martedì 15 settembre 2015

Il travagliato fattaccio di una quotidianità selvaggia

foto tratta dal web da www.ultimabattuta.it


Il fatto che quando si entra in una giungla non si sa se, come e quando se ne possa uscire vivi è risaputo. Così a sfogliare Il Fatto Quotidiano che ci si imbatta negli sputi su qualunque cosa e chiunque di giornalisti come Travaglio, e giornalisti pseudo-tali come Selvaggia Lucarelli è cosa nota tanto quanto vecchio è il mondo. Ma, mentre la sputazza di Travaglio qualche volta centra il bersaglio, quella della Lucarelli sembra essere un tic nervoso, una sorta di naturale predisposizione a gettar saliva su qualsiasi cosa le capiti a tiro…un po’ come quei vecchi bavosi che hanno contribuito alla sceneggiatura del film Titanic mentre guardavano un film porno…sì, scoop, quello di Spielberg non era mare, era la raccolta della saliva di taluni tizi…; salvo restando a non sputar in cielo, visto che poi in faccia le torna. E così per leggere un suo articolo su FQ inside online il lettore deve sborsare ben 179 euro e passa…Non ci sarebbe nulla di nuovo né da meravigliarsi di alcunché o da scandalizzarsi se non fosse che la stessa in uno dei suoi preziosissimi articoli getta “la petrella e nasconde la manella “a scapito di una Curia del sud che ha osato chiedere 25 euro per sbrogliare le pratiche burocratiche, così come si fa quando si devono trasmettere i documenti di matrimonio al comune di appartenenza, onere dell’ufficio parrocchiale in cui si è svolto il matrimonio, di una poveraccia che ha chiesto di sposarsi nella povera, degradata, malfamata costiera amalfitana…C’è da chiedersi se davvero sia il caso di fare una colletta per questa poveraccia che ha disdegnato di sposarsi nella sua parrocchia di appartenenza per poter avere una location che tutto il mondo ci invidia…tra l’altro il pranzo al ristorante sembra glielo regalino…beneficenza per poveri mendicanti. Ecco, ma non finisce qui….La nostra cara Selvaggia invoca l’aiuto del Santo Padre perché 'sta povera elemosiniera in procinto di sposarsi ha trovato nella lettera consegnatale dalla Curia nientepocodimenoche un bigliettino di un poveraccio che cerca di accaparrarsi qualche cliente truccando le povere spose senza tetto…C’è chi trucca le notizia aggratis, e chi trucca le spose a pagamento( per talune è già tanto che non venga consegnato un biglietto aereo diretto per Lourdes tanto che fanno concorrenza ai pozzi in ceramica Ginori per le quali solo un miracolo le salverebbe!) .In ambito giornalistico se trasponiamo la faccenda si tratterebbe di una marchetta…un po’ come quella che il Fatto Quotidiano fa a FQ inside inserendo nel titolo della suddetta faccenda il link che ti rimanda direttamente al pagamento dell’abbonamento per leggere queste indispensabili notizie capaci in loro assenza di toglierci il sonno…Essì, puntando sul fatto che il lettore medio si ferma alla lettura delle prime tre righe del titolo, purchè non le superino, ecco che si avvalgono di una “giornalista” come la Lucarelli che si accontenta , in cambio di qualche riga gettata qua e là, di una scorta di pasticche per lavastoviglie per evitare di scheggiarsi gli artigli nel lavaggio dei piatti…meglio affinare le unghie nella melma, fa più figo e non impegna…e poi si sa che la melma attira le mosche, che rifugiandosi nella quale, sfuggono al pericolo di essere fagocitate da altri animali...

venerdì 11 settembre 2015

Una mamma e la strana faccenda del gender...

Nel marasma generale di chi dice che non esistono teorie o ideologie gender e di chi, invece, sostiene che vi sia un preciso disegno a discapito della famiglia  ecco che c'è una mamma, come me, che per quanti libri abbia letto, informazioni abbia reperito, siti visitati e stravisitati tanto che potrebbe diventare un tour operator del web con titolo conferito ad honorem tanto il tempo passato a reperire dati che nemmeno per la stesura della tesi di laurea ha impiegato...ecco, dicevo, una mamma come me che rimane perplessa davanti al termine "gender" ma che in questo caos di rara nebulosità, è finalmente arrivata a delle conclusioni (a confronto le sedici ore di travaglio per "sfornare" il primogenito sono una passeggiata nel parco singing in the rain!)

Il campo di battaglia su cui si può capire davvero la questione gender è la propria quotidianità.

Ossia, se io ho ben presente i principi secondo i quali voglio crescere i miei figli, alcune cose o teorie, idee o proposte fatte dalle stesse scuole si eliminano in automatico...è un pò come avere un figlio allergico al latte...è chiaro che il latte è contenuto in tanti alimenti, presentati in forme e colori diversi ( giusto per citare un must della musica italiana, ossia Ligabue) per cui, quando vado al supermercato e leggo sull'etichetta dei prodotti "lattosio", giro i tacchi ( veramente i talloni, a meno che il tacchettino invisibile delle ballerine possa definirsi tale) e me ne vò altrove.

Ecco, io e mio marito sappiamo bene cosa vogliamo e cosa non vogliamo per i nostri figli, per cui se io so che i miei bimbi non si toccano, qualora mi si presentasse a scuola un programma con un corso che mi dice che è contemplata la possibilità di illustrare le parti anatomiche dei miei bimbi indicandole o mostrandole attraverso un gioco o altro, io me ne terrei ben lungi...e non chissà  per quale motivo di origine puritana, religiosa o pseudo tale, o peggio ancora politica o pseudo tale  o, ancora,  perchè ho paura di chissà cosa ma perchè ho chiaro il netto il confine tra l'insegnamento che la scuola può conferire e quello che i miei bimbi riceveranno in famiglia...e c'è un campo, una sfera, uno spazio che racchiude il concetto di "intimità" fisica e non, il cui accedervi è compito oneroso, difficile, spesso ostico che se lasciato in balìa del solo desiderio di delegare o conferire informazioni generalizzate, per quanto può essere buono il fine e lo scopo, come l'evitare discriminazione tra pari, può davvero essere pericoloso minando l'equilibrio dei nostri futuri uomini/donne se non contestualizzato e se non accompagnato da una variabile essenziale in cui il bambino possa sperimentare un amore esclusivo ( variabile essenziale come detto sopra) per lui che è accoglienza, ascolto, tenerezza, peculiare dell'ambiente familiare ( di quelle famiglie non "malate" ovviamente) che non può e non deve essere delegato, perchè materia unica ed irripetibile, nella sostanza e nel tempo, unica via per poter davvero accostarsi a quella sfera intima che rimarca l'unicità di quell'esserino che abbiamo davanti.

Se io credo, e sottolineo se, che tra la famiglia e la scuola debba esserci una sinergia, nè l'una, nè l'altra credo debba offendersi o trincerarsi dietro chissà quale corazza qualora vengano fatte delle proposte, che il mittente sia la famiglia o la scuola...per cui, io genitore, mi informo, studio ma ancor di più, come un sarto che cuce il vestito su misura, confronto le proposte fattemi dalla scuola con la maturità dei miei figli, con le tappe cognitive che stanno attraversando, e non di meno con il buon senso.

Ogni famiglia dovrebbe avere un progetto educativo ben strutturato per i propri figli in cui si definiscono le linee guida dell'educazione da impartire ai propri figli non trascurando un aspetto fondamentale, ossia che ogni figlio è una persona unica ed irripetibile e come tale necessita di un "piano di educazione individualizzato" perciò come mamma rivendico un diritto sul quale non voglio abdicare: ossia essere resa partecipe dei programmi, corsi, metodi adottati dalla scuola affinchè possa esprimere il mio parere forte del fatto che è in ballo la vita dei miei bambini e qualora per qualche motivo non fossi d'accordo con le linee guida adottate dalla scuola, poter muovere mozione senza essere tacciata in automatico di "arretratezza, bigottismo, spirito medievale, idee retrograde e/o anti progressiste"a seconda di come tira il vento che muove la banderuola politica che governa il Paese.

Il pluralismo è questo: tu proponi, io accetto o meno, ma se tu proponi/imponi questo non è pluralismo ma dittatura, perchè se poi denigri, irridi e non ascolti allora due sono le ipotesi: o fingi di proporre per imporre, e quindi mi prendi in giro, o non riconosci la mia autorità nel ruolo di genitore, nello specifico mamma e papà, e quindi ti poni un gradino sopra la famiglia stessa, ed è un controsenso inutile e dannoso perchè la stesura del progetto educativo spetta alla famiglia, in prima istanza, tutto il resto è un pezzo da incastrare. E' come se ad un certo punto i cavalli decidessero di andare dove vogliono senza le istruzioni delle redini del cocchiere...


Per cui credo che personalmente ho il dovere di intervenire qualora ci siano cose che non capisco, anche solo per chiedere, per avere delucidazioni e osservare la buona riuscita o meno delle proposte che ho eventualmente accettato o rifiutato. E questo mio dovere è un diritto che nessuno può togliermi, che va riconosciuto e rispettato nella consapevolezza che ci sono compiti educativi che spettano a ruoli familiari ben definiti che non possono essere sostituiti nemmeno dal miglior programma educativo scolastico candidato al premio Nobel.

