal bullo impedisce di vedere la sofferenza altrui e sviluppare empatia,  ugualmente basta cliccare un "mi piace" per aggregarsi al branco di bulli, in maniera spesso inconsapevole e deresponsabilizzata ("non ho fatto niente, ho solo condiviso una foto"), il cyberbullismo inoltre è molto più accessibile del bullismo classico, non è necessaria la presenza di un'asimmetria di potere, non bisogna essere i più forti o i più carismatici, basta avere una connessione internet, infine la viralità, l'atto di cyberbullismo non si limita a coloro che vi assistono, alle "voci" che i giorni dopo si diffondono nella scuola o nel gruppo sportivo, ma potenzialmente può diventare virale e raggiungere un infinito numero di persone, inoltre questa forma di violenza rimane nella rete, reiterando e "ricattando" il bullato potenzialmente per sempre. Infine vi è un cambiamento nella richiesta di aiuto, la violenza è un fenomeno già generalmente difficile da denunciare agli adulti, il cyberbullismo in questo senso è ancora più lontano dal mondo degli adulti che, considerato il gap generazionale, non sono effettivamente in grado di consigliare e aiutare i propri figli e nipoti che si relazionano con le nuove tecnologie.
2) La vostra azione per arginare i rischi verso i quali va incontro la nuova cyber generation contempla azioni preventive per limitare i danni del cyberbullismo.  Nel concreto quali mezzi utilizzate per diffondere una cultura dell’inclusione e della valorizzazione delle diversità?
R: Il nostro approccio non è tanto quello di fornire ai ragazzi che incontriamo delle informazioni tecniche, come si protegge la privacy o si blocca un contatto, l'utilità di questo genere di informazioni, infatti, passerebbe in fretta con il mutare velocissimo dei mezzi, specialmente i social network maggiormente utilizzati dai ragazzi e soggetti anch'essi a mode e aggiornamenti. Ciò che ci interessa è far crescere i ragazzi nelle proprie competenze sociali, nelle life skills, che non li abbandoneranno nella crescita, a prescindere dall'evoluzione dei social network e della pervasività del web. Fra queste ci interessa sviluppare l'investimento nelle relazioni positive, nella comprensione delle proprie e delle altrui emozioni, permettere ai ragazzi di ragionare su come ci comunichiamo agli altri e quanto sia parziale l'opinione che ci facciamo degli altri così come degli altri di noi, ragioniamo insieme sulla responsabilità individuale. Inoltre riteniamo in primo luogo che il cyberbullismo sia una forma di violenza, considerando, però, che la violenza ha tre gambe: la violenza diretta che è visibile e mostra immediatamente i suoi effetti, la violenza culturale che nutre e giustifica la violenza diretta, e la violenza strutturale che offre i presupposti appunto strutturali affinché la violenza diretta si reiteri. Nel caso del cyberbullismo, sono la discriminazione, il razzismo, l'omofobia, la definizione di "anormalità" e diversità che alimentano e giustificano le persecuzioni via internet, se si vuole quindi incidere sulla violenza diretta del cyberbullismo bisogna eliminarne le matrici culturali, per questo educare alla diversità e all'inclusione. Ugualmente si incide sulle cause strutturali, su un sistema sociale che criminalizza ed emargina i giovani, vietato giocare a pallone nei cortili, o li indirizza ad attività a pagamento che non tutte le famiglie possono permettersi o su cui hanno lungimiranza di investire, l'alternativa è la solitudine in casa o l'inattività e la noia per strada. Si invitano i giovani a riflettere sul tempo passato "connessi" e quello dedicato ad incontrare e chiacchierare con gli amici di persona.
