lunedì 30 marzo 2015

Nel nome della rosa?....No...! Nel nome del culatello!

 Una gita di una giornata, per chi è di Torino e dintorni, ma anche per chi è d'oltralpe, merita di essere spesa alla Sacra di San Michele...un lungo tragitto fisico che si sposa ad una crescente spiritualità man mano che si calcano i sentieri che conducono al sito che sembra essere stato terreno di scontro tra San Michele e la sua spada infuocata contro il diavolo. Per i meno trascendentali la Sacra è stata il set del film "In nome della rosa" e l'atmosfera ovattata tra i monti innevati non lascia molto spazio al chiedersi del perchè tale location sia stata scelta per tale film di tal portata!
Un ascensore da prenotare alla base della Sacra per chi si muove su quattro ruote e molte ma molte scale da scalare per chi vuole unire lo smaltimento del proprio lardo all'ascesi che la fatica comporta. Per non farci mancare nulla, noi prima di intraprendere l'arduo sentiero abbiamo ricaricato le pile nel "Ristorante della Sacra" in Colle Croce Nera 2.
Siamo una famiglia con due bambini (4 e 19 mesi) non appena arrivati ci hanno servito subito la pasta per i bimbi. Il locale originale da cui dal soffitto non piovono polpette come ben sperava il mio primogenito ma "piovono posate", pulitissimo ( bagni impeccabili); salumi eccezionali , Plin alla fonduta buonissimi e abbondantissimi , vino a calice nebbiolo e mousse al cioccolato leggera e gustosa . Servizio preciso e padroni di casa socievoli ed accoglienti. Che dire? Soddisfattissimi...
Abbiamo unito tutto in una giornata : una gita culturale, una passeggiata salutare, nel senso che ci siamo divertiti a salutare gli amici davanti all'obbiettivo fotografico, tanto sport e fiatone, lardo di colonnata ingerito e mai smaltito ma ottimo carburante per le gambe più arzille e un panorama mozzafiato...senza dimenticare la suggestiva emozione di trovarsi sulle pietre calpestate da un fascinoso Sean Connery che ha dato "eco" ad un libro imperdibile! 
La mia recensione di trova anche su tripadvisor





giovedì 26 marzo 2015

Le convulsioni febbrili nei bimbi piccoli.

E' risaputo che non c'è nulla che spaventi così tanto una mamma quando è alle prese con il primo episodio di convulsioni febbrili del proprio figlio.

Il trovarsi davanti un bambino che perde coscienza ma non del tutto, che trema, che diventa pallido da cui fuoriesce schiuma dalla bocca e irrigidisce tutto il corpo presentando dei tremori fa pensare a chi lo soccorre che stia succedendo qualcosa di irreparabile. Per fortuna non è così, ed è per questo che oggi posto una mini guida utile per prestare i primi soccorsi al proprio bimbo e per non incorrere nel rischio di un proprio infarto! :-P






martedì 17 marzo 2015

Recensioni:La gnosi al potere di Angela Pellicciari.

In un mondo della comunicazione in cui si è abituati ad urlare per farsi ascoltare, del quale si è costretti a subire "verità" conclamate e reputate incontrovertibili acclamate da un tizio con una maschera molto simile ad una museruola alla Hannibal Lecter e che si fa chiamare Adam Kadmon in onda su Italia1 alla stessa stregua di come andava in onda il santone di Wanna Marchi in una qualche sperduta tv commerciale, che paventa complotti fantomatici ed intervista illuminati che di luminoso hanno solo il faro a favore di telecamera, come ad esempio il portavoce ufficiale della massoneria Claudio Bonvecchio, che edulcora l'immagine della massoneria stessa per renderla più potabile ad un pubblico profano e la maschera, come da vizietto ricorsivo, coerente con il proprio stile, ecco che arriva una concreta risposta a suddette pagliacciate.
Angela Pellicciari, scrittrice e studiosa, tralasciate le suggestioni televisive veicolate da personaggi incappucciati che vivono carnevalescamente la storia tutto l'anno, con il suo libro "La gnosi al potere", sobrio, pulito, fruibile anche dai meno addetti ai lavori e con fonti alla mano senza mai abbandonarsi a fanatismi coloriti di umori suggestivi ed isterici che invece tanto caratterizzano le trasmissioni di cui sopra, ci racconta la storia attraverso vicende italiane in un'Europa sempre più propensa all'esaltazione dei diritti del singolo ed alla sua corruzione come mezzo di distruzione di massa.
L'autrice ci parla di gnosi, tecnoscienza, fede, massoneria, ONU, papi, i Savoia, Marx, Mussolini, Pascoli, i Mille e tanto altro ancora con i retroscena curiosi, le cose non dette dai classici libri di storia studiati sui banchi di scuola, tutte documentate e mai solo ipotizzate, delineate con contorni che nulla lasciano alla fantasia ed ad ideologie fumose. Svela i fili dei burattinai che minano l'essenza dell'essere umano fino a trasformarlo in una caricatura di se stesso, per giunta anche fatta male, in cui il limite sembra non più una realtà tangibile e peculiare dell'uomo stesso, ma un ostacolo da superare con ogni mezzo a disposizione anche se il prezzo da pagare è la svendita della propria anima.
Un libro che si legge tutto d'un fiato, quel fiato sospeso misto allo sgomento che si prova nel constatare quanto poco è diffuso tra noi "profani" il senso della storia concreta e non paventata o mitizzata e quanto sia facile cadere in una congiura contro la verità, inconsapevolmente, laddove la coscienza del singolo viene gradualmente anestetizzata dai giullari della storia, ossia da quelli che, come affermava Platone, credono di essere migliori e per tale qualità hanno la presunzione di voler rendere migliori anche gli altri.

domenica 15 marzo 2015

Il sospetto, il sospettoso e il sospettato.

Il sospetto è considerato come una delle manifestazioni preponderanti nei disturbi di personalità, in modo particolare in quella paranoide.
Ma più che soffermarmi sui disagi e su coloro che nutrono sempre continui dubbi nei confronti di chi li circonda e sulla diffidenza che ne deriva, insieme con rabbia e rancore, mi soffermerei sulle "vittime" di coloro che insinuano continuamente realtà che non esistono.

Quando ci si trova davanti ad una persona che presenta un qualsivoglia disturbo, la prima reazione è quella di cercare di portare su un terreno di risoluzione il problema che attanaglia la persona stessa. E questo è il punto di partenza.
In contemporanea, però, a mio avviso, è necessario non commettere l'errore di trascurare coloro i quali rientrano nella cerchia delle più strette relazioni con il malato, in quanto, la vicinanza con esso avrà comunque sortito un effetto proprio su chi li circonda, che se trascurato potrebbe manifestare gli stessi fenomeni devastanti subìti dal malato stesso. Per cui è opportuno concentrarsi sicuramente sulla patologia del malato affinchè possa "risolverla"in qualche modo, ma non di meno supportare anche la rete di persone che hanno rapporti con il malato per salvare il salvabile quando ancora lo è.

Le vittime di coloro i quali sospettano, ossia "i sospettati", si vedono spesso attribuire pensieri che non appartengono loro, azioni e omissioni che neanche balenavano nell'anticamera del loro cervello, costretti a "giustificare" spesso un loro atteggiamento che il "sospettoso" ha su di loro loro proiettato, vomitando su di loro non solo accuse senza alcun reale fondamento ma anche le proprie frustrazioni, insicurezze, l'insopportabile pensiero di non essere al centro dell'attenzione come si vorrebbe ma sospettando di essere presi in giro e di mira dal loro sospettato.

Molto spesso le vittime sono legate da sentimenti di affetto nei confronti del malato per cui è facile che cadano in meccanismi che le facciano trovare imbrigliate senza essere consapevoli di come il tutto sia avvenuto. Esse vivono in uno stato di perenne allerta, spesso spiate, violate nella più intima privacy e prese di mira, controllate a vista, quasi si aspettasse da loro un passo falso per poi essere messe alla gogna proprio da chi elabora delle fantasie distruttive su di loro.