Per cui non è importante che ci sia la dicitura o meno "gender" su qualsiasi programma o corso proposto, ma l'importante è avere ben chiaro quello che si vuole per i propri figli, stilare un progetto che merita dedizione, costanza, attenzione, impegno, tempo e amore, quella variabile senza la quale ogni cosa può essere spacciata per buona in suo nome, ma con la quale ogni cosa è davvero passata al setaccio perchè ne va della felicità dei nostri figli. Perchè un esperto le risposte le trova sui libri, sulle enciclopedie, sui trattati, nelle leggi...un genitore le risposte le trova nel cuore.


martedì 30 giugno 2015

Ricordi napoletani...il lotto...i numeri..l'umanità.

Ricordo quando da piccola accompagnavo mia zia a "giocare i numeri"...quando ancora non esistevano le macchine elettroniche, schedine e computer ed i numeri venivano annotati su di un biglietto doppio ( di un verdino sbiadito tendente al giallo, ma forse era semplicemente un bianco sporco) su cui la mano veloce del "bigliettaio" nella ricevitoria al Vomero (quartiere collinare di Napoli)  in cima alla ripida scala scriveva numeri incomprensibili quasi più simili ai geroglifici preistorici che a veri e propri numeri...In fila ognuno teneva il proprio biglietto gelosamente custodito perchè "sia mai" qualcuno sbirciasse i propri preziosissimi numeri, il "Non ti pago " di Edoardo De Filippo scorreva nelle vene degli "scommettitori" come sangue e quel piccolo biglietto di carta con quei segni racchiudeva speranze, dolori ( è usanza a Napoli giocarsi i numeri delle date di chi muore, per esempio), tradizioni ataviche e qualche volta storie rocambolesche e divertenti. Ottenuta la ricevuta, si ritornava a casa, come custodi di qualcosa di prezioso e il lume del comò, imponente e pesante fungeva da semplice fermacarte di quel biglietto piccolo e sottile ma carico di aspettative e speranze!
Al mattino, in casa delle mie zie, era un raccontarsi con foga i sogni fatti per poi spulciare sulla smorfia napoletana eventuali significati a cui abbinare i numeri...E capitava che la zia vincesse, piccole somme, ma tutte le volte era un prodigarsi di regali ai nipoti, alle sorelle, ai vicini di casa...si divideva la vincita...una vincita partecipata come quando a Natale l'ambo, il terno, la tombola vinta dalla zia di quelle 10, 20, 50 lire, finiva nelle tasche dei nipoti al momento dei saluti.
Ci sono piccoli spaccati di una quotidianità fatta di riti, di vita vissuta, di scambi di sensazioni e di emozioni che sono indelebili, il cui ricordo evoca un passato intriso di una umanità desiderosa di condividere, di comunicare, in cui la corsa al gioco non era fine a se stessa, ma rappresentava un mondo, quello del dopoguerra napoletano, in cui tentare la fortuna era diventato un lusso...quelle 200, 300, 500 lire, spesso anche 1000, era un modo per le generazioni passate  per esclamare "Ricominciamo a vivere!" e quello che la sorte ci ha fatto subìre senza il nostro consenso, quella guerra, quelle bombe, quel correre alla sirena assordante e angosciante per nascondersi in qualche sotterraneo, quel rincorrere quella medicina e pagarla il triplo del suo reale valore, quel dividersi quel piatto di pasta e mangiare una volta al giorno, non per mantenere la linea ma per mantenersi in vita, era un modo per investire nei propri sogni e gridare al mondo che la guerra era solo un brutto ricordo...
Mia zia qualche volta vinceva al lotto...ed in quella busta tutta "mappocciata" consegnata al bancone lungo e pieno di vetrate del Santuario di Pompei sono custodite le sue vincite in cambio di preghiere e messe...quando i soldi non erano il fine ma solo un modo per essere più generosi ed anche un modo per fare del bene....!

mercoledì 24 giugno 2015

I genitori non hanno pezzi di ricambio ed i figli non sono pezzi assemblati.

Avere due bambini piccoli significa farsi una cultura cinematografica di film di animazione che manco il miglior esperto cinefilo può immaginare nelle fantasie più utopistiche! E così vedi e rivedi, schiaccia e rischiaccia il tasto "play" che alla fine oltre che imparare a memoria tutte le battute dei personaggi preferiti dai tuoi bimbi, catapultata in una dimensione "altra" fino ad avere allucinazioni notturne di Toy o di Maleficent ti sovvengono delle riflessioni che forse forse tutto hanno fuorchè elementi allucinatori.

Vedevo Rio, il cartone ambientato nella foresta amazzonica i cui protagonisti sono due adorabili uccelli blu in via d'estinzione e la loro dolcissima storia d'amore.

L'uno cresciuto in cattività, in gabbia a contatto con gli esseri umani, l'altro invece in piena libertà, alla  maniera selvaggia, così come si confà alla sua natura.

E pensavo che in fondo anche noi esseri umani, avendo uno spirito adattivo molto sviluppato, se ci fanno nascere in un ambiente che poi in fondo non è il nostro naturale ci adattiamo, ci adeguiamo, riusciamo a trovare mille risorse che possano rispondere ai nostri bisogni più reconditi e più atavici.

 Basti pensare a Mowgli del Libro della giungla, che in fondo non è che la rivisitazione del buon vecchio Tarzan. Questi sono solo frutto di fantasie ma si ricordi ad esempio la storia uscita nell’aprile del 1988 in cui la stampa italiana riportava il caso di Werner, un bambino di quattro anni allevato a Düsseldorf da un cane, ragion per cui annusa, mugola e mangia come tale. Lo stesso faceva il bambino delle colline trevigiane, lasciato solo per lunghi periodi.. Molti altri casi sono stati annoverati nel libro di L. Manson (I ragazzi selvaggi, Milano 1971) e dalla stampa in riferimento alla Romania e all’Estonia; qui nel 2011 la polizia prese in custodia quattro bambini che i genitori alcolizzati avevano cresciuto insieme ai loro quadrupedi. Come Tarzan, altri bambini sono stati allevati dalle scimmie, seppur con risultati molto meno felici per il loro sviluppo mentale e fisico. Un documentario della RAI fu girato nel 1984 su Baby Hospital, la bambina della Sierra Leone allevata da una tribù di scimpanzé, ricoverata poi in un ospedale. Quando l’hanno trovata, Baby Hospital aveva i capelli lunghi, non sapeva parlare ma solo emettere gridolini, né camminare eretta. Venne rinchiusa in una stanza, come un animale ridotto in cattività. Ha poi imparato a nutrirsi, ma non sa né sorridere, né usare le mani. Altri casi sono stati raccolti da Anna Ludovico, secondo la quale sono circa cinquanta quelli studiati fino ad ora di bambini che hanno vissuto in ambiente selvaggio. ( cit. http://www.larondine.fi/cultura/un-secolo-di-tarzan.html)

Cade così la teoria dimostrativa che se i bambini sono abituati a vivere in un ambiente in cui ci sono due mamme e due papà non sentiranno mai la mancanza dell'una o dell'altra figura. Non la sentiranno non perchè una mamma ed un papà possono essere sostituiti a dovere ma semplicemente perchè in fondo il ruolo è stato sostituito deliberatamente da due adulti da un altro prototipo scelto apposta per loro, in cattività. Cade perchè se ai bambini neghi la possibilità di conoscere il proprio papà o la propria mamma il sentimento di mancanza è viziato dalla negazione di una realtà sostituita da un'altra offerta che è l'unica che i bambini figli di coppie dello stesso sesso conosceranno. E' una teoria che non sta in piedi, se al bimbo non fai mangiare mai la cioccolata è ovvio che non te la chiederà mai, non conoscendola.

Il dibattito sulla genitorialità come diritto degli adulti è  molto acceso in Italia e l'impressione che mi sono fatta è quella che si parla di diritti di tutti eccetto dei diritti dei bambini. Io sono dell'idea che i genitori non abbiano pezzi di ricambio e che tutti i riempitivi possibili, le sostituzioni possibili non potranno mai rimpiazzare quello che la natura ha riservato per tutti, ossia nascere da una mamma e da un papà.

Sono dell'idea che l'amore non è solo sentimento ma anche impegno, progetto di vita, sacrificio, rinuncia, per la felicità dell'altro anche quando significa rinunciare ai propri diritti per far spazio ai diritti dei più deboli. E non vi è nessuno di più debole di un bambino nel grembo materno che non ha voce. Io non mi opporrò mai a due persone che si amano a meno che queste due persone non chiedano al bimbo che concepiscono non per natura ma comprandolo o affittando un utero di una donna o concependolo nella fredda provetta di un laboratorio chimico, di rinunciare ad una mamma o ad un papà o peggio ancora ad essere selezionati in base alla loro "bontà" genetica ( ma questo merita un discorso a parte).

L'ipocrisia di questa concezione di vita in cui i figli sono un diritto sta nel non permettere che un figlio rinunci al viaggetto a Cuba, che rinunci al cellulare ultimo grido o alla migliore istruzione o allo sport dopo la scuola o...o...o... ma si permette  che questi bimbi, non già nati, ma da concepire, rinuncino al diritto naturale di avere una mamma ed un papà. Non lo trovo giusto. I genitori non hanno pezzi di ricambio. L'amore non credo sia questo.
 Questa è un'emozione di chi vuole vivere una genitorialità ad ogni costo anche se il prezzo da far pagare lo si fa pagare al bimbo che si progetta. Chi è veramente genitore è disposto anche a rinunciare a questa grande emozione per non veder monchi di una parte di cuore i propri figli. 