Un altro elemento che ci caratterizza è la metodologia, boicottiamo la lezione frontale, perché è gerarchica, deresponsabilizzante e soprattutto io, animatore, educatore,  so già quel che penso ...mi piacerebbe sapere quello che provate e pensate voi! è un cambio di paradigma. Discutere di alcuni temi però richiede costruzione di fiducia e di un ambiente accogliente per questo ci piace costruire, una volta entrati nelle classi, un vero e proprio nuovo "patto formativo", spostiamo i banchi, impariamo i nomi degli studenti, interagiamo con un approccio alla pari e maieutico ( Socrate docet! n.d.r.) . Un altro elemento metodologico che caratterizza le nostre attività è l'utilizzo del gioco, il gioco non è affare da bambini, anzi! Il gioco è il laboratorio per eccellenza in cui esaminare ed osservare senza rischio dinamiche proprie della vita reale, sperimentare reazioni e controreazione per prepararsi poi ad agire al meglio quando una determinata situazione verrà incontrata nella vita. Infine la responsabilizzazione e l'attivazione in prima persona: abbiamo analizzato e discusso un problema che tocca bambini ed adolescenti in prima persona, un fenomeno che porta sofferenza, qualcosa che non ci può lasciare indifferenti, per questo invitiamo i ragazzi ad agire contro il cyberbullismo secondo i loro interessi e passioni: facendo video, manifesti, canzoni, creando attività educative per altri ragazzi come loro.
3)  Quale ritenete sia la valenza educativa dell’arte e della creatività?
L'arte ha nel nostro progetto il ruolo di volano di attivismo sociale. Non ci bastava "sensibilizzare" degli adolescenti, ci interessava molto di più che i giovani beneficiari non si sentissero "schiacciati" dal problema ma intravedessero gli spazi per attivarsi e contrastarlo, l'arte ha proprio questa funzione: permette ai giovani di esprimersi e veicolare, in un linguaggio comprensibile ai loro coetanei, dei messaggi educativi.
   4) Quale è il riscontro e l’impatto che sortite nel presentare i vostri progetti nelle scuole?
C'è interesse da parte delle scuole, il problema è percepito anche se spesso, benché in presenza di fenomeni molto gravi, assolutamente invisibile a genitori e insegnanti. La realtà virtuale è un mondo parallelo e assolutamente autentico per gli adolescenti e preadolescenti, all'interno dei quali si costruisce e si media una "reputazione" e una posizione sociale nel gruppo dei pari. I ragazzi, dal canto loro,  conoscono molto bene il problema e si confrontano alla pari con gli educatori, quali "esperti" in prima persona del tema. La metodologia partecipata e laboratoriale viene apprezzata, cattura l'attenzione e permette anche ai più timidi di esprimersi. Gli insegnanti hanno riscontrato al termine del percorso un miglioramento nelle relazioni in classe fra gli studenti. Abbiamo poi le "opere", ciò che gli studenti hanno voluto creare e produrre per denunciare il fenomeno del cyberbullismo e per educare altri a resistere a questa forma di violenza. Vi invitiamo a vederle sul nostro blog www.nonbullartidime.org!
    5) Qual è la filosofia che anima le vostre azioni?
In primo luogo, come si diceva, una visione olistica del fenomeno violento, va bene contrastare il fenomeno del cyberbullismo, che rappresenta, però, la punta dell'iceberg di una dinamica di violenza culturale e strutturale di discriminazione e prevaricazione più ampia sulla quale bisogna agire.
In secondo luogo cerchiamo di agire non solo sul bullo, punendolo o criminalizzandolo, né solo sulla vittima, vittimizzandola ulteriormente, ci interessa, al contrario, incidere sui gruppi responsabilizzando ciascuno membro a non rimanere massa grigia ma "alzarsi in piedi" contro ogni forma di violenza.
In terzo luogo l'approccio partecipativo, nelle attività ma anche nella stessa struttura del progetto educativo, al termine del quale sono i ragazzi stessi chiamati a mettere in gioco ciò che hanno imparato e la loro creatività per aiutare i propri coetanei.
Tutti questi aspetti rientrano in un'ottica più ampia di educazione alla pace ai principi della quale facciamo riferimento e crediamo fortemente. Cogliamo l'occasione per ringraziare il Centro Studi Sereno Regis www.serenoregis.org che ci ha permesso di formarci proprio in un'ottica di educazione alla pace e ci ha supportato in ogni fase della realizzazione di questo progetto.