Il sospetto cronico, non legato ad oggettiva realtà, ma frutto delle proprie deviate fantasie mentali, è una vera e propria malattia. Questa può a lungo andare creare stati depressivi e di immobilità in coloro che subiscono le "indagini" del malato o crearne una dipendenza emotiva generando sensi di colpa su colpe del tutto fittizie ed inesistenti o ancora generando, nel migliore dei casi, l'allontanamento della persona con tale disturbo.

La sofferenza di coloro i quali insinuano il male e la malizia in ogni azione del malcapitato sotto l'aura della loro malattia è immensa e devastante. Ancor di più per chi si mobilita, una volta riconosciuta la patologia dell'atteggiamento, per cercare una via di aiuto. Una domanda ricorrente che si fa l'accusato è:"Ma cosa faccio per scaturire questo sospetto?""Cosa posso fare per rassicurare il sospettoso?" e più si cerca di rasserenare e convincere il "sospettoso" che nulla è stato fatto contro di lui deliberatamente e con maggiore intensità cresce il grado di diffidenza dello stesso.

E maggiormente la vittima si mostra coinvolta, dispiaciuta, arrabbiata nei confronti delle accuse che le sono state rivolte e della mancanza di fiducia nei propri confronti così proporzionalmente si alimenta il dubbio, il sospetto, la diffidenza e la malizia del malato.

Ogni stato emotivo (fastidio per le accuse ricevute o tristezza per la sfiducia riposta. ecc.) che si fa trapelare da una parola, da un gesto o da un atteggiamento  a chi soffre di questo disturbo viene vissuto come un campanello d'allarme dallo stesso che usa questi stati emotivi a supporto delle proprie tesi conferendo veridicità alle proprie fantasie ( ad esempio potrebbe pensare:"se si arrabbia così vuol dire che ha la coda di paglia") e, l'emotività stessa, rappresenta il filo invisibile, talvolta la catena che tiene uniti vittima e carnefice.

Un'altra tendenza della vittima è quella di mentire per evitare scontri, dire al malato quello che vuole sentirsi dire, senza successo di risoluzione alcuna anche perchè chi soffre del disturbo paranoide di personalità ha sviluppato una particolare sensibilità nel cogliere la veridicità e l'autenticità delle parole delle espressioni, delle cose dette dalla vittima stessa, essendo ossessionato dalla ricerca di dettagli e particolari a sostegno delle proprie tesi paranoidi e quindi attento ad ogni minimo segnale.

L'indifferenza sembrerebbe essere un buon antidoto per scoraggiare la pretesa del sospettoso di aver ragione, di trovarsi davanti una persona di cui non ci si può fidare, di vedere un secondo fine in tutto ciò che la vittima fa o dice o addirittura non dice.

Per cui, se ci so trova in relazioni affettive di qualsivoglia grado o parentela è bene adottare piccoli trucchi per non alimentare le paranoie del malato, non per uno spirito da "crocerossina" o per inseguire la massima dell'"io ti salverò", perchè spesso accade che solo farmaci e psicoterapie riescano a scardinare le deviate strutture mentali su cui si appoggia questa malattia, ma per vivere serenamente e convivere con una persona che presenta tali problematiche.

Ecco alcuni consigli pratici:
1) Rispondere sempre con un sì o un no alle accuse senza perdersi in discorsi chilometrici o giustificazioni fiume che hanno il solo effetto-domino di aggiungere sospetto a sospetto. Essere chiari e ripetitivi fino allo sfinimento.
2)Non manifestare, per quanto possibile, nessun tipo di reazione emotiva ( sgomento, rabbia, aggressività, tristezza, delusione, dispiacere o paura) ma concentrarsi  sull'oggetto della discussione che trattandosi di pura "fantascienza" ha il pregio che agevolerà l' adozione di  un sano distacco dalla situazione.
3) Non mentire, mostrarsi sempre autentici e trasparenti, senza necessariamente dover rendere conto delle proprie azioni al "sospettoso" e scegliere di rimanere sul "generico" quando non si vuole condividere personali pensieri o azioni. Rispondere con frasi fatte che non lascino spazio a giudizi od opinioni definite.
4) Ricordarsi di delimitare gli spazi di confine su quello che la persona può o non può dire su di voi. Se non si vuole mettere su di un piatto d'argento il proprio vissuto emotivo, sociale, mentale è necessario non lasciare nessuno spiraglio o appiglio al malato per tutelare il proprio mondo interiore e salvaguardare il proprio spazio intimo.
5) Chiedere aiuto ad esperti, informarsi, leggere, studiare.

Naturalmente ogni caso è a sè ma i meccanismi che il paranoico mette in atto sono comuni a chi soffre di questo disturbo e saper prendere le distanze è un ottimo modo per non lasciarsi trascinare in meccanismi psicologici in cui è così semplice essere travolti tanto quanto difficile uscirne una volta catturati.



sabato 14 marzo 2015

Cambiare colore

E' un periodo in cui mi sento fortemente orientata verso il colore rosso.

Ho appena acquistato un paio di scarpe rosse, ho fatto ai capelli dei riflessi rossi, ho scelto come intestazione del blog il rosso.
Incuriosita da questo continuo ricorrere al colore rosso ho fatto una breve ricerca per capire cosa potesse rappresentare psicologicamente la scelta di un colore nella nostra più ordinaria quotidianità ed ho scoperto che molti studi scientifici hanno dimostrato come tra i colori ed il nostro umore vi sia una stretta relazione. Da un punto di vista biofisico la nostra pelle è in grado di filtrare i raggi solari e dunque è sensibile anche alle diverse radiazioni emesse dai vari colori; il nostro organismo perciò, percepisce queste radiazioni e le trasforma in energia chimica modificando le proprie funzioni.
Il che significa che i colori hanno la capacità di modificare anche il nostro umore.

Dal sito dell'ANSA del 9 febbraio 2010 leggo: "Le nostre emozioni 'sono colorate', e quelle dei depressi sono a tinte spente: il loro umore è grigio, perché questo è il colore con cui identificano il proprio stato mentale, mentre gli individui normali lo associano a scale cromatiche più vivaci. Pubblicato sulla rivista BMC Medical Research Methodology, lo studio prova indirettamente il fatto che i colori degli abiti che indossiamo possono essere uno specchio del nostro umore.

L'indagine è stata condotta da Peter Whorwell della University Hospital South Manchester. Aneddoticamente per riferirsi ai nosti stati emotivi spesso usiamo i colori, per esempio si dice essere verde dall'invidia o essere nero dalla rabbia; però finora un vero e proprio studio scientifico sull'associazione tra stati emotivi e colori mancava all'appello. Gli esperti britannici lo hanno eseguito su individui in parte sani, in parte depressi o con disturbi d'ansia.

Quando è stato chiesto loro, presentandogli una scala cromatica, di che colore vedessero il proprio stato mentale del momento, i depressi hanno scelto una scala di grigi, le persone sane invece una scala di gialli. Nella seconda parte dello studio è stato chiesto ai partecipanti di dividere i colori in positivi, negativi e neutrali, poi di scegliere i propri colori preferiti. I depressi sembrano preferire sempre i colori classificati come negativi. Anche i 'colori del nostro guardaroba', quindi, potrebbero essere lo specchio del nostro umore."

Secondo questa ricerca quindi il mio umore dovrebbe essere alle stelle, essendo il rosso un colore acceso, vivace e tendenzialmente positivo anche se nel mio armadio predomina il nero...e qui però l'inconscio non ha nulla da recriminare perchè la scelta del nero è oltremodo consapevole e responsabile: il nero sfina e di triste rappresenta solo il lardo che maldestramente nasconde!

venerdì 13 marzo 2015

Ci sono cose che non hanno prezzo.