Sentire il bisogno di riversare su un figlio l'amore che si ha da donare non significa amare il figlio. Il figlio lo si ama quando per il suo bene, e unicamente per quello, si è disposti a mettersi da parte, a rinunciare ad un proprio diritto per far spazio al benessere totale del figlio. Il fatto che l'essere monchi  di un padre e di una madre, non si veda ad occhio nudo, come lo si può vedere l'essere monchi di un braccio o di una gamba, non significa che il figlio non soffra di una sottrazione che gli è stata fatta già nel progettarlo, già nel concepirlo. L'essenziale è invisibile agli occhi, anche quando questi occhi appartengono ai genitori che "programmano" il figlio. 

Nessuno mette in dubbio il fatto che due persone dello stesso sesso possano amare un figlio allo stesso modo se non di più di coppie da cui il figlio per natura nasce da una mamma e da un papà. 

Il punto non è questo. 

Il punto è perchè progettare di far nascere un bambino senza una mamma o senza un papà che per natura gli sono stati donati allo stesso modo come gli sono stati donati gli occhi, le braccia, le gambe, il cuore? 
Non è forse egoismo chiudere un uccello in gabbia prospettandogli una realtà che non è la sua, quand'anche questa fosse dorata, facendogli credere che quella gabbia sia tutto il suo mondo precludendogli la sua stessa natura di essere vivente nato dall'incontro di un maschile e di un femminile?

La vita è un miracolo, i figli sono un dono, e per quanto la nostra mente possa concepire il miglior mondo possibile per i nostri figli, il miglior mondo per loro lo si comincia a costruire rispettando, accogliendo, amando una vita diversa da noi, lontana mille miglia dai nostri progetti, un essere da scoprire, da accudire, da curare, ma soprattutto da considerare come persona e non un involucro in cui riversare i nostri desideri o capricci...

Il vero "diverso" da rispettare è proprio quel bambino che noi accogliamo e di cui siamo responsabili sin dal suo concepimento. Lui non ha voce, è in balìa di chi in quel momento lo stringe al cuore, tra le braccia, di quella mamma e di quel papà anch'essi partecipi di un miracolo naturale scaturito dall'amore e dal progetto di famiglia che ha permesso a quel bambino di affacciarsi alla vita. Un miracolo così grande che nessuna mente umana sarebbe in grado di progettare così alla perfezione nello stupore della scoperta che un neonato può regalarti. 

La natura un giorno ci chiederà conto del nostro intervento nei miracoli che solo lei è in grado di fare, e così come la terra si sta ribellando alle violenze che nei secoli le abbiamo imposto ci chiederà il conto, il cui prezzo, io da mamma, preferirei pagare in prima persona ma mai far scontare ai miei figli.

Nel rivedere Rio mi continuerò a chiedere: e se quell'uccello fosse nato non in una gabbia ma nella sua foresta avrebbe potuto forse essere più felice? ... Tutti hanno diritto alla felicità, ma se questa felicità mia di oggi può significare una sottrazione ai miei figli domani, e non solo in termini di affetto e di amore, ma anche in termini culturali, sociali, di tappe fondamentali di costruzione della propria identità e personalità, di bisogni personali, io a questa felicità ci rinuncio volentieri. 

I figli si accolgono, non si programmano; i genitori non hanno pezzi di ricambio ed i figli non sono pezzi assemblati. 

lunedì 15 giugno 2015

Premio Hystrio alla vocazione 2015 premia i giovani talenti: Andrea Cioffi


Quando l'amore per il teatro si trasforma in premio è perchè qualcuno  ama a tal punto il palcoscenico da non poter non offrire occasioni di visibilità, inserimento professionale e formazione approfondita a qualche giovane che ha intrapreso i primi passi calcando quelle tavole di legno come si fa con le tavole da surf in cui l'irruenza ed imprevedibilità del mare ha assonanza con le varie anime che prendono vita su quel palcoscenico e che sono un ponte tra la realtà e l'immaginazione, tra il proprio cuore e chi li osserva, tra la propria passione e la passione del pubblico. Così nel 1989, Ugo Ronfani, fondatore della rivista Hystrio, decide di fornire una grande opportunità alle nuove generazioni di attori che danno forma e stile alla propria anima chiamata ad incarnare quell'umanità che osservata sotto i riflettori del palcoscenico assume quell'aspetto catartico che rende il pubblico protagonista delle interpretazioni di ogni singolo attore, chiedendosi talvolta se vi sia davvero un confine tra la propria anima e quella dell'attore che in quel momento sta forgiando finemente per renderla tangibile e visibile.

Il Premio Hystrio alla vocazione 2015 vede candidati giovani attori uniti dall'amore per il teatro in cui il Teatro non è un hobby, non un passatempo, non una mestiere...bensì la risposta ad una chiamata: la propria vocazione di attori!


Personalmente ho il privilegio di conoscere uno dei candidati al suddetto premio, di aver visto gli albori della sua chiamata, le cadute, i successi, le sofferenze, la fatica, la gioia, l'allegria che hanno costellato la strada che sta percorrendo non senza dubbi nè perplessità ma con la forza che solo chi ha ben chiaro l'obiettivo del proprio impegno sa fare. Eccone una breve biografia...e qualora vincesse il premio, Andrea mi ha promesso un'intervista...( io come minimo mi sarei aspettata che mi offrisse un caffè...)




Andrea Cioffi nasce il 2 Maggio 1990. E le prova veramente tutte. Dopo aver tentato la strada del fumettista, con scarso successo, si dedica al teatro e alla drammaturgia, con maggiore serietà. Diplomato alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova, prosegue la carriera di attore tra cinema e teatro, parallelamente a quella di drammaturgo, debuttando con i testi da lui scritti “Il Lago degli struzzi” e “Il canto del cuculo”. Qualche malizioso alluderà ad una sua passione malcelata per gli uccelli. Non starà qui a raccontare tutte le sue rocambolesche avventure in cui per stilare un curriculum non basterebbero quattro soffici rotoloni di carta igienica Regina, non racconterà neppure di quella volta, nel giugno 2014, in cui ha lavorato con Giorgio Gallione e Claudio Bisio, per Father and Son, né di quando, nel maggio dello stesso anno ha firmato la regia di Othello, un progetto di integrazione razziale, sul testo di William Shakespeare. No va’, oppure di quando ha lavorato con Ambra Angiolini.... né, tantomeno, di quando lo trovarono nudo, danzante a quella festa che… di questo non parla davvero... Nell’autunno 2014, durante l’impegno a teatro con Gigi Savoia, per “Ditegli sempre di sì” nasce Giannano. Personaggio di fantasia, già presente nelle allucinazioni dell’autore e presto, mi auguro, nelle vostre. Storie di un papà alle prese con un figlio speciale...
Foto pubblicata su facebook dalla pagina ufficiale del Premio Hystrio
Con una fucina di progetti in pentola, che da buon napoletano per scaramanzia ancora tiene sotto il coperchio, concorre per l'assegnazione del Premio Hystrio 2015...
Attualmente Andrea Cioffi è nelle sale cinematografiche  con il film di Enrico Iannaccone "La Buona Uscita" ed a teatro con la Compagnia di Luca De Filippo.


domenica 14 giugno 2015

Napoli non è solo Gomorra, Napoli può essere molto peggio…i lucky men partenopei!