Grazie a questi giovani che con entusiasmo, studio, impegno e preparazione forniscono un servizio utile e produttivo contro un fenomeno dilagante e deleterio, quale è il cyberbullismo. Buon proseguimento! 





venerdì 17 ottobre 2014

La filosofia del riciclo.

Quando le mie due polpette monelle ( uno di 4 anni e l'altro di sedici mesi) mi lasciano un pochino di tempo libero
 ( praticamente la notte, e non sempre tutte le notti!) mi diletto a creare dei ciondoli simpatici. Riutilizzo vecchie collane mai messe, con base in legno, per decorarle con fumetti e disegni con la tecnica del decoupage
 ( pennello + colla vinilica, alla Giovanni Mucciaccia per intenderci) e con nastri fiocchettini e perline ecco il risultato!







mercoledì 15 ottobre 2014

I colori come via d'accesso alla conoscenza gnostica.

 "La scuola specchio della società corretta con la matita rossa e blu"...
A partire dagli anni sessanta in Italia fu introdotto l'uso della matita rossa e blu...
Poichè dal 1860 in poi, per lungo tempo le politiche relative all'istruzione, con Adriano Lemmi, Crispi, Coppino, hanno subìto l'influenza dell'ideologia massonica, essendo i ministri ed i politici dell'epoca appartenenti alla Libera Muratoria non è un caso che anche le riforme, gli incipit, le innovazioni pedagogiche sono state introdotte nella scuola plasmate dai princìpi massonici carichi di simbolismi che rimandano ai significati gnostici di perfezionamento, fratellanza, uguaglianza ecc.ecc..
Già in tempi ancor più antichi il noto fratello massone Comenio e ancor maggiormente Giordano Bruno affermavano che la conoscenza delle cose viene veicolata in molti casi dalle immagini. Ancor più si fissa nella mente attraverso la contemplazione di esse, delle loro forme e dei loro colori. I colori, secondo Comenio stimolano le attività cerebrali investendo nel processo di apprendimento la totalità della persona. Anche la psicologia si avvale dei colori per raggiungere i meandri più nascosti della mente, si pensi alla cromoterapia per esempio,  all'associazione ippocratica dei colori agli organi  del corpo umano ed al temperamento delle personalità, ripresa ed approfondita dallo stesso Jung nel tracciato dei tipi psicologici.
Bisogna dire che i colori nella Libera Muratoria non sono solo simbolo che rimanda ad un più arcano significato, bensì hanno valenza pedagogica: hanno la capacità di intervenire sulla psiche umana a prescindere dai metodi classici di indottrinamento, influenzando le attività psichiche anche laddove l'essere umano non ne sia perfettamente consapevole e cosciente. Il rosso è il simbolo del sangue, della lotta, del sacrificio, dell'errore che va corretto, dell'errore che va eliminato, di quella morte necessaria dell'uomo profano che cede il posto all'uomo eletto, al prescelto, allo gnostico. Il blu è invece il colore che appartiene a ogni massone, dall'ultimo grado al supremo, il colore della perfezione, del possesso della conoscenza, della correzione e della via che conduce alla perfezione e quindi a quella umanità realizzata che diventa divino nell'umano.
La matita rossa e blu non è altro che uno strumento introdotto nella scuola per segnalare gli errori che si possono correggere da quelli che vanno eliminati in assoluto, indica la via attraverso il simbolismo per l'acquisizione di quelle regole necessarie ad elevare l'uomo dalla propria caduca e miserrima condizione ad una più alta, resa tale dal possesso della conoscenza. Una conoscenza che però non avviene attraverso un processo comune a tutti, accessibile a tutti, una conoscenza che è tale solo per chi è in grado di recepire determinate informazioni che esulano dal classico indottrinamento e dalla classica trasmissione di informazioni che avviene nella scuola. Una conoscenza che esula dall'esperienza con l'oggetto da conoscere ma che la scavalca cercando di accedervi con altri mezzi e altre vie. Una conoscenza elitaria e selettiva che di uguaglianza tra tutti gli uomini ha ben poco direi se non tra "fratelli" figli di un Grande Architetto dell'Universo...figli di se stessi aggiungerei...

Nota : per un'approfondimento sul tema della conoscenza gnostica rimando al link sul sito ufficiale della Libera Muratoria.

lunedì 13 ottobre 2014

"Un senso di solitudine in invisibili conversazioni"