Ci sono cose che non hanno prezzo.
Ci sono cose che non hanno prezzo per la scia di ricordi che lasciano.
Per le emozioni che suscitano, per i sorrisi che ispirano, per il sapore ed i profumi che risvegliano.
Così passeggiando insieme ai due polpettini, in un negozio di giocattoli, ammassati a mucchio, quasi nascosti, mi sono saltati agli occhi dei Paperini in gomma, flessibili, morbidosi.

Ho chiesto il prezzo, davvero irrisorio, ma forse lo avrei acquistato quel Paperino che mi guardava con gli occhi languidi anche se fosse stato un pò più costoso.

Ci sono giocattoli che portano con sè un'aura di positività, quella sensazione di tornare piccoli e vedere che tutto il mondo ruotava attorno a quel gioco che si aveva tra le mani...e tutto il mondo era lì mentre proprio tutto il mondo rimaneva fuori.

Fuori da quell'immaginario, da quelle storie, da quelle fantasie in cui i giocattoli assorbivano tutti i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri capricci, ed ai quali si associava inconsciamente un ricordo.
Il sapore di un tempo senza tempo.

E rifletto e penso a quanto sia importante "il giocattolo" per i bambini. Non è solo uno strumento per passare il tempo o per imparare a fare qualcosa ma è un catalizzatore di un universo fatto di sogni, di pensieri, di entusiasmo di felicità...quelle sensazioni che quando sarai adulto torneranno e accenderanno lo sguardo in un normale pomeriggio oberato di impegni, di capricci dei bimbi, di cose da fare di corsa ma che ti permetteranno di fare le stesse cose che stavi facendo con un'energia diversa assaporando per un attimo quella felicità pura e sconfinata di una bambina con in mano un giocattolo...

Quel che abbiamo tra le mani da bambini, rimane da grandi nel cuore...

La meditazione come spartiacque tra i bisogni e le aspettative. Il metodo dello specchietto.

Capita molto spesso che, fagocitati dalle innumerevoli ed intense attività quotidiane , si arrivi alla fine della giornata con la sensazione di "non aver concluso nulla" e nei peggiori dei casi di aver ripetuto delle azioni volte a soddisfare le altrui aspettative senza che da queste azioni se ne sia tratto giovamento o ciò che è peggio con una netta sensazione di insoddisfazione.

Il tempo che impieghiamo nello svolgere le attività in maniera cadenzata e spesse volte sovrapponibile piuttosto che avvicinarci a soddisfare quelli che sono i nostri bisogni ci travolge nel rispondere alle aspettative altrui che non sempre coincidono, appunto con i nostri bisogni.

Per cui il sottile confine tra bisogno e aspettativa viene superato e cancellato a tal punto da farci dire "sì" quando il nostro corpo vorrebbe dicessimo "no", a prendere un impegno per non scontentare qualcuno quando avremmo bisogno di riposare, a fare quella determinata cosa per non deludere qualcuno a cui teniamo, a sovraccaricarci di responsabilità per un senso di colpa indotto da qualcun'altro o per salvaguardare l'immagine che la società e le persone che ci circondano hann di noi...e molte volte ci ritroviamo a soddisfare le altrui aspettative, le richieste che ci pervengono dall'esterno senza che queste si conciliìno davvero con i nostri obiettivi, con il movimento che noi in primis vogliamo imprimere alla nostra vita.

Così un buono spartiacque che possa farci riflettere tra la differenza tra i nostri bisogni interni e le aspettative che il mondo esterno ci impone è quello di ritagliare almeno 10 minuti del nostro quotidiano per fermarci e "raddrizzare il tiro". Ovunque ci troviamo possiamo utilizzare uno specchietto da borsa. Meditare vuol dire "riflettere" e cominciare a riflettere partendo dalla nostra immagine riflessa in uno specchietto è un inizio per stabilire una connessione tra la realtà ed i nostri pensieri.

L'immagine riflessa nello specchietto, che sia un viso stanco, affaticato o sorridente e solare riporterà al nostro cervello dei pensieri che ci indurranno a chiederci "Perchè sono così stanco? Adesso, ora, come posso cambiare ciò che rifletto nello specchio?" Oppure, se i prova un pensiero di benessere e soddisfazione il guardarsi allo specchio potrebbe essere un modo per "complimentarsi" e continuare a motivarsi nel perseverare nel fare ciò che si sta facendo e che genera tale sensazione di appagamento.

Il tempo sottratto alla "riflessione" è tempo che in qualche modo ci chiederà il conto ed è sempre bene fermarsi avendo consapevolezza di farlo piuttosto che fermarsi perchè si è costretti a farlo.

giovedì 12 marzo 2015

L'altra faccia della depressione.


La depressione è una malattia della quale ancora sembra esserci un pò di pudore nel parlarne. Molto spesso i tentativi che coloro che circondano il "depresso" mettono in atto sono tentativi dettati dall'istinto, dall'affetto, dalla speranza di riuscire a sbloccare una situazione con un regalo, una parola, con l'ascolto. La depressione è una vera e propria malattia ed è portatrice di tristezza. 
Un giorno un mio maestro mi disse che tre sono le cose contagiose: l'entusiasmo, il sorriso e la tristezza. E la tristezza rientra proprio in quegli stati maggiormente veicolati da questa malattia, alla quale, curandosi con appositi mezzi e strumenti, tecniche e medicine, laddove venga previsto,  è necessario mettere un perimetro ed arginare per non esserne travolti nel tentativo stesso d'aiuto. E' pur vero che però la depressione nel suo decorso miete molte vittime, non solo il diretto interessato. 
E così una sera immaginai di scrivere proprio ai "prossimi" dei malati di depressione. A coloro che cercano di prendersene cura. Perchè la depressione ha un potere distruttivo che va arginato attraverso la consapevolezza che non sempre il "depresso" è l'unica vittima di questa terribile malattia e che bisogna ben guardarsi da assumere atteggiamenti negativi, perchè la malattia insorge e si cementa proprio nel terreno che non lascia spazio agli altri, nel terreno dei pensieri rivolti costantemente verso se stessi, nella mancanza di speranza, nelle continue lamentele, nel focalizzare l'attenzione sempre sul brutto...la depressione è una malattia che se alimentata può insorgere da piccoli gesti quotidiani compiuti automaticamente che hanno il potere di trasformarci in un peso anche per noi stessi. 


A Te, che tante volte hai tentato di cambiare le cose,
che hai provato a far sorridere,
che hai provato a far distrarre,
che hai provato con gli abbracci, le carezze, l'ascolto.
A te che hai tentato ogni strada che era nelle tue possibilità,
che sei diventato pagliaccio e dottore allo stesso momento,
che hai prestato la tua forza,
che hai violentato il tuo carattere,
a te che hai pregato.
A te che hai studiato ogni possibile soluzione, che hai chiesto, 
che ti sei informato.
A te che hai chiesto aiuto.
A te che sei bersaglio.
A te che ami e che hai amato.
A te che ti sei rassegnato, che hai pianto, che hai urlato.
A te che ti sei arrabbiato davanti all'evidenza.
A te, che ti sei raccontato un mucchio di bugie.
A te che hai creduto di impazzire.
A te che non ti sei sentito mai abbastanza.
A te, chiunque tu sia, figlio, madre, padre,moglie, marito, sorella o fratello del 
depresso
a te va il mio pensiero.
E ricordati di non soffocare il tuo cuore...ricordati che il sorriso è la linfa vitale per te e per "lui", per "loro".
Come te
anche io penso che a qualcosa, un giorno, tutto questo servirà...
un giorno ne capiremo il senso..intanto sorridi.
A te dedico la poesia di Alda Merini...perchè dietro un depresso c'è un mondo, che non è solo il suo...

