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mercoledì 11 marzo 2015

Le massime filosofiche nel quotidiano.

Quando i miei allievi mi chiedevano : "A cosa serve la filosofia?" con intenzioni tendenziose volte a svilirne l'utilità nella vita pratica, ho sempre risposto che la filosofia è il modo con cui vediamo le cose e ci approcciamo ad esse. Il pensiero dei filosofi, le loro altisonanti teorie e i paroloni al limite del comprensibile, come d'incanto, possono ritornarci alla mente anche nella semplice vita quotidiana  e nelle attività più semplici che contribuiscono a dare elasticità al nostro cervello...
Così nelle lunghe notti a vegliare i miei bimbi febbricitanti molte sono state le attività che si sono susseguite per tenermi sveglia...una tra tutte riordinare la loro cameretta...il tutto al buio per non svegliarli...e tra un mattoncino lego che si infilzava nel piede e una ruota di una macchinina che se non avessi visto in tempo mi avrebbe condotta direttamente in una macchina più grande con sirena ,chiamata ambulanza, ecco che mi sovviene una massima:

« Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. »
(Antoine-Laurent Lavoisier)
proprio nel momento topico in cui il sacchetto della spazzatura mi sembrava essere l'unica soluzione al disordine imperante.

E così con un pò di fantasia e con i lego che i bimbi non usano più se non come lancia-fiamme vicendevolmente lanciati ho creato degli orecchini e questo è il risultato. 

Un pò di Attack qualche gancio di orecchino dismesso e come diceva Walt: se puoi sognarlo puoi farlo e così anche i miei incubi più profondi relativi al caos della stanzetta dei miei bimbi hanno acquistato un senso ...come dire!?...."filosofico"!!!...

venerdì 6 marzo 2015

L'inganno dello psicologismo del successo e le logiche di potere.

C'è una tendenza in Italia riscontrata negli ultimi venti anni a ridurre i problemi di ordine filosofico, sociale, culturale e politico ad una matrice di tipo psicologico, che giustappunto è conosciuta con il nome di psicologismo.

Si è stati propensi a voler far credere che il mancato successo di un'idea, di una proposta innovativa, del mancato realizzasi di una singola persona, del singolo individuo sia da ricondursi alla mancata fiducia nelle proprie capacità, alla mancanza di autostima e spesso nella mancanza di coraggio. Tutto questo ha portato alla pubblicazione di manuali, o manualetti direi, in cui si indicano esercizi di autostima per migliorare la qualità del rapporto con gli altri, in cui si motiva a rischiare il tutto per tutto nel campo lavorativo per diventare "imprenditori e manager di se stessi", di come sviluppare al meglio la comunicazione assertiva per imporsi in un colloquio di lavoro, di come scrivere una lettera di presentazione ed un curriculum vitae per fare colpo sul selezionatore.

E' passata così l'idea che davvero se si vuole una cosa e non la si ottiene è perchè non ci si conosce abbastanza, non si evidenziano abbastanza le proprie qualità, non si crede abbastanza in se stessi e che "tutti possono tutto" basta attivare le proprie risorse interiori e la propria volontà.

Questo tipo di pensiero, se da una parte ha indotto ad una maggiore consapevolezza delle proprie qualità e dell'ottimizzazione delle proprie virtù, d'altro canto è risultato monco di tutta quella parte, necessaria ed imprescindibile, che è il contesto reale in cui si vive, intendendo per "reale" le condizioni economiche di partenza, il contesto sociale, culturale, la regione da cui si proviene e tutto quello che rende un essere umano un animale sociale, come sosteneva Aristotele.

Costruire il proprio futuro non è così facile come costruire una città fatta di lego perchè spesso i mattoncini lego della vita reale non li compri e non li scegli tu, non scegli quali forme e quali colori utilizzare, e la città deve strutturarsi sì sulla propria "fantasia" ma anche con la materia ed il materiale che si ha a disposizione.

Credere nelle proprie capacità ed idee non è che il primo passo per costruire il proprio successo, la propria riuscita, un'attività lavorativa che concilii le proprie naturali predisposizioni con le necessità economiche per la sopravvivenza, ma è anche un presupposto direi ovvio e banale perchè chiunque ha un'idea è anche dotato di entusiasmo per vederla realizzata e l'entusiasmo è alla base della nascita di un'idea, ma è anche vero che se non si è inseriti in un contesto che riconosce un'idea buona ed originale, un'idea vincente, che funziona, può essere questa dotata di quanta bontà si voglia, ma rimarrà un'idea isolata e non supportata, a prescindere dall'entusiasmo e dalle capacità del fautore dell'idea stessa.