Mi piace osservare le persone. Mi piace guardarle e cercarne di intuirne i discorsi, i pensieri, i desideri. Passerei delle ore seduta in un angolo della strada a fissare chi mi passa davanti, a coglierne i gesti, gli sguardi, il modo di camminare, il modo di vestire. Quante storie che si sfiorano al solo sostare davanti ad una vetrina...quanti incontri mascherati da occasionali scontri mentre si attraversa allo stesso semaforo verde.
Sabato pomeriggio, mentre bevo il caffè, o meglio, tra un figlio che mi chiede l'acqua, l'altro che tenta di strapparmi la tazzina rischiando di  crearne con il caffè un'opera futuristica contro il muro del bar,  ed il marito che mi chiede dove ha messo (lui) il suo portafogli assegnandomi il ruolo di sfinge, riesco a volgere lo sguardo fuori ....e quello che vedo mi sembra quasi il set di una pubblicità, studiato, preparato ed ordinato a tavolino tanto che per me ha dell'assurda contemporaneità: tra donne, piacevoli, sole davanti alla loro ordinazione, sedute, immobili, immobili nello sguardo e nella postura, solo il dito sul loro smarthphone si muove, non un'espressione, non un sorriso, un accenno ad alzare la testa per vedere se accade qualcosa intorno a loro, se c'è qualcosa intorno a loro. Riesco a malapena a catturare quel momento, senza nemmeno troppa fretta, non c'è pericolo che la scena cambi di un benchè minimo particolare nel tempo che impiego a recuperare il mio cellulare sepolto nella mia borsa senza fondo, e così, immobile come la vedo, la immortalo...ho provato un senso di solitudine e tristezza...abbiamo a portata di mano, anzi di dito, il mondo intero, eppure non ci accorgiamo che abbiamo già perso il mondo intorno a noi...

giovedì 9 ottobre 2014

"Toglietemi tutto, ma non la mia mamma"


A rigor di logica, se lo Stato non entra nelle questioni di "cuore", ossia nell'affettività degli individui, ma tutela dei diritti, per esempio come nel contratto matrimoniale, allora mi chiedo, se saranno sdoganati i matrimoni tra omosessuali, ed a una coppia di omosessuali verrà concessa l'adozione o la fecondazione eterologa, non entrando lo stato negli "affari di cuore" ma solo nella tutela dei diritti dei soggetti contraenti, perchè dovrebbe concedere l'adozione a due omosessuali e non a tre o quattro o cinque persone che decidono di essere "famiglia"? A questo punto chi decide cosa è famiglia e cosa non lo è? Non si rischia di commettere una discriminazione? Chi mi dimostra che quella coppia di omosessuali sia davvero omosessuale? cioè chi mi dice che si vogliono bene e vogliono metter su famiglia? Dovranno allora battersi per la fecondazione eterologa passata dalla mutua e le adozioni per tutti indipendentemente dalla propria situazione economica, altrimenti si creerebbero altre discriminazioni tra le coppie omosessuali che un figlio possono permetterselo economicamente e chi no.
Come metteranno su famiglia se si sa già a priori che dal loro atto copulatorio è impossibile che ne nasca un figlio? Cioè voglio dire, se tutto va bene, quando una mamma e un papà si uniscono potrebbe nascere un bambino, ma se un uomo e un uomo si uniscono o una donna e una donna si uniscono, naturalmente il bambino non nasce, ma sarebbe necessario un intervento artificiale, cioè qualcos'altro o qualcuno d'altro. Se davvero il ruolo di papà e mamma, possono essere sostituibili e facilmente intercambiabili, la mamma con un altro papà e il papà con un'altra mamma,perchè limitare il concetto di "famiglia" solo ad una coppia di omosessuali e non a tre o quattro persone che decidono di adottare un bambino o fecondarlo ricorrendo al corpo di una mamma, all'ovulo dell'altra e allo sperma di una terza persona?...se un bambino può fare a meno di una delle due figure perchè non sostituirle con altre, cosa lo impedirebbe, il bambino crescerebbe lo stesso, no? Ecco, quello che mi chiedo è, di chi davvero si vogliono tutelare i diritti, degli adulti che "vogliono" un figlio, o dei figli che hanno diritto a dei genitori , maschio e femmina, e ad una famiglia? Nel caso dell'eterologa si parlerebbe poi di diritti di un bambino non nato naturalmente ma artificialmente e quindi "programmato" a tavolino o in laboratorio. Nel secondo caso io credo che un bambino possa crescere bene anche senza uno dei due genitori,o anche senza entrambe le figure,la storia ne è piena di esempi, in una comunità di persone, ma sostengo con fermezza che sia un suo diritto naturale ( perchè alla nascita in teoria esce dalla pancia della mamma in cui vi è entrato grazie al papà) inalienabile avere un papà ed una mamma e che sottrarre una delle due figure a priori sostituendola arbitrariamente sia una grande crudeltà ed un grande egoismo degli adulti, un abuso del diritto del minore ad avere un papà ed una mamma perchè due papà e due mamme vogliono sentirsi realizzati nel ruolo di genitori, perchè un figlio gratifica il proprio ego. Gli esperimenti riserviamoli ai topi da laboratorio e non agli esseri umani. Chiunque sia cresciuto senza una delle due figure genitoriali può ben dire quanto prima o poi quel vuoto incolmabile si sia fatto sentire, quand'anche quel papà o quella mamma non li si sia mai conosciuti, e quindi quel vuoto non possa essere stato ricolmo di un qualche ricordo, quella nostalgia che caratterizza anche i figli adottati... Se mi dovessero chiedere " c'è un bambino da far nascere, cosa gli sottrarresti?" io gli risponderei : "tutto ma non la mamma."