Il depresso - Alda Merini
Il depresso è un’anima instabile, luttuosa, morta.
Non ci vuole molto ad essere depressi.
Basta un po’ di luna storta, un vento che non è gradevole,
una donna non sincera, qualche colpo di sfortuna.
Il depresso è cavilloso, anomalo, iettatore.
Fa finta di cantare ma in effetti si lamenta.
Il depresso puo’ avere anche un amico,
un poveraccio incolpevole, che si da’ un gran da fare
per vederlo sorridere.
Ma il depresso no, non ride, e l’amico volenteroso
Finisce per morire sconfitto.
Il depresso è come un vigile urbano
Sempre fermo sulla sua catastrofe.
Si comincia da bimbi ad essere depressi
Da grandi si diventa perfidi.
Il depresso non se ne accorge
E intorno a lui muoiono persone
Che tentano di salvarlo e finalmente
Dopo aver distrutto un intero mondo di eroi
Il depresso rimane felice: è finalmente libero.
Il depresso ti annienta, ti uccide,
ma finalmente ride.


mercoledì 11 marzo 2015

Le massime filosofiche nel quotidiano.

Quando i miei allievi mi chiedevano : "A cosa serve la filosofia?" con intenzioni tendenziose volte a svilirne l'utilità nella vita pratica, ho sempre risposto che la filosofia è il modo con cui vediamo le cose e ci approcciamo ad esse. Il pensiero dei filosofi, le loro altisonanti teorie e i paroloni al limite del comprensibile, come d'incanto, possono ritornarci alla mente anche nella semplice vita quotidiana  e nelle attività più semplici che contribuiscono a dare elasticità al nostro cervello...
Così nelle lunghe notti a vegliare i miei bimbi febbricitanti molte sono state le attività che si sono susseguite per tenermi sveglia...una tra tutte riordinare la loro cameretta...il tutto al buio per non svegliarli...e tra un mattoncino lego che si infilzava nel piede e una ruota di una macchinina che se non avessi visto in tempo mi avrebbe condotta direttamente in una macchina più grande con sirena ,chiamata ambulanza, ecco che mi sovviene una massima:

« Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. »
(Antoine-Laurent Lavoisier)
proprio nel momento topico in cui il sacchetto della spazzatura mi sembrava essere l'unica soluzione al disordine imperante.

E così con un pò di fantasia e con i lego che i bimbi non usano più se non come lancia-fiamme vicendevolmente lanciati ho creato degli orecchini e questo è il risultato. 

Un pò di Attack qualche gancio di orecchino dismesso e come diceva Walt: se puoi sognarlo puoi farlo e così anche i miei incubi più profondi relativi al caos della stanzetta dei miei bimbi hanno acquistato un senso ...come dire!?...."filosofico"!!!...

martedì 10 marzo 2015

L'amore non ha misura.

Uno degli errori frequenti che i genitori attuano, a volte anche inconsciamente, nei confronti dei propri figli è una sorta di manipolazione affettiva molto pericolosa per la costruzione di relazioni sane e durature nel tempo degli stessi figli. Quando parlo di manipolazione affettiva non mi riferisco al processo, anche costruttivo, di stimolo-rinforzo - ricompensa, dove ad una azione del bambino corrisponde una reazione del genitore, per esempio, se il bambino mette in atto atteggiamenti pericolosi come mettere le dita nella presa della corrrente, il genitore ha il dovere di rimproverarlo e di far capire che quel tipo di azione non va bene. Oppure è positivo quando il bambino, nel suo processo di apprendimento di abilità, riesce a conquistare qualcosa, come per esempio salire da solo le scale o abbottonarsi la camicia sa solo, ecco che un rinforzo positivo del genitore con una lode o incoraggiamento non farà altro che alimentare la fiducia in se stesso ed incentivarlo nella scoperta e nell'apprendimento di nuove abilità. Un altro discorso è invece quello di caricare di tensioni emotive dannose le azioni del bambino. Dire al bambino " Se non fai questo mamma va via" oppure " Devi stare fermo davanti alla tv e non dare fastidio, altrimenti la mamma si arrabbia e pensa che tu sia un bambino cattivo"o anche " Se non ti lavi i denti ti cadono immediatamente" o ancora " Finisci di mangiare altrimenti arriva papà e ti sgrida". Tutti questi sono veri e propri "ricatti" che vengono utilizzati affinchè il bambino faccia quello che noi vogliamo e non ciò che riteniamo giusto per lui. Infatti se è vero che il bambino lasciato davanti alla tv non "dà fastidio" è pur vero che lasciarlo in fase "catatonica" a lungo andare potrebbe nuocere alle sue abilità relazionali. O ancora intimorirlo per ottenere un risultato da lui alimentando timore e paura è controproducente sia per i genitori che per il bambino stesso. Alcune relazioni in età adulta, che siano genitori/figli, coppie di coniugi, fratelli/sorelle, sono impostate su presupposti quali i sensi di colpa, manipolazione psicologica, atteggiamenti di prevaricazione in cui i ruoli sono vittima e carnefice in cui l'identità del singolo con le sue peculiarità, caratteristiche ed unicità non viene rispettata, anzi, viene prevaricata e soffocata.
Per questo motivo è molto importante calibrare bene le parole, i rimproveri e le lodi, i divieti ed i permessi, le punizioni e gli incoraggiamenti, quando abbiamo a che fare con un bambino. E' da tenere sempre presente il bene dello stesso senza "condire" il processo educativo con frasi o stati d'animo che a noi genitori servono come strumento di controllo e dominio ma che non hanno nulla a che vedere con una pedagogia sana e produttiva. Interrogarsi se un divieto o anche una lode sia frutto di un nostro momentaneo stato d'animo piuttosto che di un progetto educativo pensato ad hoc per ogni singolo nostro figlio è un dovere di noi genitori perchè l'amore non si misura a colpi di sensi di colpa o ricatti fisici e/o morali, l'amore non è solo sentimento istintivo e naturale, ma impegno costante nell'accompagnare i nostri figli nella realizzazione della propria identità e nella costruzione di relazioni stabili e sane affettivamente e psicologicamente.

Rispettiamoci...rispettiamoli...


E’ notizia di questi giorni che alcune scuole italiane, asili e scuole dell’infanzia, per diffondere una cultura del “rispetto” abbiano previsto progetti che contemplano giochi di ruolo per bambini al fine di far mettere loro nei panni degli altri per sviluppare il cosiddetto “rispetto di genere”.
Personalmente credo che il rispetto sia un concetto che non possa essere slegato dall’empatia e dalla maturazione dei bambini stessi e dall’esperienza e dall’età, né 
tantomeno
da un’educazione morale ( mores =costumi di una società) che preveda il rispetto delle tappe di crescita dei bambini stessi ed il loro livello di ricezione ed elaborazioni delle informazioni.

Tra l’altro alcune scuole si servono di illustrazioni di famiglie di genere diverse per veicolare il messaggio che la realtà è variegata e multiforme.

Il rispetto, però, a mio parere deve andare anzitutto alle tappe graduali di apprendimento degli stessi bambini senza violentarne gli elementi di ricezione e la delicatezza dell'elaborazione delle informazioni ricevute dal mondo degli adulti.