Ha il colletto della polo sempre alzato, abbronzato di quel dorato preso sulla sua barca stramilionaria che usa 15 giorni all’anno al massimo ( perché l’estero rimane una delle sue mete vacanziere preferite, se non altro perché così può raccontare le proprie gesta eroiche di aver fatto 16 ore di aereo, di aver mangiato uno schifo sull’aereo, di avere avuto una gastroenterite che manco la protagonista de:"L’esorcista" potrebbe lontanamente immaginare e che l’anno prossimo si cambia compagnia aerea…però il mare…il sole…eh, tutta ‘nata cosa!) dicevamo, quella barca che farla giacere nella darsena per tutto il resto dell’anno gli costa di più che gettarla a mare, sorriso bianco da dentiera che manco Jim Carrey arriverebbe a tanto dopo nemmeno diciassette sedute di sbiancamento professionale dal dentista…il cellulare ultimo grido, che poi in fondo a gridare è solo il conto in banca, una donna accanto sempre parruccata, estetizzata, botulinizzata e, super impegnata in tutto fuorchè in attività che richiedano vero impegno in cui osservare il colore di capelli della gente per strada richiede un impegno pari ad una mini laurea presa alla CEPU ( Capelli e Parrucco Universali) …intento a prestazioni competitive in qualsiasi sport, sci, golf, tennis, tanto che in fondo non si capisca bene ancora cosa gli piaccia davvero; ama gli animali, solo se a debita distanza o meglio se guardati solo in foto; si sente femminista perché qualche volta armato di cucchiarelle di legno, cappello da cuoco e grembiulino con sopra ricamato” sono il re della cucina” prepara piatti paragonandosi al Cracco di turno, perché in fondo far cuocere la pasta gli richiede impegno , arte, concentrazione…La sua fede è credersi bello, sempre, comunque, nonostante l’età, i falsi acciacchi e lo specchio. La fede, si sa, fa miracoli!. Scommette su tutto, cavalli, schedine, nel gioco delle carte, ma in fondo non scommette mai nulla, scommette su tutto, se sono soldi in palio o ostentazioni di qualche virtù nascosta ancora meglio, fuorchè rischiare e scommettere con la propria vita ( non biologica ovviamente si intende!), senza mai mettere in gioco se stesso davvero, rimanendo incatenato ed imprigionato nei suoi schemi, nelle sue comodità, nel suo recinto, in quei comodi clichè in cui una sfida della squadra di calcio  del cuore rimane l’emozione più grande degna di trattati di fiumi filosofici di sti'cazzi( poi magari se gli chiedi qualcosa di politica gli prende un attacco di stitichezza fonetica)non sapendo manco chi sia l'attuale presidente della Repubblica...!. Qualche volta il suo portafogli si apre non solo per vernissage, aperitivi, feste ed eventi mondani….qualche volta si apre per far del bene, per donare ai meno fortunati, a quelli ai quali la solidarietà mondana darà eco per qualche giorno…ma solo per esaltare la grande magnanimità del tipico alto-borghese napoletano che per non apparire troppo cafone condisce il dialetto napoletano con accenti vomeresi o posillipini ( i cosiddetti “chiattilli” ,che manco un milanese riuscirebbe a snaturare e storpiare così bene il vero dialetto napoletano!) . Ha un ego ipertrofico ed ogni occasione è buona per lustrare il proprio individualismo, i suoi amici lo adorano, ha un seguito di amici fedeli pronto ad applaudirlo in tutto considerandolo un fenomeno, anche se fa una scorreggia( con due "r", è più onomatopeica!), la sua è profumata! Lo trovi “giù Napoli” solo per sorseggiare un caffè al Gambrinus, (lì oltre ai turisti ci va la “genteperbene”) o fare la capatina annuale da Marinella ( alle mutande ci pensa la moglie, la compagna, la mamma e qualche volta la tata)…Lui odia la camorra, odia Napoli, ma non come città, Napoli è la città più bella del mondo, ma per la munnezza ra’ gente che vi ci abita…odia il pizzo, il ricatto, la violenza…eppure conosce l’amico dell’amico che non esiterebbe a fare una raccomandazione al nipote della cognata per quel lavoro ai vertici della “Napoli bene”… cede continuamente, a volte inconsapevolmente, al ricatto morale del “pare brutto, gli devo un favore”; che all’amico non fa pagare la visita medica, ma che al poveraccio dice “ purtroppo è il sistema sanitario nazionale, ahimè è necessario pagare”!, che in ospedale ci lavora tizio caio e sempronio e che ci parlo io che ti faccio fare un trattamento di favore, che conosco uno che l’assicurazione dell’auto te la fa pagare meno…perché quei soldi che mi fai risparmiare poi me li brucio alla prossima festa con una bottiglia di Champagne…perché fa più fine e non impegna cagare i soldi piuttosto che rispettare le regole di una società nei confronti della quale si prova un profondo disprezzo…è a favore dell’amore, sempre e comunque poi, sì, sì, sì, sì ai matrimoni omosessuali, adozioni gay, ma quanto ridere del familiare  che ha tendenze gay, che il “viva i gay” gli legittima anche il ridergli alle spalle e farne oggetto di ridicole battute e psicologia da bar per masturbarsi la mente per una serata  in compagnia in cui i" ricchioni" sono banditi, ma con classe ed eleganza,( che i gay si guardino bene non solo da chi hanno dietro ma soprattutto da chi si trovano davanti!) .

E così qualcuno ci ha pensato bene di farci sopra una trasmissione che dia lustro a questa Napoli, che non conosce Brian Eno manco a pagarla, che è abituata a leggere il cartellino dei prezzi piuttosto che un libro o quotidiani, a meno che non si tratti di necrologi o di qualche amico arrestato di cui si parlerà per secoli nei salotti baroccheggianti che sembrano essere le succursali del museo archeologico nazionale. Uno spaccato che rispecchia la morfologia della città…in cui vi è una via Toledo piena di lustro, luccichiì ed arte che non appena giri l’angolo ti ritrovi nei quartieri spagnoli in cui uscire nudo dall’altra parte della strada senza scampo e via d’uscita è la cosa meno peggio che possa capitarti in cui le luci del brilluccichìo di via Roma potrebbero abbagliarti a tal punto da farti così male tanto quanto male potrebbe essere lasciare il motorino parcheggiato nel covone di Santa Lucia!

Se questa è la risposta a Gomorra io dico che siamo ancora molto lontani dalla realtà…che non si risponde alla merda con altra merda, nemmeno se la si ricopre d’oro.

Una città che prima di essere divisa in quartieri, strade, vicoli, viuzze ed edifici, è divisa a schemi come i quadrilateri militari dei romani, in cui il perimetro e le delimitazioni sono invisibili perché sono tracciati e tatuati nella mente dei napoletani, che ti catalogano e ti sanno collocare nello schema giusto al semplice suono di un accento prima ancora che dal conto in banca o dalla zona a cui appartieni. E la solitudine dei napoletani è quella di essere incasellati in categorie ed in etichette che nulla hanno a che vedere con l’identità personale…perché o fai parte di un gruppo oppure “nun sì nisciuno”…



Ma Napoli è la mia città…”tra l’inferno e il cielo… …”(cit. Pino Daniele) e questa rabbia profonda che mi porto dentro nei confronti di questa ipocrisia così dannatamente camuffata da perbenismo mi lacera nel cuore…perché Napoli non è quello che fanno vedere…perché Napoli è molto di più e non può essere ridotta ad un confronto tra diversi modi di vivere che sono diversi solo in apparenza, accomunati dallo stesso disprezzo che assume solo abiti diversi che proviamo gli uni per altri in cui l’orgoglio napoletano esce allo scoperto solo negli stadi di calcio oppure quando si vuole fare scudo contro i pregiudizi settentrionali che spesso schifano noi del sud, noi terroni, noi meridionali in misura molto minore rispetto a quanto ci schifiamo tra di noi, …..napoletani di Napoli…di “Napoli, Napoli” perchè qualche donnina con la puzzetta sotto il naso direbbe che gli altri, quelli che esulano dalla vista di San Martino in giù, non sono manco da considerarsi di Napoli....quelli so'terra terra, quelli sò cafoni!



venerdì 12 giugno 2015

L'organizzazione del tempo come gestione dell'ansia.


Avere in pugno il tempo è perdita dello stesso se non lo si orienta in spazi da rispettare.













E'risaputo che l'ansia sia un'emozione che ha due facce: l'una positiva quando ci si predispone naturalmente ad affrontare una qualsiasi situazione nuova, che genera quella tensione necessaria per convogliare tutte le forze e le energie per predisporci ad affrontare l'evento. L'altra, invece, negativa, che ci vede in preda a confusione mentale, angoscia, disorientamento, destabilizzazione. Tempo addietro visitando dei pazienti autistici gravi  in una casa di cura, rimasi molto colpita da un metodo utilizzato per la loro gestione del tempo che lenisse in qualche modo le loro ansie: ognuno di loro aveva sopra il letto un calendario scandito con orari, attività da svolgere in orari e tempi prestabiliti accompagnati da una loro foto che ritraeva loro stessi intenti a svolgere quella determinata attività. Mi fu spiegato dagli esperti del settore che questo metodo aiuta a visualizzare i compiti da svolgere nel quotidiano e che il fatto di averli costantemente sotto la loro vista leniva loro tantissimo quell'ansia "da prestazione" perchè erano coscienti e consapevoli di ciò che stavano affrontando. Ho sempre sostenuto che l'improvvisazione e la precarietà siano caratteristiche dei tempi adolescenziali in cui l'imprevisto non è schivato anzi è anelato e rappresenta il sale della vita e la routine prestabilita può apparire noiosa e triste. Di contro, crescendo, maturando e confrontandomi con gli impegni quotidiani, le cure costanti che richiedono i figli, con gli umori dei capi e dei colleghi di lavoro, con la burocrazia lunga ed incostante, con la precarietà dei contratti, con gli imprevisti relativi alla salute, ho capito che è necessario non fare della imprevedibilità una regola di vita. Ossia, è fondamentale organizzare la propria giornata, le proprie vacanze, ed il proprio lavoro includendo sì certo la variabile dell'imprevisto ma non "vivendo alla giornata" in balìa degli eventi, rispettando la tabella di marcia prefissata, gli orari degli appuntamenti previsti, il budget che si è riservato a disposizione di qualche spesa, addirittura programmare il proprio tempo libero per non cedere alla tentazione di un'accidia stancante e non di certo rigenerante. Quando decidiamo di vivere così, un pò come viene è come se dicessimo "saliamo sul carro ma facciamoci trasportare dai cavalli". Non credo sia così, non credo debba essere così. Organizzare la giornata significa dare il giusto valore al proprio tempo, rispettare le persone che ci circondano includendole nel tempo da vivere assieme e non assoggettandole alle nostre ansie o peggio ancora umori, programmare le energie, dosando i nostri punti di forza e di debolezza. Vivere il presente con un orientamento non di certo rigido ma nemmeno così labile da doverci indurre a delegare il nostro potere di imprimere un movimento alla nostra vita, essendo questa già socialmente altalenante per fattori che esulano dalla nostra volontà non può che essere un atteggiamento costruttivo. Tutto parte dal concetto di realtà e da come riusciamo ad esserne presenti e realistici per non incorrere in ansie dovute a frustrazioni relative alla nostra personale concezione della realtà che scava scava non ha nulla a che vedere con la realtà stessa. E' per questo motivo che induco sempre i miei allievi ad acquisire un proprio metodo di studio personale, scandire i ritmi, i tempi di studio, consigliare loro un riposino post-prandiale per evitare che il sonno possa essere d'ostacolo allo studio pomeridiano, dosare le proprie forze e perchè no, anche lasciarsi degli arretrati sapendo che vi sarà dedicato un tempo per poterli recuperare. L'analisi della realtà è fondamentale per poterla sostenere, affrontare e vivere appieno...sono sempre più convinta che la disciplina personale sia una grande forza per sentirci davvero sempre padroni di noi stessi e che ci prepari ad affrontar l'imprevisto in maniera matura ed equilibrata nel rispetto di una convivenza sociale civile che condivida un senso comune e non solo il proprio senso centrato intorno ai propri bisogni o peggio ancora ad ansie che possono essere affrontate utilizzando piccoli trucchetti e tecniche facilmente applicabili per tutti.