mercoledì 8 ottobre 2014

Un "fratello" napoletano. Chiesa e Massoni.


Riporto una lettera scritta dal principe Raimondo di Sangro di Sansevero, nella quale egli spiega le circostanze che lo hanno indotto a far parte della massoneria. La lettera è tratta dal libro: "Documenti Vaticani per la storia della Massoneria nel Regno di Napoli al tempo di Carlo III di Borbone" scritto da Pasquale Sposato, edito a Tivoli nel 1959.( ed. Aldo Chicca). 

La lettera è datata 1° agosto 1751 ed è inviata a Papa Benedetto XIV tramite il nunzio L.Gualtieri, vescovo titolare di Mira.
La lettera si trova nella Biblioteca Nazionale di Napoli in piazza del Plebiscito.

Cliccare sulle foto per ingrandirle.





Archivio storico per le Province Napoletane, Le prime loggie dei liberi Muratori a Napoli, pag.240

Il Cristo Velato...un'opera blasfema o una blasfema interpretazione !?


 "Però qualcosa chiama" quando il padrone chiama i servi rispondono...                                                               
Ieri pomeriggio, martedì 7 ottobre, ricorreva la festa del Santo Rosario.


  Alle 18,30, a Napoli, nella cappella di San Severo veniva celebrato un incontro, promosso dai fratelli della Libera Muratoria anche sul loro sito, il goi,in cui oggetto d’attenzione è la famosissima ed affascinate opera del Principe Raimondo Di Sangro, ossia il Cristo Velato. In tale occasione viene sottolineato e ribadito che questa maestosa opera in marmo non è che il testamento dell’autore, in cui il Cristo non è da intendersi “solo” quello cristiano, bensì rimanda ad una interpretazione dell’opera in chiave esoterica: è infatti l’emblema di quella forza che caratterizza tutti i maestri risorti. Di quell’energia insita in ogni uomo tale da renderlo divino. Ecco, la cosa mi ha lasciata alquanto perplessa, in quanto, attribuire il nome o appellativo di Cristo ad un’opera sostanzialmente laica ha un retrogusto blasfemo ed ora spiego perché: non esiste religione, se non quella cattolica, in cui un maestro, guru, santone sia resuscitato. Solo nella religione cattolica Gesù risorge. Gesù non è il simbolo di nulla. Gesù, nella religione cattolica, è una persona, la croce è il passaggio dalla morte alla vita e la vittoria del bene sul male, la liberazione dell’uomo dal peccato e la speranza nella vita eterna. Voler scavare nell’uomo attribuendogli una parte divina, una energia indissolubile, in una visione massonica, è voler affermare l’idea che dio è nell’uomo, che dio non è “altro” da sé, che l’uomo è un essere ricorsivo, capace di badare a se stesso, capace di essere autosufficiente, di autodeterminarsi. Non riconoscere Cristo come una persona viva ma assurgere la sua figura ad emblema di una sostanziale ed intrinseca divinità dell’essere umano, significa attribuire all’uomo un potere, una forza che non attinge da Dio, ma da se stesso, soddisfacendo l’equivalenza Io= Dio. Per i massoni la differenza tra l’io e Dio è in quella D, che loro pongono come obiettivo da raggiungere, conoscenza da acquisire attraverso un percorso esoterico, gnostico, simile al super-io nietzschiano( filosofo che per giunta si è suicidato , dando prova della superbia che caratterizza questo gesto). Il Cristo Velato è intriso di mistero, di quella conoscenza riservata a pochi eletti. Il Cristo cattolico, al contrario, è accessibile a tutti, indipendentemente dalla propria condizione economica e culturale. Il Cristo Velato non rivela nulla, non svela nulla, piuttosto evoca delle verità sempre relative e tagliate su misura sull’essere umano. Il Cristo cattolico svela, rivela, smaschera, porta alla luce, spiega, parla per parabole accessibili anche ai più umili, predica un amore che porta fuori di sé, va oltre la propria misura e apre agli altri, anzi, viene incontrato attraverso gli altri, quegli stessi altri che i massoni reputano uno step, un mezzo per raggiungere la propria ambizione di perfezione individuale, che di gratuito non ha nulla, un “do ut des”, ti do perché dando a te io mi sento migliore e mi evolvo nel mio cammino di perfezione. Un massone non si farebbe mai crocifiggere per niente, per gli altri, in maniera gratuita. Anche la solidarietà e la beneficenza ha uno scopo preciso, definito, inalienabile. L’amore cattolico invece non ha tornaconto personale. Per questo credo che il Cristo Velato, per quanto sia un’opera materiale di un fascino ineguagliabile, la leggerezza del  velo è rappresentata nella pesantezza del marmo in maniera sublime, sia però un’opera blasfema, perché quando l’uomo vuole sostituirsi a Dio, sceglie inequivocabilmente mammona.