I bambini accolgono la realtà delle relazioni umane molto più velocemente e a fondo degli adulti, perchè ancora privi di sovrastrutture logiche e morali che si acquisiscono in seguito grazie alla diretta esperienza data dagli anni, per cui l'illustrazione della realtà così come la vogliono indottrinare ai bambini con cartelloni, disegni e spiegazioni, giochi di "ruolo" per me è del tutto inutile se non dannosa se monca di temi fondamentali che da mamma e da pedagogista credo che se affrontati troppo presto non rispettino i tempi di apprendimento ed assimilazione dei bimbi stessi quali per esempio "perchè da due omosessuali non nascono bambini?""ma Giorgio che ha due papà da quale pancia dei due papà è nato? " cos'è l'utero in affitto?" "Cosa significa fecondazione naturale e artificiale?"...Qualche giorno fa mio figlio di 5 anni , mi chiede"Perchè c'è l'aria?...posso prenderla? Perchè non la vediamo?"...e questi infiniti perchè hanno il diritto di ricevere risposte vere e concrete che non possono essere lasciate in balìa della fantasia che nasce dall'inadeguatezza delle risposte degli adulti e dei nostri limiti non essendo tuttologi. Il problema per me quindi non è morale
( l'educazione morale è peculiare dei genitori) ma concreto, scientifico, oggettivo...siamo sicuri che nella nostra corsa a voler per forza farci paladini del rispetto delle diversità ( e qui però come insegnante di sostegno potrei aprire un capitolo lungo un fiume di quanto siano per primi gli insegnanti a non riconoscere, accogliere e accettare l'handicap) non stiamo violentando i tempi dei nostri figli con il rischio di immettere troppe informazioni che per la loro età non sono ancora in grado di elaborare? La realtà delle relazioni umane ai bimbi non va spiegata perchè molto più sagaci di noi adulti e molto più naturalmente disposti ad accoglierla, ma è necessario spiegare aspetti della realtà che ci circonda cercando di non creare confusione e mi chiedo come possa un bambino di 4 anni comprendere cosa sia un "utero in affitto" quando ancora non si spiega perchè quel bambino, suo compagno di classe, è nato con il dente storto o spiegare che vi sia un’attinenza culturale tra l’essere femmina ed il fucsia quando ancora a 4 anni confondono il giallo con il rosso!

Se domani all'asilo di mio figlio mettessero dei cartelloni con la spiegazione delle varie forme di cancro illustrandone foto di pazienti nel decorso della terapia o semplicemente disegnandoli a fumetti colorati solleverei con altrettanta forza e determinazione i miei dubbi...eppure il cancro è una realtà molto più diffusa e tangibile della diversità delle varie forme di famiglia e di genere. 
I bambini hanno i loro tempi, le loro speciali e sottili modalità di apprendimento, siamo sicuri che questi insegnanti ne siano a conoscenza? Siamo sicuri che questi presidi abbiano le giuste competenze pedagogiche per sostenere questo tipo di indottrinamento? A occhio e croce direi proprio di no.



I bambini non sono vasi vuoti da riempire ma meraviglie e miracoli unici da aiutare a sbocciare rispettandone le tappe, i limiti, le potenzialità e le immense sorprendenti qualità di cui sono forniti.

Rispettiamo i bambini!
Rispettiamoli, impareranno così a rispettarsi!

Imitare gli adulti.

I bambini sono ottimi osservatori. Per loro l'osservazione è il primo stadio per il processo di apprendimento, per acquisire competenze, per rappresentare mentalmente la realtà che li circonda e per padroneggiarla.
Per questo motivo l'esempio che noi diamo loro è di fondamentale importanza.

In greco antico il verbo "orao", aveva due accezioni complementari, ossia significava: guardo quindi conosco. Secondo Aristotele il senso della vista è il primo senso che si attiva per sapere, per conoscere, tra l'altro è anche il senso alla base dell'invidia, che etimologicamente significa proprio "guardare sopra".

Guardare per apprendere e quindi per imitare è un comportamento innato ed istintivo che si basa, per poi avere efficacia, su vari elementi che contribuiscono al rafforzamento del comportamento imitativo ed alla fissazione delle informazioni derivanti. Questi sono:

1) Il rapporto-relazione tra il bambino e l'adulto ( più il rapporto è stretto, frequente e costante e più l'adulto costituirà un modello da seguire per il bambino)
2) Necessità innata di ispirarsi a qualcuno da imitare ( il bisogno di imitazione nasce con il naturale processo di costruzione della propria identità, ossia il bambino necessita di identificarsi con qualcuno per poter delineare i contorni della propria individualità e prenderne in seguito le distanze per affermare la propria unicità.)
3) Il coinvolgimento di tutti i 5 sensi ( questo aspetto pone l'attenzione sul fatto che un bambino imita chi vede, sente, chi lo coinvolge, chi è presente al punto da stimolargli tutte le attività derivanti dall'uso dei cinque sensi, per cui il bambino tende a imitare chi è vicino a lui, chi è presente nella sua quotidianità e chi stimola la sua capacità di toccare, sentire, vedere, udire, gustare, assaporare...)
4) Canalizza e orienta dei pensieri verso un punto di riferimento, un modello, un punto fisso.
( L'imitazione è un'attività capace di convogliare l'attenzione ed i pensieri del bambini verso un punto di riferimento che fa da catalizzatore dei pensieri stessi del bambino, sviluppando il senso di concentrazione e relazione secondo la quale un pensiero è in grado di implicare un'azione).

Per questo motivo è importante tenere presente che nei primi stadi di apprendimento di un bambino
ciò che facciamo è molto più incisivo di ciò che diciamo, proprio perchè l'apprendimento tramite l'esempio è un passo importante che apre il varco verso un apprendimento invece più teorico. Le strutture mentali vengono forgiate dall'esperienza, dall'esperimento, dalla realtà tangibile ed empirica che per un bambino è imprescindibile per conoscere i mezzi che ha a disposizione per conoscere e padroneggiare la realtà che lo circonda.

domenica 8 marzo 2015

Consapevolezza di sè, un contro-esercizio.

Uno degli aspetti peculiari di alcuni manuali che propongono esercizi per acquisire maggiore consapevolezza di se stessi e delle proprie potenzialità, per aumentare e sviluppare maggiore autostima, per "riprogrammare" il cervello in virtù di maggiore successo nella vita, vertono su un punto di partenza che reputano fondamentale: la riflessione su se stessi.

In questi casi l'agente ed il complemento oggetto coincidono e questi esercizi hanno come scopo quello di porre, metaforicamente, ma talvolta anche molto concretamente, uno specchio in cui poter vedere riflessa la propria immagine al fine di poterci lavorare sopra forgiandola secondo la forma che invece le si vuole dare.

Riflettendo su questi manuali e su questi esercizi ego-ricorsivi mi sono posta una domanda: e se invece  la chiave della risoluzione  del nodo "autostima"fosse nel capovolgere una prospettiva e anzichè focalizzare e puntare il faro su se stessi lo si spostasse completamente altrove al fine di "fare una vera esperienza di sè" concreta piuttosto che fare esperienza solo di pensieri, convincimenti, convinzioni e convenzioni puramente mentali?

Se piuttosto che partire da un pensiero si partisse dall'esperienza per poi procedere a ritroso?

"Dimenticare se stessi", mettere in un angolo per un periodo la riflessione su se stessi e mettere a tacere il nostro io che piange, che grida aiuto, che è bisognoso di riconoscimento, di carezze, non significherebbe ignorare se stessi, le proprie pulsioni, le proprie convinzioni, le proprie nevrosi, piuttosto offrirebbe l'opportunità di viverle pienamente realizzate  senza giudizi, calandosi in contesti sociali in cui la relazione con gli altri e l'esperienza diretta fornirebbe materiale su cui poter lavorare e paradossalmente farebbe emergere delle potenzialità dell'io che nemmeno pensavamo di avere.

Il non usare gli altri come specchio che riflette la propria immagine ma come oggetto verso il quale sono orientate le proprie pulsioni metterebbe il nostro ego in secondo piano al punto da creare un vuoto capace di sviluppare la capacità di ascolto ed accoglienza verso gli altri che in automatico ridimensionerebbe alquanto l'immagine che abbiamo di noi stessi. Cosìchè un complesso di inferiorità allo stesso modo di un complesso di superiorità potrebbero essere collocati in una realtà non solo mentale, ma reale, e come in un puzzle si potrebbe cercare di capire quale sia davvero il nostro posto nella realtà concreta che ci circonda. Non nella realtà che patiamo. Non nella realtà che vorremmo. Ma nella realtà che viviamo.