Così capita di assistere ad un fenomeno frequentissimo, ossia che un'idea per quanto buona e originale che sia, non riuscirà mai a vincere contro un'idea, magari un pò meno originale e più debole, ma supportata da quelle che il papà del film di "Caterina va in città" indicava come combriccole e parrocchielle.

Il contesto in cui si è inseriti, i gruppi di appartenenza, i partiti, i club, i circoli sono altrettanto importanti tanto quanto possedere un talento. Facendo parte di un gruppo si ha una utenza più ampia a cui proporre la propria idea, sostenitori, passaparola molto più efficace, tanto da farmi pensare che appartenere ad un gruppo valga tanto quanto, se non di più, paradossalmente, che possedere un'idea potenzialmente vincente.

Di contro, però, appartenere ad un gruppo se può essere produttivo e soddisfare il bisogno di sicurezza che ciascun individuo possiede, è pur vero che in alcuni gruppi le logiche di potere orientate al successo immediato chiedono sempre un prezzo da pagare, spesso limitante e spesso vincolante. E' necessario quindi interrogarsi sulle logiche di potere del gruppo a cui si ha intenzione di appartenere qualora lo si ritenesse necessario per conseguire un successo che altrimenti non avrebbe altre vie di sbocco e di uscita.

Cercare di sventare l'inganno dello psicologismo permette anche di avere una visione più obiettiva della realtà e di superare quel senso di frustrazione tanto comune a chi, seppur dotato di idee, talento, entusiasmo e volontà non ha però alcuna rete di supporto, focalizzando le responsabilità del "mancato successo" non su una responsabilità personale tout court ma puntando l'attenzione sulle dinamiche di gruppo e le logiche di potere del contesto nel quale si è inevitabilmente collocati.

lunedì 3 novembre 2014

Una storia confusa


Questa settimana si comincia in compagnia di un buon caffè con...

Recensione de: "Una storia confusa" autore: Enrico Pentonieri -Europa Edizioni


Si dice che ogni “promessa è debito” ma quando la promessa a farla è un adolescente, e se la promessa è rivolta a se stessi, qualunque essa sia, allora questa diviene una catena che vincola, trattiene e talvolta imprigiona fino al punto da diventare l’unica cosa immobile in una realtà in continuo divenire.
Un ragazzo, due ragazzi, tre ragazzi, una ragazza, due ragazze, tre ragazze… adolescenti che preferiscono una birra al mattino al posto della classica bevanda da colazione, (quando e soprattutto il mattino rappresenta la fine della loro giornata) intimoriti dall’amore e dalle sue innumerevoli sfaccettature più di quanto possa intimorire un’interrogazione di matematica al liceo, belli e con tutta la vita davanti ma con un bagaglio di idee, paure, speranze, immaginazione e proiezione di se stessi nel futuro da costituirne già in pochi anni vissuti un bagaglio tanto forte e tanto pesante quanto forti e pesanti sono le emozioni con cui si affronta l’esistenza. Ragazzi che si barcamenano in un intreccio di passioni, storie, amicizie spezzate e ricostruite, amori dichiarati e latenti, che passano attraverso le emozioni e le vicende del protagonista, Andrea.
Un don Chisciotte della Mancia i cui mulini a vento hanno ceduto il posto alle lacrime di una ragazza, di una donna in divenire…un cavaliere d’altri tempi il cui istinto di protezione fa a cazzotti con quello di sopravvivenza,( quando non fa a cazzotti con qualcuno per davvero!), senza che ne abbia la benché minima consapevolezza, senza che abbia la consapevolezza che quelle risposte ricevute si trasformano in domande che lo costringono a crescere, perché in fondo quand’anche la paura delle responsabilità si fa sentire forte avanzando a piè sicuro, si ritroverà ad avere assunto la più grande responsabilità che un uomo possa assumersi, quella verso se stesso e le promesse fattesi.
Ed è allora che il ritmo, ansimante, irruente e galoppante della prima parte del romanzo lascia il posto ad una riflessione lenta, pacata, serena, riflessiva ma non priva di esilaranti quanto coinvolgenti colpi di scena che non permettono al lettore di tenere bassa l’attenzione fino ad accompagnarlo alla fine del romanzo con uno sguardo al passato pieno di tenera nostalgia, non tanto per ciò che si è vissuto, ma per il come lo si è vissuto…

L'autore

Enrico Pentonieri è nato a Napoli 1975. Da sempre appassionato di musica e instancabile scrittore, dopo il diploma scientifico coltiva una delle sue passioni: l’informatica. In questi anni ha avuto svariate esperienze lavorative come webmaster e tecnico informatico. Dal 2012 collabora con Partenopress, Una storia confusa è il suo primo romanzo.

Reperibile presso le librerie Feltrinelli
oppure online:


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