mercoledì 1 ottobre 2014

Che tempo che fa...


Qualcuno ha detto: "L'angoscia del tempo che passa ci fa parlare del tempo che fa." Avete presente quelle telefonate in cui alla fine ci si sta per congedare ed invece di salutarsi uno dei due interlocutori prosegue come se stesse per dire una cosa importantissima: "Ah, dimenticavo, non ti ho chiesto che tempo fa lì da te"? Ecco, mi sono chiesta come mai il tempo, o meglio, le condizioni atmosferiche, siano quei luoghi comuni in cui sembra quasi d'obbligo argomentare come se si stesse svelando qualcosa che assolutamente non deve passare inosservata. In un primo momento ho creduto che l'argomento "meteo" fosse uno di quegli argomenti "cuscinetto" che tamponano i momenti di imbarazzo in cui la conversazione ha esaurito i contenuti e ci si butta su un qualcosa di assolutamente generico. Poi però ho osservato che spesso l'argomento "tempo" è un modo per rompere il ghiaccio tra sconosciuti, magari mentre si sta facendo la fila al supermercato o si sta attendendo il bus. Un argomento di cui e su cui tutti possono parlare. Qualcosa che ci accomuna inequivocabilmente e che in qualche modo ci mette tutti su di uno stesso piano. Poi però ho osservato che le condizioni atmosferiche sono anche materia di discussione tra persone che già si conoscono e che in teoria non dovrebbero cercare argomenti per "rompere il ghiaccio", così ho pensato che l'argomento fosse un momento di riempimento quando è finito l'ascolto, quando è davvero finito quello scambio in cui ci si confronta e ci si mette in discussione, un modo per riempire dei silenzi che altrimenti risulterebbero insopportabili. Alzare lo sguardo al cielo è peculiare, sia in senso concreto che metaforico, dell'essere umano che solo sotto lo stesso cielo si sente meno solo e in sintonia con gli altri esseri umani. Quello che la politica divide, che la società separa, che le idee allontanano, il tempo unisce. Unisce perchè "siamo tutti sotto lo stesso cielo" e forse parlare del tempo ci fa sentire meno soli ed insieme ad altri luoghi comuni come "mal comune mezzo gaudio" rientra in quegli argomenti retorici che ci fanno sentire " a casa", che ci fanno sentire "protetti", quegli stati mentali che vengono creati nell'argomentare la pioggia, la neve il freddo ed il caldo che costruiscono una patina di eternità davanti ad un altro tipo di  tempo, il tempo che passa,invece, sempre inesorabile, capace, insieme alle rughe, di tracciare linee con punti di non ritorno."L'angoscia del tempo che passa ci fa parlare del tempo che fa."

giovedì 25 settembre 2014

Un caffè con...Barbara De Santi!