L'individuo è un insieme di esperienze, interiori e esteriori, e le une non possono prescindere dalle altre.
Se è vero che una volta acquisita la consapevolezza di noi stessi subentra il forte potere della volontà, è pur vero che l'esperienza stessa, l'accoglienza dell'altro, l'aprirsi ai problemi altrui, l'ascolto degli altri, il prestare aiuto agli altri, il dimenticarsi di se stessi per gli altri ha il potere di restituirci una visione più realistica e concreta di noi stessi senza la necessità di partire dalla riflessione su se stessi.
Quello che spesso manca negli esercizi di consapevolezza di se stessi è proprio il saper delineare la cornice nella quale il nostro "io" soffre, prova disagio, frustrazione, paura.
Il confronto con gli altri permette di far luce sui punti in comune con chi ci circonda e su quelli diversi totalmente ed è lì, e non nell'ano del cervello, che si gioca poi la partita del "cosa voglio davvero" che si basa sul "chi sono davvero".

Quando il metro di misura di noi stessi diventa il mondo, il mondo fatto di altre persone, di incombenze, lavoro, impegni, responsabilità, amici, famiglia e la stessa quotidianità e non ci misuriamo più su quello che vorremmo essere in teoria, o su quello che non siamo, l'immagine di noi ci apparirà più nitida e reale e la realtà è sempre modellabile, se tarata sui nostri reali limiti e sulle nostre reali potenzialità.


Una fotografia esterna non è meno importante di una "radiografia" interna perchè il processo tra pensieri ed esperienza è osmotico e non può esserci pensiero reale e concreto se non ci mettiamo a confronto con la nostra vita concreta e tangibile.


venerdì 6 marzo 2015

L'inganno dello psicologismo del successo e le logiche di potere.

C'è una tendenza in Italia riscontrata negli ultimi venti anni a ridurre i problemi di ordine filosofico, sociale, culturale e politico ad una matrice di tipo psicologico, che giustappunto è conosciuta con il nome di psicologismo.

Si è stati propensi a voler far credere che il mancato successo di un'idea, di una proposta innovativa, del mancato realizzasi di una singola persona, del singolo individuo sia da ricondursi alla mancata fiducia nelle proprie capacità, alla mancanza di autostima e spesso nella mancanza di coraggio. Tutto questo ha portato alla pubblicazione di manuali, o manualetti direi, in cui si indicano esercizi di autostima per migliorare la qualità del rapporto con gli altri, in cui si motiva a rischiare il tutto per tutto nel campo lavorativo per diventare "imprenditori e manager di se stessi", di come sviluppare al meglio la comunicazione assertiva per imporsi in un colloquio di lavoro, di come scrivere una lettera di presentazione ed un curriculum vitae per fare colpo sul selezionatore.

E' passata così l'idea che davvero se si vuole una cosa e non la si ottiene è perchè non ci si conosce abbastanza, non si evidenziano abbastanza le proprie qualità, non si crede abbastanza in se stessi e che "tutti possono tutto" basta attivare le proprie risorse interiori e la propria volontà.

Questo tipo di pensiero, se da una parte ha indotto ad una maggiore consapevolezza delle proprie qualità e dell'ottimizzazione delle proprie virtù, d'altro canto è risultato monco di tutta quella parte, necessaria ed imprescindibile, che è il contesto reale in cui si vive, intendendo per "reale" le condizioni economiche di partenza, il contesto sociale, culturale, la regione da cui si proviene e tutto quello che rende un essere umano un animale sociale, come sosteneva Aristotele.

Costruire il proprio futuro non è così facile come costruire una città fatta di lego perchè spesso i mattoncini lego della vita reale non li compri e non li scegli tu, non scegli quali forme e quali colori utilizzare, e la città deve strutturarsi sì sulla propria "fantasia" ma anche con la materia ed il materiale che si ha a disposizione.

Credere nelle proprie capacità ed idee non è che il primo passo per costruire il proprio successo, la propria riuscita, un'attività lavorativa che concilii le proprie naturali predisposizioni con le necessità economiche per la sopravvivenza, ma è anche un presupposto direi ovvio e banale perchè chiunque ha un'idea è anche dotato di entusiasmo per vederla realizzata e l'entusiasmo è alla base della nascita di un'idea, ma è anche vero che se non si è inseriti in un contesto che riconosce un'idea buona ed originale, un'idea vincente, che funziona, può essere questa dotata di quanta bontà si voglia, ma rimarrà un'idea isolata e non supportata, a prescindere dall'entusiasmo e dalle capacità del fautore dell'idea stessa.

Così capita di assistere ad un fenomeno frequentissimo, ossia che un'idea per quanto buona e originale che sia, non riuscirà mai a vincere contro un'idea, magari un pò meno originale e più debole, ma supportata da quelle che il papà del film di "Caterina va in città" indicava come combriccole e parrocchielle.

Il contesto in cui si è inseriti, i gruppi di appartenenza, i partiti, i club, i circoli sono altrettanto importanti tanto quanto possedere un talento. Facendo parte di un gruppo si ha una utenza più ampia a cui proporre la propria idea, sostenitori, passaparola molto più efficace, tanto da farmi pensare che appartenere ad un gruppo valga tanto quanto, se non di più, paradossalmente, che possedere un'idea potenzialmente vincente.

Di contro, però, appartenere ad un gruppo se può essere produttivo e soddisfare il bisogno di sicurezza che ciascun individuo possiede, è pur vero che in alcuni gruppi le logiche di potere orientate al successo immediato chiedono sempre un prezzo da pagare, spesso limitante e spesso vincolante. E' necessario quindi interrogarsi sulle logiche di potere del gruppo a cui si ha intenzione di appartenere qualora lo si ritenesse necessario per conseguire un successo che altrimenti non avrebbe altre vie di sbocco e di uscita.

Cercare di sventare l'inganno dello psicologismo permette anche di avere una visione più obiettiva della realtà e di superare quel senso di frustrazione tanto comune a chi, seppur dotato di idee, talento, entusiasmo e volontà non ha però alcuna rete di supporto, focalizzando le responsabilità del "mancato successo" non su una responsabilità personale tout court ma puntando l'attenzione sulle dinamiche di gruppo e le logiche di potere del contesto nel quale si è inevitabilmente collocati.

giovedì 5 marzo 2015

Ideologia Gender

In questi ultimi tempi si sta ponendo molto l'attenzione sull'educazione "gender" dei bambini a scuola, a partire dalla scuola dell'infanzia le cui direttive aventi come destinatarie le autorità scolastiche e sanitarie sono state illustrate in questo documento : Standard per l'educazione sessuale in Europa. 

Personalmente sostengo la tesi, che di seguito argomenterò, secondo la quale proporre ai bambini dagli 0 ai 14 anni circa, un indottrinamento che ha come oggetto le differenze di genere sia controproduttivo ed inefficace per lo scopo che si vuole raggiungere, ossia offrire su base scientifica un panorama già presente nella realtà di molti, ossia l'esistenza di diverse forme di espressione della propria individualità.

Vorrei escludere a priori da questa riflessione ogni dinamica che si fonda sull'amore, sulla relazione tra genitori, siano essi dello stesso sesso o meno, sul concetto di famiglia. E questo perchè i bambini sanno cogliere molto meglio e più approfonditamente le dinamiche affettive tra gli adulti di quanto gli adulti  stessi sappiano fare, proprio perchè non ancora dotati di filtri ideologici che ostacolano l'interpretazione stessa della realtà che fruiscono e anche perchè le forme affettive non hanno bisogno di essere spiegate per un bambino. I bambini non si spiegano il concetto di possesso ( come dico spesso per un bambino "quello che è mio è mio e quello che tuo è mio")non si piegano perchè l'aria non si può prendere, e non pongono domande su ciò che per loro è naturale.  Quindi il concetto di amore come sentimento tra adulti è escluso a priori da questa mia riflessione pedagogica. Piuttosto illustrerò come il processo di apprendimento dei bambini fino ai 14 anni circa, esclude l'attecchimento di ideologie strutturate imposte dall'esterno
( per ideologia intendo la  «scienza delle idee e delle sensazioni basata su credenze, opinioni, rappresentazioni e valori")
Come affermava il filosofo Locke, l'apprendimento nei bambini avviene attraverso due momenti consecutivi : la sensazione e la riflessione.