Avere in pugno il tempo è perdita dello stesso se non lo si orienta in spazi da rispettare.

mercoledì 10 giugno 2015

Non c'è gara, la vita vince sempre !

Era il giugno del 2012 quando "incontrai" per la prima volta la storia di Chiara. Un incontro provvidenziale, visto che da lì a poco avrei salutato per sempre il mio padre putativo, divorato da un cancro che lentamente e senza pietà lo ha mangiato dall'interno consumando il suo corpo ma rafforzando la sua anima e la sua immensa fede nel Signore Gesù Cristo.
Così, in quei giorni di congedo, in cui tutto sembra spogliarsi del superfluo e mirare dritto dritto all'essenziale, costellato di ricordi colorati annebbiati dalle lacrime di dolore ma al tempo stesso resi vividi e quanto mai pieni di sfumature colorate dall'imminente ultimo saluto e nell'assistere alla dolorosa e straziante trasfigurazione dalla vita terrena alla vita celeste, ecco che i social mi permettono di conoscere la storia di Chiara. Chiara nasce in Cielo, il 13 giugno del 2012 dopo aver scoperto di avere un carcinoma alla lingua le cui cure necessarie decide di rimandare per salvaguardare la vita che ha nel grembo: il suo piccolo Francesco. Ma quello che mi colpì della storia di Chiara fu, certo questo gesto coraggioso di mettersi da parte per servire la vita nascente, ma ancor più l'accoglienza che Enrico, il marito , e lei stessa ebbero nei confronti dei figli nati precedentemente, ognuno dei quali già dalle ecografie gestazionali avevano dato chiari segni di malformazioni che li avrebbero condotti poco attimi dopo la nascita alla morte. Hanno deciso di farli nascere per accoglierli nelle loro caldi ed amorevoli braccia ed accompagnarli verso la morte, verso il nuovo affaccio ad una vita ed ad un'esistenza in cui li avrebbero affidati al Signore. La sofferenza acquista un senso solo se illuminata dall'amore, altrimenti razionalmente è inspiegabile oltre che insopportabile. Chiara ed Enrico hanno amato i loro figli non pretendendo da loro nessuna soddisfazione personale, non aspettandosi nulla da loro, non proiettando mai su di loro vanità narcisistiche o prolungamenti del proprio ego, consapevoli che stavano rinunciando per sempre alla gioia di vederli grandi, ma servendo la vita a costo di mettere a repentaglio la propria. Il funerale di Chiara, dicono i media, assomigliò molto di più ad una festa che ad una triste dipartita. Ognuno dei partecipanti ricevette una piantina, simbolo di vita, gioia...Questa storia mi colpì così tanto che quando uscì il libro corsi subito ad acquistarlo per approfondire e conoscere meglio la psicologia di Chiara e del marito, per capire cosa, come quando e perchè si arriva ad annullarsi per permettere ad altri esseri umani di vivere, di venire alla luce e poi congedarsi dalla vita nelle braccia amorevoli dei propri genitori, nel valore di quella carezza che i bimbi morti in grembo per la stessa volontà dei genitori non potranno mai ricevere, perchè l'amore ha bisogno anche di fisicità, siamo umani, abbiamo cuore umano e la carezza di una mamma più di mille parole, più di mille trattati di pedagogia, più di idee riesce a dare un senso a quello che razionalmente è inaccettabile ossia il dolore e la morte. E lì ho avuto la certezza che quello che diceva un grande Santo, fondatore dell'Opus Dei, San Josèmaria Escrivà poteva essere realizzato, ossia che è possibile "Far affogare il male in un mare di bene"...a suon di piccoli passi possibili ( cit. Chiara Corbella Petrillo)..il mare di Chiara è diventato un oceano! 

martedì 26 maggio 2015

Le Womoms

caricatura regalatami da Scleros di moglimammesclerate.blogspot.it
Avendo presentato il progetto relativo alle collane da favola al Fattore Mamma Award 2015 ( il mio progetto era il n.15) la redazione di Womoms (che ha presentato il proprio progetto che poi è stato menzionato come miglior progetto votato sul web) mi contatta per un'intervista...!!! Mi ha fatto immensamente piacere essere dall'altra parte e  auguro alle Womoms di continuare a fare squadra! Ecco la mia intervista....o meglio, l'intervista delle Womoms a me! 

lunedì 25 maggio 2015

Prima le mangi e poi le indossi !

Prima i miei due piccoli pulcini mangiano le mousse alla frutta e poi con un bel lavaggio, manipolazioni, applicazioni, colla, carta, forbici, perline e cordini colorati si indossano: sono le collane che ho creato con le cialde delle coppettine di frutta che i miei bambini adorano...una semplice idea colorata e al tempo stesso....gustosa!





domenica 24 maggio 2015

Luigi ...ed un numero insignificante !

E' proprio vero, ci sono cose che non hanno prezzo per quanti sorrisi elargiscono così gratuitamente, nemmeno se il prezzo appartenesse ad un antico scrittoio in un mercatino dell'antiquariato a Racconigi appartenuto per esempio a....non so...a Luigi....e qualche cosa...non so! 

sabato 23 maggio 2015

Quando succederà che....

Quando a scuola ci sarà un compagno di classe che tutti prendono in giro, che emarginano, che scherniscono, tu non schierarti con i prepotenti ed i bulli, abbi il coraggio di schivarli e di fiancheggiare il tuo compagno. 
Quando a lavoro mobbizzano un collega, quando gli faranno il vuoto attorno, non temere di sostenerlo, lavorare per i prepotenti non è lavoro è schiavitù.
Quando ti proporranno di "fare il furbo" perchè tanto tutti fanno così, ricordati che le tue azioni nell'ombra possono essere una bomba esplosa al sole per qualcun'altro, non cedere alla tentazione di scegliere la via più facile perchè è quella che ti porterà più facilmente nel baratro.
Quando ti offriranno aiuto perchè da solo non ce la potrai fare, non cedere, non accettare se dietro quell'aiuto si nascondono catene che pian piano ti stritoleranno levandoti quanto di più prezioso possiedi, la libertà.
Quando ti chiederanno di mentire ricordati che la verità è l'unica che ti renderà davvero libero, anche a costo di soffrire e di andare controcorrente.
Quando ti inganneranno facendoti credere che , se non sei alla moda e se non hai la macchina più bella ed il cellulare all'ultimo grido, non sei nessuno, non conti, non cedere e non credere a questa suggestione. Un uomo si misura per quello che fa e per quello che è, e non per quello che ha.
Quando ti diranno che sei succube di tua moglie, che hai rinunciato a questo o a quell'altro per la tua famiglia, per i tuoi figli, ricordati che spesso è l'invidia  a parlare, perchè chi è nel baratro tende a trascinare con sè chi viaggia a testa alta.
Gli eroi come Falcone e Borsellino hanno fatto paura, perchè si teme sempre chi porta la luce, chi grida a favore del più debole, chi non teme di avere coraggio e paura al tempo stesso. Perchè il bene fa paura al male. Sempre. In ogni circostanza. Perchè il Bene è più potente del Male ed il vero potere fa paura!
E' questo che dirò a mio figlio, è questo quello che insegna l'esempio di persone vere scendendo nel nostro più intimo e piccolo quotidiano...

venerdì 22 maggio 2015

Cannes, Il Piccolo Principe e l'incanto della favola.

E' notizia di poche ore fa che il film dedicato al famoso libro di Saint-Exupery "Il Piccolo Principe" di Mark Osborne, nei cinema italiani dal 3 dicembre 2015 e presentato in anteprima al 68esimo Festival di Cannes, abbia commosso decine e decine di spettatori proprio nel suddetto festival. Mi sono subito chiesta il perchè, al di là del film in questione, il libro e la storia del piccolo principe eserciti sempre un grande fascino sul lettore. Un libro capace di toccare, nella sua estrema semplicità, le corde più profonde delle nostre emozioni, esercitando quasi un ipnotico effetto alla lettura delle frasi che ne scandiscono il ritmo, a volte incalzante, a volte sospeso in aria, nello spazio limbico, proprio come il pianeta in cui è custodita la rosa speciale del piccolo ometto biondo. La risposta che leggo o che sento udire spesso è che leggendo il libro si ha la sensazione di  tornare bambini, riscoprendo dei sentimenti atavici, che con il diventare adulti vengono annebbiati dalle esperienze spesso frenetiche che non lasciano il tempo di assaporare i momenti che viviamo. Invece, personalmente, penso che il Piccolo Principe rappresenti il passaggio proprio dall'età infantile a quella adulta, quando ancora non si è scoperto il mondo ma lo si intuisce dagli incontri con le persone sul proprio cammino. Quel delicato momento in cui si dà un nome ai sentimenti, alle emozioni, quando l'ingenuità lascia spazio alla volontà, la fantasia alla realtà, quando l'inconsapevolezza dovuta all'età fa posto alle scelte, a quella consapevolezza che non solo il bello ed il bene fa parte di noi ma che possiamo continuamente sceglierlo. Ed è questo che mi affascina del Piccolo Principe, che si pone domande, che rivolge domande ai personaggi che incontra, che si pone in ascolto degli altri tanto che questo ascolto diventa la strada preferenziale verso la conoscenza di sè. E così l'amore non è più solo sentimento, ma cura, ascolto, dolore, impegno e scelta, la scelta di crescere, di far diventare il bambino sprovveduto ed esploratore del mondo in un uomo, parte e soggetto di esso.
Quando nel 2002 visitai Parigi nel bookshop del Louvre acquistai una cartolina "Le Petit Prince" che adesso è conservata in quei vecchi album fotografici (quando le fotografie ancora si stampavano) e che mi ricordano che, come diceva il filosofo greco Aristotele, tutto ha inizio con la "meraviglia" e che stupirsi e interessarsi al mondo che ci circonda è segno di vitalità e amore perciò " Non si vede bene che con il cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".


martedì 19 maggio 2015

Dove l'amore è Reale !