Barbara De Santi ha partecipato al programma televisivo “Uomini e Donne, condotto da Maria De Filippi e che va in onda nella fascia pomeridiana su Canale 5. Il programma prevede la partecipazione di uomini e donne, giustappunto, single, che hanno lo scopo di conoscersi tra loro al fine di cominciare una storia d’amore che abbia come finale auspicabile il più bello di tutte le favole, ossia: “ e vissero felici e contenti…”. Ogni puntata è caratterizzata dalla narrazione dell’evolversi delle storie e dei percorsi di conoscenza tra i concorrenti che si scelgono magari dopo aver fatto piacevolmente un ballo assieme durante la puntata. La coppia che si forma o che si sta formando non è scevra di polemiche, critiche, segnalazioni da parte del pubblico da casa e di opinioni talvolta pungenti da parte dei concorrenti stessi che mettono in discussione la bontà della storia nascente o delle intenzioni di uno dei due protagonisti o anche talvolta di entrambi. Molte storie si sono coronate con un lieto fine, altre sono in via di definizione, altre ancora sono cominciate e terminate.  Ciò che colpisce è proprio il fatto che alcuni concorrenti, scremati quelli che vi partecipano per puro narcisismo o per motivi che esulano dallo scopo del programma stesso, è proprio il coinvolgimento totale e l’esposizione mediatica delle emozioni di cui i concorrenti sono fautori e che l’elemento “telecamere” o “televisione” diviene a lungo andare solo un accessorio, passando paradossalmente in secondo piano rispetto alla realtà vissuta e raccontata. Barbara De Santi ha appassionato il pubblico di “Uomini e donne” proprio per la veridicità delle sue storie, per la generosità con cui non ha risparmiato le proprie emozioni, lacrime, rabbia, gioia, entusiasmo, tristezza, dolore in cui si è reso ben visibile il fenomeno per cui la televisione non risulta che un mezzo che può creare dei ponti invisibili di scambi empatici tra chi ne usufruisce e chi la fa; Barbara ne incarna proprio un esempio palese a tal punto da essere stata così disponibile e gentile da aver accettato di “prendere un caffè” con Walt e Socrate al di qua dello schermo…

      1) Cosa spinge una donna come lei, indipendente, affascinante e intellettualmente brillante a partecipare ad un programma televisivo?
B: "Intellettualmente brillante è uno dei complimenti più graditi che io abbia mai ricevuto nella mia vita perché penso che la bella che non balla non serva a nulla, balla chi ha ha una mente, appunto, brillante, briosa, viva. Detto ciò, rispondo alla domanda. Il mio desiderio di partecipare ad un programma televisivo nasce innanzitutto da una voglia di riscatto nei confronti di una vita passata ai margini, una vita in cui mi sono sentita meno bella, meno capace, meno considerata degli altri. Penso siano lacune e piccoli complessi derivanti, probabilmente, dal tipo di educazione avuta in famiglia. Quindi, ora, avere la possibilità di essere al centro dell'attenzione, mi fa sentire finalmente qualcuno agli occhi di chi mi ha fatto sempre sentire nessuno, come dire: hai visto che nonostante tutto, io ci sono, sono amata da una buona fetta di pubblico, sono al centro e non più ai margini? Scegliendo, poi, come programma televisivo, "Uomini e Donne", altra motivazione importante è trovare la tanto ricercata anima gemella: in effetti per me è davvero un'impresa quasi impossibile, e continuo a confidare in questa trasmissione per trovare un amore che mi stia vicino per sempre." 