Nei bambini il primo apprendimento arriva attraverso la sensazione ( provo caldo, freddo, dolce amaro) e la struttura mentale di un bambino è "questa cosa mi piace, la voglio". Mi piace il gelato, lo voglio. Il limone è amaro, è cattivo, non lo voglio. Il caffè non mi piace, non lo voglio. Mi piace la mongolfiera me la voglio portare in cameretta a casa...Le richieste sembrano assurde a volte proprio perchè il senso della realtà dei bambini è dato dalla sensazione, dall'emozione, dal sentimento senza tenere conto degli altri, dei limiti oggettivi che pone la realtà che però loro superano mettendo al primo posto il loro desiderio assoluto.La sensazione è una percezione innata, che non necessita di interventi educativi per essere orientata o convogliata su di un oggetto. Fa parte di un bagaglio biologico istintuale peculiare dei neonati. La consequenzialità percezione-sensazione-desiderio è immediata e spontanea.

Quando si comincia ad essere adolescenti subentra il momento della "riflessione"... Il gelato è freddo, mi piace, lo voglio ma...ho mal di denti, allora ci rinuncio. Il calcio mi piace, mi dà soddisfazione, voglio fare una partita ma...domani devo essere interrogato. Rinuncio alla partita e studio.

I bambini non hanno la capacità di pensare a lungo termine, l'acquisizione di una informazione coincide con la scelta dell'acquisizione stessa tanto che è necessario l'intervento dell'adulto quando quella sensazione di piacere che provano individualmente può essere pericolosa per loro ( penso al piacere che provano i bambini nell'infilare le dita nella presa della corrente e che il mancato intervento dell'adulto potrebbe essere fatale).

Se è vero che l'ideologia è una scienza capace di trasmettere idee, le idee, che sono pensieri strutturati, nei bambini non si formano che nella fase della riflessione. E quindi non prima di aver sviluppato uno spirito critico in grado di far discendere il "bene" dal "male" slegato dalle sensazioni ed orientato ad un pensiero  a lungo termine, che non tragga soddisfazione nell'immediato ma che sia in grado di essere volontariamente postecipato. Il che significa che un intervento mirato all'apprendimento di nuove strutture mentali dovrebbe essere convogliato e mirato sui bambini sulla sensazione e sulla percezione, essendo gli unici mezzi in quel momento a loro disponibili per conoscere la realtà, il che significa che il corpo dell'adulto diviene il primo veicolo di informazioni da trasmettere al bambino, così come illustrato negli Standard comunitari di cui sopra. Questo passaggio è molto delicato in quanto potrebbe aprire le porte per una riflessione sul rapporto adulto-bambino e pericolosamente aprire le porte a dei rischi legati all'uso di questa pedagogia improntata sul contatto fisico tra adulto e bambino, quand'anche i primi educatori fossero proprio i genitori.

Immaginate di dire ad un bambino " non ti dò la caramella che vuoi perchè possono venirti le carie"... il bambino non si rassegnerà fino a quando non avrà ottenuto ciò che vuole. E spesso per interrompere l'insistente richiesta è necessario sostituire l'oggetto del desiderio stesso. Non ti dò la caramella, ma prova questa frutta, è altrettanto buona...

Il bambino non è in grado di focalizzare l'immagine di qualcosa che "può essere" o "potrebbe essere" se non la vede, se non la tocca con mano, se non ne fa diretta esperienza.

Ecco perchè credo che se l'ideologia gender rientra in un progetto di indottrinamento è perdente in partenza. Come si potrebbe far provare ad un bambino la sensazione di essere in potenza quello che in realtà ancora non è attraverso il contato fisico le cui informazioni vengono veicolate dalle sensazioni e non da immagini mentali che non necessariamente dipendono dalla percezione sensibile?
Illustrare, d'altro canto, e quindi contravvenendo alle prime basi dell'apprendimento infantile, le varie forme di famiglia, con due papà, due mamme, ecc,ecc, attraverso disegni ed immagini richiederebbe delle spiegazioni che noi adulti non saremmo in grado di dare se non presentando una realtà che i bambini non sarebbero pronti a recepire. Se un bambino chiede Martina è figlia di Giancarlo e Luigi, quale dei due papà l'ha portata nella pancia durante i 9 mesi? Dov'è la mamma? Ma allora la mamma di Martina ha regalato la sua bimba ai due papà? E Martina non sente la mancanza della mamma?
Pensiamo solamente a quando i nostri bambini guardano un film Disney in cui non è presente uno dei genitori. Ecco che le domande piovono a pioggia fitta e nonostante tutto rimane la sensazione di "mancanza" e di non "naturalezza".

Se spostiamo invece il discorso sui valori, ossia sul peso che si dà alle cose, alle situazioni, alle scelte, in tal caso la famiglia di origine è il primo veicolo di valori importanti, proprio perchè non spiegati ma vissuti con l'esempio e per questo non necessitanti di una scienza spiegata ma di una realtà vissuta in prima persona. Per cui è compito della famiglia con due mamme , per esempio, trasmettere attraverso il quotidiano e con l'esempio valori di una realtà vissuta e scelta, e non della scuola, che andrebbe così contro le fasi di apprendimento pedagogico violentando e forzando delle capacità strutturate mentali che i bambini non sarebbero pronti a incasellare.

Che esistano varie tipologie di famiglie ed espressioni di individualità, per i bambini è assolutamente naturale ed evidente e per questo non necessitano di ulteriori spiegazioni che vanno al di là delle naturali domande dei bambini dettate dalla loro predisposta ed innata curiosità, non è naturale, invece, trasportare la realtà in idea, ideologia, da far assimilare con processi mentali ancora immaturi rischiando di creare forte confusione e disorientamento ( penso al concetto di utero in affitto, di utero "prestato"- il concetto di prestare è rifiutato istintivamente da quasi tutti i bambini - il concetto di genere che prescinda dal "pistolino" e dalla "farfallina" ma che si basi su una scelta, perchè come dicevo prima, la scelta e la consapevolezza di sè e di quello che si vuole diventare è qualcosa che si apprende con la fase adolescenziale). Un bambino non dice: voglio diventare dottore, dice "io sono" dottore. Un adolescente si chiede"chi sono" a prescindere dal sesso con il quale è nato.

L'accettazione delle relazioni e delle dinamiche che le regolano se vissute direttamente senza filtri mentali imposti dagli adulti, da un bambino ,sono molto più assorbite ed "accettate" che non la spiegazione di una scienza ideologica basata su "potenzialità" e non su realtà concrete che i bambini ancora non possono vivere in prima persona attraverso un indottrinamento che sembrerebbe più strumento necessario per gli adulti che per i bambini stessi.
La questione è indubbiamente controversa, ma a prescindere dall'argomento, non credo sia produttivo ed utile proporre una scienza ai bambini senza averne studiato dettagliatamente le loro capacità di apprendimento e senza rispettarne i naturali tempi di assimilazione.





Sull'onda delle emozioni

Le emozioni sono un vero e proprio tsunami. Ti travolgono, ti scuotono, ti trascinano, ti mettono in subbuglio e sono la prima risposta ad uno stimolo esterno o interno che percepiamo prima che le stesse possano essere elaborate da tutte le innumerevoli funzioni del pensare. Si distinguono dal sentimento, anche se il sentire è una loro prerogativa, perchè se il sentimento è un sentire consapevole che arriva alla coscienza, l'emozione è istintiva ed inconscia, è il primo stadio del nostro sentire.