Non è per nulla difficile immaginare che in luoghi così belli come questi due innamorati abbiano trascorso ore ed ore a vivere il loro amore tra i profumi della natura, il polline che incornicia le stradine come fosse neve d'inverno ed il rumore dei cavalli al galoppo che carico d'energia fa saltare qualsiasi ostacolo, compresi quelli del cuore. Nel parco naturale de: La Mandria, in Piemonte, alle porte di Venaria, Vittorio Emanuele II  e la bella Rosina hanno trascorso giorni immersi nel verde dei prati e nel blu del cielo estivo e hanno lasciato a noi posteri la possibilità di visitare questi luoghi pieni di bellezza e poesia tra le opere d'arte degli uomini e le opere d'arte del creato. Un luogo in cui è possibile fare pic-nic all'insegna del sole e dei profumi estivi oppure il posto ideale per lunghe passeggiate a piedi o in bici, o addirittura fare trekking fotografico...L'incontro poi con i cavalli nelle scuderie è davvero emozionante e non solo per i bambini. Il parco è immenso, più di seimila ettari e noi ci siamo ripromessi di scoprirlo tutto...in carrozza, a piedi, in bici o in trenino...di certo senza gli immancabili passeggini dei pupi che scarrozzati a dovere e con l'aria buona hanno schiacciato immemorabili pisolini magari dopo aver gustato una ricca grigliata con barbecue all'aria aperta presso le apposite aree preposte o presso qualche ristoro di qualche cascina avvolta dai campi!


lunedì 13 aprile 2015

Vedi un parcheggio e poi ....muori...!

Un vecchio detto dice "Vedi Napoli e poi muori"...vedendo questa scena immortalata in questa foto scattata al Vomero, in un quartiere collinare di Napoli, in via Pigna, possiamo rivisitare il proverbio e dire "Vedi un parcheggio a Napoli e se lo occupi poi muori!"...
Mi stupisco sempre della fantasia, dell'ironia, dell'inventiva di noi napoletani...un avvertimento di zona a "rischio - rapine" non l'avevo mai visto...lì per lì ho pensato alla solidarietà ed alla generosità tipica del napoletano che magari ha avuto una brutta esperienza e ha voluto allertare gli altri per evitare loro brutti incontri...poi mi son guardata attorno e non essendoci un posto manco a pagarlo, nemmeno al più abusivo dei parcheggiatori, ho trovato l'idea del cartello geniale...un pò come chi mette fuori dal proprio cancello "Attenti al cane" quando in casa di cani manco l'ombra.... 

Fattoria del Gelato

Un grande prato verde su cui riposare, giocare con scivoli ed altalene, casette e castelli a misura di bambino...un gelato da gustare sui tavolini colorati sotto un grande porticato e un cortile con piccoli trattori su cui i bambini possono giocare a fare i contadini...mettici poi una piscina piena di fieno, mucche, asini, pecore, vitellini appena nati, il pollaio, le oche i conigli e la giornata trascorre piacevolmente arricchendo occhi e palato! E' un posto bellissimo a pochi chilometri da Torino, si paga solo il gelato che vuoi gustare e trascorri un paio d'ore all'aria aperta in un posto immenso...senza nessun problema di parcheggio nè di sovraffollamento, anche la distribuzione al bancone del gelato è organizzatissima, visti i tempi frementi di immediatezza seguita al "lo voglio!" dei bambini...Bello! 

lunedì 30 marzo 2015

Nel nome della rosa?....No...! Nel nome del culatello!

 Una gita di una giornata, per chi è di Torino e dintorni, ma anche per chi è d'oltralpe, merita di essere spesa alla Sacra di San Michele...un lungo tragitto fisico che si sposa ad una crescente spiritualità man mano che si calcano i sentieri che conducono al sito che sembra essere stato terreno di scontro tra San Michele e la sua spada infuocata contro il diavolo. Per i meno trascendentali la Sacra è stata il set del film "In nome della rosa" e l'atmosfera ovattata tra i monti innevati non lascia molto spazio al chiedersi del perchè tale location sia stata scelta per tale film di tal portata!
Un ascensore da prenotare alla base della Sacra per chi si muove su quattro ruote e molte ma molte scale da scalare per chi vuole unire lo smaltimento del proprio lardo all'ascesi che la fatica comporta. Per non farci mancare nulla, noi prima di intraprendere l'arduo sentiero abbiamo ricaricato le pile nel "Ristorante della Sacra" in Colle Croce Nera 2.
Siamo una famiglia con due bambini (4 e 19 mesi) non appena arrivati ci hanno servito subito la pasta per i bimbi. Il locale originale da cui dal soffitto non piovono polpette come ben sperava il mio primogenito ma "piovono posate", pulitissimo ( bagni impeccabili); salumi eccezionali , Plin alla fonduta buonissimi e abbondantissimi , vino a calice nebbiolo e mousse al cioccolato leggera e gustosa . Servizio preciso e padroni di casa socievoli ed accoglienti. Che dire? Soddisfattissimi...
Abbiamo unito tutto in una giornata : una gita culturale, una passeggiata salutare, nel senso che ci siamo divertiti a salutare gli amici davanti all'obbiettivo fotografico, tanto sport e fiatone, lardo di colonnata ingerito e mai smaltito ma ottimo carburante per le gambe più arzille e un panorama mozzafiato...senza dimenticare la suggestiva emozione di trovarsi sulle pietre calpestate da un fascinoso Sean Connery che ha dato "eco" ad un libro imperdibile! 
La mia recensione di trova anche su tripadvisor





giovedì 26 marzo 2015

Le convulsioni febbrili nei bimbi piccoli.

E' risaputo che non c'è nulla che spaventi così tanto una mamma quando è alle prese con il primo episodio di convulsioni febbrili del proprio figlio.

Il trovarsi davanti un bambino che perde coscienza ma non del tutto, che trema, che diventa pallido da cui fuoriesce schiuma dalla bocca e irrigidisce tutto il corpo presentando dei tremori fa pensare a chi lo soccorre che stia succedendo qualcosa di irreparabile. Per fortuna non è così, ed è per questo che oggi posto una mini guida utile per prestare i primi soccorsi al proprio bimbo e per non incorrere nel rischio di un proprio infarto! :-P






martedì 17 marzo 2015

Recensioni:La gnosi al potere di Angela Pellicciari.

In un mondo della comunicazione in cui si è abituati ad urlare per farsi ascoltare, del quale si è costretti a subire "verità" conclamate e reputate incontrovertibili acclamate da un tizio con una maschera molto simile ad una museruola alla Hannibal Lecter e che si fa chiamare Adam Kadmon in onda su Italia1 alla stessa stregua di come andava in onda il santone di Wanna Marchi in una qualche sperduta tv commerciale, che paventa complotti fantomatici ed intervista illuminati che di luminoso hanno solo il faro a favore di telecamera, come ad esempio il portavoce ufficiale della massoneria Claudio Bonvecchio, che edulcora l'immagine della massoneria stessa per renderla più potabile ad un pubblico profano e la maschera, come da vizietto ricorsivo, coerente con il proprio stile, ecco che arriva una concreta risposta a suddette pagliacciate.
Angela Pellicciari, scrittrice e studiosa, tralasciate le suggestioni televisive veicolate da personaggi incappucciati che vivono carnevalescamente la storia tutto l'anno, con il suo libro "La gnosi al potere", sobrio, pulito, fruibile anche dai meno addetti ai lavori e con fonti alla mano senza mai abbandonarsi a fanatismi coloriti di umori suggestivi ed isterici che invece tanto caratterizzano le trasmissioni di cui sopra, ci racconta la storia attraverso vicende italiane in un'Europa sempre più propensa all'esaltazione dei diritti del singolo ed alla sua corruzione come mezzo di distruzione di massa.
L'autrice ci parla di gnosi, tecnoscienza, fede, massoneria, ONU, papi, i Savoia, Marx, Mussolini, Pascoli, i Mille e tanto altro ancora con i retroscena curiosi, le cose non dette dai classici libri di storia studiati sui banchi di scuola, tutte documentate e mai solo ipotizzate, delineate con contorni che nulla lasciano alla fantasia ed ad ideologie fumose. Svela i fili dei burattinai che minano l'essenza dell'essere umano fino a trasformarlo in una caricatura di se stesso, per giunta anche fatta male, in cui il limite sembra non più una realtà tangibile e peculiare dell'uomo stesso, ma un ostacolo da superare con ogni mezzo a disposizione anche se il prezzo da pagare è la svendita della propria anima.
Un libro che si legge tutto d'un fiato, quel fiato sospeso misto allo sgomento che si prova nel constatare quanto poco è diffuso tra noi "profani" il senso della storia concreta e non paventata o mitizzata e quanto sia facile cadere in una congiura contro la verità, inconsapevolmente, laddove la coscienza del singolo viene gradualmente anestetizzata dai giullari della storia, ossia da quelli che, come affermava Platone, credono di essere migliori e per tale qualità hanno la presunzione di voler rendere migliori anche gli altri.

domenica 15 marzo 2015

Il sospetto, il sospettoso e il sospettato.