2) Cara Barbara, l’immagine che lei ha descritto di se stessa, spesso dipinta dalle sue stesse parole durante la trasmissione, è stata quella di donna fragile, spesso bisognosa di conferme e rassicurazioni. Eppure, ha saputo sempre affrontare con grande grinta, talvolta facendo prevalere l’aspetto razionale, altre volte quello emozionale, le critiche, gli attacchi, le aggressioni verbali, le insinuazioni…Ecco, quali sono stati i pensieri da cui ha tratto forza per controbattere e trovare sempre le parole per fronteggiare chi in quel momento la accusava consapevole di essere davanti a delle telecamere?
B: "Nel corso di questi tre anni ho pensato spesso di mollare, di alzare le mani al cielo ed arrendermi. Ma il calore delle persone che mi trasmettevano e continuano a trasmettermi on line, per strada, al supermercato e in ogni posto in cui io vado, mi ha dato la forza di andare avanti. Finalmente ho trovato una forma di amore, quello delle persone che mi seguono, che mi appaga, mi fa sentire importante, mi fa sentire bella e io ho bisogno di queste conferme. Altro mio punto di forza è la ricerca e difesa continua della verità, della lealtà, della sincerità: io con questi elementi in tasca posso camminare orgogliosa  a testa alta, posso guardare la lucina della telecamera e essere fiera di quel che sono perché faccio e vivo nella stessa identica maniera fuori e dentro la trasmissione. Io non sono fuori programma "persona" e dentro il programma "personaggio", io sono sempre Barbara, persona vera fino a stare male. "
3) Barbara, una volta conclusasi la puntata, rivedendosi in televisione, quindi passando dal ruolo di “attore” a “spettatore”,  ha rilevato  qualche discrepanza o anche una semplice differenza tra l’immagine che lei ha di se stessa e quella che viene filtrata attraverso l’obbiettivo della telecamera?
B: "Certo, vedo un'enorme differenza. Chi è quella persona dello schermo sempre arrabbiata, sempre sulla difensiva, petulante e talvolta antipatica? No di certo Barbara che sta a casa, puntigliosa sì, ma divertente, ironica, autoironica, solare e mooolto simpatica."
4)La trasparenza con cui ha comunicato le sue emozioni ed il vissuto dei momenti condivisi nel programma ha fatto ben trapelare l’onestà intellettuale con cui esprime giudizi verso se stessa e verso gli altri, in poche parole è una persona che non sa dire bugie né a se stessa né agli altri. Il sano realismo che la contraddistingue sembrerebbe aver vinto le barriere televisive a tal punto da vestirsi di coraggio, perché ci vuole molto coraggio a diventare un personaggio pubblico mantenendo nel tempo la propria identità. Cosa è sostanzialmente cambiato nella sua vita durante e dopo la partecipazione a questo programma?

B: "Non avevo ancora letto questa domanda e vedo che inizia con una sorta di descrizione della mia persona, di delineazione delle principali e inequivocabili caratteristiche che mi appartengono, caratteristiche che, guarda caso, avevo già enunciato nelle risposte precedenti.

Fondamentalmente, nel concreto, nella vita lavorativa e non, quotidiana, non è cambiato assolutamente nulla. Ma importante è il cambiamento nel mio mondo interiore, la mia autostima, per esempio, che prima era veramente al livello di minimo sindacale, ora è invece maggiore, mi sento più sicura e mi sento, sarò ripetitiva, considerata, voluta, desiderata. "


5) Il fatto che altri ( ammiratori, compagni dell’avventura televisiva, fans) riconoscano in lei delle qualità o semplicemente esprimano simpatia verso il suo percorso televisivo, può, secondo lei, accrescere l’autostima operando significativi cambiamenti al proprio modo di essere? 

B: "Di nuovo ho anticipato contenuti della domanda successiva. Ho già detto che la mia autostima è cresciuta, sono più convinta di piacere e di essere desiderata, dai bimbi agli adulti senza distinzione di sesso. Nonostante ciò io rimango sempre una persona che "vola basso", che non si monta la testa, che sa che nella vita deve sempre impegnarsi per guadagnarsi la stima, l'amicizia, la simpatia altrui e per avere successo nelle piccole e grandi cose della vita. "


Ringrazio moltissimo Barbara De Santi per aver voluto prendere un caffè con Socrate ed uno con Walt, innanzitutto per la disponibilità, per la gentilezza e per l’accuratezza con cui ha risposto alle domande, e poi per aver fatto luce su aspetti e dinamiche psicologiche ed emotive che molto spesso vengono offuscate dai riflettori televisivi, e che invece rivelano una umanità profonda e tangibile, una umanità che risplende di tutte le sfaccettature di cui è composta e della quale  la televisione non è che diffusore, un faro che non si teme quando ciò che riflette è l’autenticità, seppure nelle proprie insicurezze e mille contraddizioni! Barbara De Santi, inoltre, ha fatto luce su un altro aspetto della televisione conferendole  un valore aggiunto  sfruttandola come momento di maturazione personale e crescita anche interiore, nella consapevolezza di trovarsi davanti un mezzo appunto da usare e non dal quale essere usati, perché come diceva il filosofo Kant “l’uomo è sempre fine e mai mezzo”. Grazie ancora Barbara con l’augurio che possa continuare il tuo cammino con la stessa veridicità e consapevolezza di oggi!