Se l'emozione però rimane tale e non la si elabora potrebbe essere paragonata ad una sorta di masturbazione mentale, sterile e senza esito alcuno se non il sostare in uno spazio -limbo creato appunto dall'emozione stessa, sia essa positiva o negativa, senza trasformarsi in empatia, relazione, ragionamento, controllo.

Molti dei messaggi che riceviamo dalle pubblicità, dagli slogan, dal web, si basano proprio sul concetto di far leva su questo tipo di emozione, perchè l'emozione è la risposta più immediata e meno faticosa del nostro elaborare le informazioni esterne. In una società quale è la nostra in cui si corre, si è travolti dagli impegni e dalle innumerevoli incombenze quotidiane ecco che stabilire una comunicazione basata sulla superficialità delle emozioni è il modo più diretto ed efficace per arrivare alle persone.

Per questo molti messaggi che girano sono banali, ovvi, scontati. Perchè nel nostro correre quotidiano il fatto che ci arrivi un'onda emozionale, una saetta fulminea di messaggi in grado di scuotere il nostro inconscio, ci dona l'illusione di aver assaporato un'emozione che però spesso è davvero scollegata da un pensiero o da una scelta consapevole.

Se da un lato l'emozione porta ad un comportamento compulsivo, come ad esempio acquistare qualcosa sull'onda di quello che l'emozione stessa ha trasmesso tramite un messaggio pubblicitario, ad esempio, dall'altro crea una forma di immobilità mentale, inducendo ad accontentarsi di aver "provato" una sensazione appagante temporaneamente che ha impigrito la capacità di pensare e discernere se quella emozione possa essere produttiva o immobilizzante, se crei uno stato di empatia o anestetizzante, se è un'emozione su misura per noi o più grande e quindi in grado di farci perdere il controllo..ecc...

Le emozioni, quali per esempio il terrore e la paura sono strumenti privilegiati di chi vuole operare una manipolazione ed un controllo nei confronti dell'interlocutore che travolto da esse non ha il tempo materiale per accorgersi che quell'emozione si sta trasformando in una gabbia invisibile capace però di ridurre notevolmente il perimetro della propria azione ed a volte di bloccarci totalmente perdendo il controllo della situazione.

Se qualche tipo di emozione ci blocca, ci ossessiona, ci domina è bene porsi alcune domande:
1) in che situazione provo questa determinata emozione? ( quando vedo un film, quando incontro una persona, quando leggo un articolo,quando compio una determinata azione ecc...ecc..)
2) che tipo di sensazione provo? ( gioia, sgomento, paura...)
3) che conseguenze ha sul mio comportamento l'emozione provata? ( mi spinge al dialogo, mi dona la sensazione di autocompiacimento, mi blocca, mi distrae, mi diverte...)
4) questa emozione limita il mio potere di libertà? Offusca la mia capacità di giudizio?

L'emozione è sempre un'onda travolgente, imparare a riconoscerla è un primo passo verso la consapevolezza che siamo sempre in grado e sempre capaci di non delegare a nessuno il nostro potere di esercitare la nostra libertà, sia esso una persona, una ideologia, un gruppo di persone, o un'emozione stessa quale ad esempio la paura. Essere consapevoli vuol dire già essere padroni di se stessi a 360 gradi.



mercoledì 4 marzo 2015

La gelosia

Se partiamo dal presupposto che per un bambino "quello che mio è mio e quello che tuo è mio", capiamo che la gelosia è un modo di sentire che si avverte istintivamente da quando si è piccini.
L'istinto di delineare i limiti e porre le "cose" che si sentono proprie in dei confini invalicabili è un sentimento del tutto primordiale.

Il superamento di questo sentimento richiede due momenti imprescindibili nella vita di un essere umano:
1) il distinguo tra il sentimento di gelosia e possesso nei confronti delle cose e delle persone
2) l'interiorizzazione del concetto di libertà.

Se il sentimento di possesso nei confronti delle cose rispecchia in qualche modo un rispetto per esse e per il tempo e l'impegno impiegato per conquistarle ( penso ad esempio al fatto che chiudiamo a chiave l'automobile per evitare che ce la rubino), e quindi il sentimento della gelosia, in tal caso, non è altro che un salvaguardare le cose che si ritengono preziose che rientra nella sfera della responsabilità individuale nei confronti degli oggetti utili per vivere, d'altro canto, il sentimento della gelosia e del possesso nei confronti delle persone potrebbe, invece, rappresentare un disagio che si vive nei confronti di se stessi, una insicurezza o una smania di controllo.
In tal caso viene introdotto il concetto di "libertà" che è la chiave di sblocco per il sentimento della gelosia nei confronti delle persone che ci circondano. E' chiaro che esistono vari livelli di gelosia che sono direttamente proporzionali al grado con cui percepiamo "il possesso" dell'altra persona ed al grado di intimità che abbiamo raggiunto con la persona stessa.
Quando però si interiorizza il concetto di libertà, ossia che ogni persona, compreso noi, ha il diritto di esprimere se stessa e l'altro non rappresenta un oggetto per scaricare o esercitare le nostre paure e nevrosi, non è uno specchio che riflette la nostra immagine, nè tantomeno uno strumento che amplifica il nostro modo di essere, ecco che nel comprendere ciò facciamo un primo passo verso la consapevolezza che la gelosia è utile solo nel momento in cui può essere un campanello d'allarme in una coppia, un sentore che la persona amata si sta distaccando e può tornarci utile come "strumento di ascolto" dell'altro nel momento in cui percepiamo il suo allontanamento. Ma non deve essere una scarica di frustrazioni ed insicurezze o smanie personali in cui l'altro è percepito come oggetto e non come persona.

E' per questo motivo che tutte le volte che mi chiedono se sono gelosa o se ho paura che mio marito  mi tradisca rispondo che per me non è assolutissimamente un problema, piuttosto il problema è di mio marito che rischia di ritrovarsi a passare il resto della vita su di una sedia a rotelle....Bando agli scherzi è utile interrogarsi sull'origine della nostra gelosia cercando di capire se è un riflesso delle nostre insicurezze oppure un sentimento di risposta ad un atteggiamento della persona di cui siamo gelosi. Capire le cause di un problema è sempre l'inizio per la sua risoluzione!

martedì 3 marzo 2015

Il potere aggregativo del caffè.

La pausa caffè, il sorseggiare insieme con qualcuno una tazzina di caffè ha un potere fortemente aggregativo. Il "Ti posso offrire un caffè?" è un modo per stabilire una comunicazione, un filo invisibile che corre sulle note profumate della bevanda che si ha davanti, un voler fermare per un momento il tempo che si sta vivendo per condividere un piacere che va al di là del piacere stesso del caffè.

Ricordo l'esperienza che ebbi in una classe quarta di un liceo scientifico, in cui la comunicazione ed il dialogo faticava parecchio a decollare, quando pensai bene di far portare dal bar della scuola stessa un caffè per i miei alunni, in classe, durante la lezione di filosofia. Il potere di quel caffè fu davvero incredibile: si incominciarono a vedere sorrisi stampati sui volti, tra una battuta e l'altra si creò un vero momento di aggregazione in cui il fluire della filosofia andava di pari passi con il sorseggiare quel caffè che ruppe il ghiaccio iniziale e creò un ponte di rara comunicazione per quella classe.

Il sintonizzare i sensi quando avviene una comunicazione può rappresentare un canale comunicativo privilegiato in cui si parte dallo stesso "sentire" per poi dibattere, dialogare, discutere, ma il trovarsi insieme in una stessa situazione che pone gli interlocutori su uno stesso piano sensoriale può essere un promemoria quando la comunicazione si fa difficile e gli ostacoli possono davvero essere superati con una "tazzina di caffè" come emblema del mettersi allo stesso livello dell'interlocutore quando si cerca un confronto reale e costruttivo.