Il sospetto è considerato come una delle manifestazioni preponderanti nei disturbi di personalità, in modo particolare in quella paranoide.
Ma più che soffermarmi sui disagi e su coloro che nutrono sempre continui dubbi nei confronti di chi li circonda e sulla diffidenza che ne deriva, insieme con rabbia e rancore, mi soffermerei sulle "vittime" di coloro che insinuano continuamente realtà che non esistono.

Quando ci si trova davanti ad una persona che presenta un qualsivoglia disturbo, la prima reazione è quella di cercare di portare su un terreno di risoluzione il problema che attanaglia la persona stessa. E questo è il punto di partenza.
In contemporanea, però, a mio avviso, è necessario non commettere l'errore di trascurare coloro i quali rientrano nella cerchia delle più strette relazioni con il malato, in quanto, la vicinanza con esso avrà comunque sortito un effetto proprio su chi li circonda, che se trascurato potrebbe manifestare gli stessi fenomeni devastanti subìti dal malato stesso. Per cui è opportuno concentrarsi sicuramente sulla patologia del malato affinchè possa "risolverla"in qualche modo, ma non di meno supportare anche la rete di persone che hanno rapporti con il malato per salvare il salvabile quando ancora lo è.

Le vittime di coloro i quali sospettano, ossia "i sospettati", si vedono spesso attribuire pensieri che non appartengono loro, azioni e omissioni che neanche balenavano nell'anticamera del loro cervello, costretti a "giustificare" spesso un loro atteggiamento che il "sospettoso" ha su di loro loro proiettato, vomitando su di loro non solo accuse senza alcun reale fondamento ma anche le proprie frustrazioni, insicurezze, l'insopportabile pensiero di non essere al centro dell'attenzione come si vorrebbe ma sospettando di essere presi in giro e di mira dal loro sospettato.

Molto spesso le vittime sono legate da sentimenti di affetto nei confronti del malato per cui è facile che cadano in meccanismi che le facciano trovare imbrigliate senza essere consapevoli di come il tutto sia avvenuto. Esse vivono in uno stato di perenne allerta, spesso spiate, violate nella più intima privacy e prese di mira, controllate a vista, quasi si aspettasse da loro un passo falso per poi essere messe alla gogna proprio da chi elabora delle fantasie distruttive su di loro.

Il sospetto cronico, non legato ad oggettiva realtà, ma frutto delle proprie deviate fantasie mentali, è una vera e propria malattia. Questa può a lungo andare creare stati depressivi e di immobilità in coloro che subiscono le "indagini" del malato o crearne una dipendenza emotiva generando sensi di colpa su colpe del tutto fittizie ed inesistenti o ancora generando, nel migliore dei casi, l'allontanamento della persona con tale disturbo.

La sofferenza di coloro i quali insinuano il male e la malizia in ogni azione del malcapitato sotto l'aura della loro malattia è immensa e devastante. Ancor di più per chi si mobilita, una volta riconosciuta la patologia dell'atteggiamento, per cercare una via di aiuto. Una domanda ricorrente che si fa l'accusato è:"Ma cosa faccio per scaturire questo sospetto?""Cosa posso fare per rassicurare il sospettoso?" e più si cerca di rasserenare e convincere il "sospettoso" che nulla è stato fatto contro di lui deliberatamente e con maggiore intensità cresce il grado di diffidenza dello stesso.

E maggiormente la vittima si mostra coinvolta, dispiaciuta, arrabbiata nei confronti delle accuse che le sono state rivolte e della mancanza di fiducia nei propri confronti così proporzionalmente si alimenta il dubbio, il sospetto, la diffidenza e la malizia del malato.

Ogni stato emotivo (fastidio per le accuse ricevute o tristezza per la sfiducia riposta. ecc.) che si fa trapelare da una parola, da un gesto o da un atteggiamento  a chi soffre di questo disturbo viene vissuto come un campanello d'allarme dallo stesso che usa questi stati emotivi a supporto delle proprie tesi conferendo veridicità alle proprie fantasie ( ad esempio potrebbe pensare:"se si arrabbia così vuol dire che ha la coda di paglia") e, l'emotività stessa, rappresenta il filo invisibile, talvolta la catena che tiene uniti vittima e carnefice.

Un'altra tendenza della vittima è quella di mentire per evitare scontri, dire al malato quello che vuole sentirsi dire, senza successo di risoluzione alcuna anche perchè chi soffre del disturbo paranoide di personalità ha sviluppato una particolare sensibilità nel cogliere la veridicità e l'autenticità delle parole delle espressioni, delle cose dette dalla vittima stessa, essendo ossessionato dalla ricerca di dettagli e particolari a sostegno delle proprie tesi paranoidi e quindi attento ad ogni minimo segnale.

L'indifferenza sembrerebbe essere un buon antidoto per scoraggiare la pretesa del sospettoso di aver ragione, di trovarsi davanti una persona di cui non ci si può fidare, di vedere un secondo fine in tutto ciò che la vittima fa o dice o addirittura non dice.

Per cui, se ci so trova in relazioni affettive di qualsivoglia grado o parentela è bene adottare piccoli trucchi per non alimentare le paranoie del malato, non per uno spirito da "crocerossina" o per inseguire la massima dell'"io ti salverò", perchè spesso accade che solo farmaci e psicoterapie riescano a scardinare le deviate strutture mentali su cui si appoggia questa malattia, ma per vivere serenamente e convivere con una persona che presenta tali problematiche.

Ecco alcuni consigli pratici:
1) Rispondere sempre con un sì o un no alle accuse senza perdersi in discorsi chilometrici o giustificazioni fiume che hanno il solo effetto-domino di aggiungere sospetto a sospetto. Essere chiari e ripetitivi fino allo sfinimento.
2)Non manifestare, per quanto possibile, nessun tipo di reazione emotiva ( sgomento, rabbia, aggressività, tristezza, delusione, dispiacere o paura) ma concentrarsi  sull'oggetto della discussione che trattandosi di pura "fantascienza" ha il pregio che agevolerà l' adozione di  un sano distacco dalla situazione.
3) Non mentire, mostrarsi sempre autentici e trasparenti, senza necessariamente dover rendere conto delle proprie azioni al "sospettoso" e scegliere di rimanere sul "generico" quando non si vuole condividere personali pensieri o azioni. Rispondere con frasi fatte che non lascino spazio a giudizi od opinioni definite.
4) Ricordarsi di delimitare gli spazi di confine su quello che la persona può o non può dire su di voi. Se non si vuole mettere su di un piatto d'argento il proprio vissuto emotivo, sociale, mentale è necessario non lasciare nessuno spiraglio o appiglio al malato per tutelare il proprio mondo interiore e salvaguardare il proprio spazio intimo.
5) Chiedere aiuto ad esperti, informarsi, leggere, studiare.

Naturalmente ogni caso è a sè ma i meccanismi che il paranoico mette in atto sono comuni a chi soffre di questo disturbo e saper prendere le distanze è un ottimo modo per non lasciarsi trascinare in meccanismi psicologici in cui è così semplice essere travolti tanto quanto difficile uscirne una volta catturati.



sabato 14 marzo 2015

Cambiare colore

E' un periodo in cui mi sento fortemente orientata verso il colore rosso.

Ho appena acquistato un paio di scarpe rosse, ho fatto ai capelli dei riflessi rossi, ho scelto come intestazione del blog il rosso.
Incuriosita da questo continuo ricorrere al colore rosso ho fatto una breve ricerca per capire cosa potesse rappresentare psicologicamente la scelta di un colore nella nostra più ordinaria quotidianità ed ho scoperto che molti studi scientifici hanno dimostrato come tra i colori ed il nostro umore vi sia una stretta relazione. Da un punto di vista biofisico la nostra pelle è in grado di filtrare i raggi solari e dunque è sensibile anche alle diverse radiazioni emesse dai vari colori; il nostro organismo perciò, percepisce queste radiazioni e le trasforma in energia chimica modificando le proprie funzioni.
Il che significa che i colori hanno la capacità di modificare anche il nostro umore.

Dal sito dell'ANSA del 9 febbraio 2010 leggo: "Le nostre emozioni 'sono colorate', e quelle dei depressi sono a tinte spente: il loro umore è grigio, perché questo è il colore con cui identificano il proprio stato mentale, mentre gli individui normali lo associano a scale cromatiche più vivaci. Pubblicato sulla rivista BMC Medical Research Methodology, lo studio prova indirettamente il fatto che i colori degli abiti che indossiamo possono essere uno specchio del nostro umore.

L'indagine è stata condotta da Peter Whorwell della University Hospital South Manchester. Aneddoticamente per riferirsi ai nosti stati emotivi spesso usiamo i colori, per esempio si dice essere verde dall'invidia o essere nero dalla rabbia; però finora un vero e proprio studio scientifico sull'associazione tra stati emotivi e colori mancava all'appello. Gli esperti britannici lo hanno eseguito su individui in parte sani, in parte depressi o con disturbi d'ansia.

Quando è stato chiesto loro, presentandogli una scala cromatica, di che colore vedessero il proprio stato mentale del momento, i depressi hanno scelto una scala di grigi, le persone sane invece una scala di gialli. Nella seconda parte dello studio è stato chiesto ai partecipanti di dividere i colori in positivi, negativi e neutrali, poi di scegliere i propri colori preferiti. I depressi sembrano preferire sempre i colori classificati come negativi. Anche i 'colori del nostro guardaroba', quindi, potrebbero essere lo specchio del nostro umore."

Secondo questa ricerca quindi il mio umore dovrebbe essere alle stelle, essendo il rosso un colore acceso, vivace e tendenzialmente positivo anche se nel mio armadio predomina il nero...e qui però l'inconscio non ha nulla da recriminare perchè la scelta del nero è oltremodo consapevole e responsabile: il nero sfina e di triste rappresenta solo il lardo che maldestramente nasconde!

venerdì 13 marzo 2015

Ci sono cose che non hanno prezzo.

Ci sono cose che non hanno prezzo.
Ci sono cose che non hanno prezzo per la scia di ricordi che lasciano.
Per le emozioni che suscitano, per i sorrisi che ispirano, per il sapore ed i profumi che risvegliano.
Così passeggiando insieme ai due polpettini, in un negozio di giocattoli, ammassati a mucchio, quasi nascosti, mi sono saltati agli occhi dei Paperini in gomma, flessibili, morbidosi.

Ho chiesto il prezzo, davvero irrisorio, ma forse lo avrei acquistato quel Paperino che mi guardava con gli occhi languidi anche se fosse stato un pò più costoso.

Ci sono giocattoli che portano con sè un'aura di positività, quella sensazione di tornare piccoli e vedere che tutto il mondo ruotava attorno a quel gioco che si aveva tra le mani...e tutto il mondo era lì mentre proprio tutto il mondo rimaneva fuori.

Fuori da quell'immaginario, da quelle storie, da quelle fantasie in cui i giocattoli assorbivano tutti i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri capricci, ed ai quali si associava inconsciamente un ricordo.
Il sapore di un tempo senza tempo.

E rifletto e penso a quanto sia importante "il giocattolo" per i bambini. Non è solo uno strumento per passare il tempo o per imparare a fare qualcosa ma è un catalizzatore di un universo fatto di sogni, di pensieri, di entusiasmo di felicità...quelle sensazioni che quando sarai adulto torneranno e accenderanno lo sguardo in un normale pomeriggio oberato di impegni, di capricci dei bimbi, di cose da fare di corsa ma che ti permetteranno di fare le stesse cose che stavi facendo con un'energia diversa assaporando per un attimo quella felicità pura e sconfinata di una bambina con in mano un giocattolo...

Quel che abbiamo tra le mani da bambini, rimane da grandi nel cuore...

La meditazione come spartiacque tra i bisogni e le aspettative. Il metodo dello specchietto.

Capita molto spesso che, fagocitati dalle innumerevoli ed intense attività quotidiane , si arrivi alla fine della giornata con la sensazione di "non aver concluso nulla" e nei peggiori dei casi di aver ripetuto delle azioni volte a soddisfare le altrui aspettative senza che da queste azioni se ne sia tratto giovamento o ciò che è peggio con una netta sensazione di insoddisfazione.

Il tempo che impieghiamo nello svolgere le attività in maniera cadenzata e spesse volte sovrapponibile piuttosto che avvicinarci a soddisfare quelli che sono i nostri bisogni ci travolge nel rispondere alle aspettative altrui che non sempre coincidono, appunto con i nostri bisogni.

Per cui il sottile confine tra bisogno e aspettativa viene superato e cancellato a tal punto da farci dire "sì" quando il nostro corpo vorrebbe dicessimo "no", a prendere un impegno per non scontentare qualcuno quando avremmo bisogno di riposare, a fare quella determinata cosa per non deludere qualcuno a cui teniamo, a sovraccaricarci di responsabilità per un senso di colpa indotto da qualcun'altro o per salvaguardare l'immagine che la società e le persone che ci circondano hann di noi...e molte volte ci ritroviamo a soddisfare le altrui aspettative, le richieste che ci pervengono dall'esterno senza che queste si conciliìno davvero con i nostri obiettivi, con il movimento che noi in primis vogliamo imprimere alla nostra vita.

Così un buono spartiacque che possa farci riflettere tra la differenza tra i nostri bisogni interni e le aspettative che il mondo esterno ci impone è quello di ritagliare almeno 10 minuti del nostro quotidiano per fermarci e "raddrizzare il tiro". Ovunque ci troviamo possiamo utilizzare uno specchietto da borsa. Meditare vuol dire "riflettere" e cominciare a riflettere partendo dalla nostra immagine riflessa in uno specchietto è un inizio per stabilire una connessione tra la realtà ed i nostri pensieri.

L'immagine riflessa nello specchietto, che sia un viso stanco, affaticato o sorridente e solare riporterà al nostro cervello dei pensieri che ci indurranno a chiederci "Perchè sono così stanco? Adesso, ora, come posso cambiare ciò che rifletto nello specchio?" Oppure, se i prova un pensiero di benessere e soddisfazione il guardarsi allo specchio potrebbe essere un modo per "complimentarsi" e continuare a motivarsi nel perseverare nel fare ciò che si sta facendo e che genera tale sensazione di appagamento.

Il tempo sottratto alla "riflessione" è tempo che in qualche modo ci chiederà il conto ed è sempre bene fermarsi avendo consapevolezza di farlo piuttosto che fermarsi perchè si è costretti a farlo.

giovedì 12 marzo 2015

L'altra faccia della depressione.


La depressione è una malattia della quale ancora sembra esserci un pò di pudore nel parlarne. Molto spesso i tentativi che coloro che circondano il "depresso" mettono in atto sono tentativi dettati dall'istinto, dall'affetto, dalla speranza di riuscire a sbloccare una situazione con un regalo, una parola, con l'ascolto. La depressione è una vera e propria malattia ed è portatrice di tristezza. 
Un giorno un mio maestro mi disse che tre sono le cose contagiose: l'entusiasmo, il sorriso e la tristezza. E la tristezza rientra proprio in quegli stati maggiormente veicolati da questa malattia, alla quale, curandosi con appositi mezzi e strumenti, tecniche e medicine, laddove venga previsto,  è necessario mettere un perimetro ed arginare per non esserne travolti nel tentativo stesso d'aiuto. E' pur vero che però la depressione nel suo decorso miete molte vittime, non solo il diretto interessato. 
E così una sera immaginai di scrivere proprio ai "prossimi" dei malati di depressione. A coloro che cercano di prendersene cura. Perchè la depressione ha un potere distruttivo che va arginato attraverso la consapevolezza che non sempre il "depresso" è l'unica vittima di questa terribile malattia e che bisogna ben guardarsi da assumere atteggiamenti negativi, perchè la malattia insorge e si cementa proprio nel terreno che non lascia spazio agli altri, nel terreno dei pensieri rivolti costantemente verso se stessi, nella mancanza di speranza, nelle continue lamentele, nel focalizzare l'attenzione sempre sul brutto...la depressione è una malattia che se alimentata può insorgere da piccoli gesti quotidiani compiuti automaticamente che hanno il potere di trasformarci in un peso anche per noi stessi. 


A Te, che tante volte hai tentato di cambiare le cose,
che hai provato a far sorridere,
che hai provato a far distrarre,
che hai provato con gli abbracci, le carezze, l'ascolto.
A te che hai tentato ogni strada che era nelle tue possibilità,
che sei diventato pagliaccio e dottore allo stesso momento,
che hai prestato la tua forza,
che hai violentato il tuo carattere,
a te che hai pregato.
A te che hai studiato ogni possibile soluzione, che hai chiesto, 
che ti sei informato.
A te che hai chiesto aiuto.
A te che sei bersaglio.
A te che ami e che hai amato.
A te che ti sei rassegnato, che hai pianto, che hai urlato.
A te che ti sei arrabbiato davanti all'evidenza.
A te, che ti sei raccontato un mucchio di bugie.
A te che hai creduto di impazzire.
A te che non ti sei sentito mai abbastanza.
A te, chiunque tu sia, figlio, madre, padre,moglie, marito, sorella o fratello del 
depresso
a te va il mio pensiero.
E ricordati di non soffocare il tuo cuore...ricordati che il sorriso è la linfa vitale per te e per "lui", per "loro".
Come te
anche io penso che a qualcosa, un giorno, tutto questo servirà...
un giorno ne capiremo il senso..intanto sorridi.
A te dedico la poesia di Alda Merini...perchè dietro un depresso c'è un mondo, che non è solo il suo...

Il depresso - Alda Merini
Il depresso è un’anima instabile, luttuosa, morta.
Non ci vuole molto ad essere depressi.
Basta un po’ di luna storta, un vento che non è gradevole,
una donna non sincera, qualche colpo di sfortuna.
Il depresso è cavilloso, anomalo, iettatore.
Fa finta di cantare ma in effetti si lamenta.
Il depresso puo’ avere anche un amico,
un poveraccio incolpevole, che si da’ un gran da fare
per vederlo sorridere.
Ma il depresso no, non ride, e l’amico volenteroso
Finisce per morire sconfitto.
Il depresso è come un vigile urbano
Sempre fermo sulla sua catastrofe.
Si comincia da bimbi ad essere depressi
Da grandi si diventa perfidi.
Il depresso non se ne accorge
E intorno a lui muoiono persone
Che tentano di salvarlo e finalmente
Dopo aver distrutto un intero mondo di eroi
Il depresso rimane felice: è finalmente libero.
Il depresso ti annienta, ti uccide,
ma finalmente ride.