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venerdì 13 maggio 2016

Un caffè con...Manuela di "Ho sposato un gigante" !


Manuela è sempre Manuela ed anche nella seconda serie tv appena conclusasi su La 5 non ha che confermato la sua forte carica umana e il suo contagioso ottimismo! Ecco l'intervista che ebbi l'onore di farle qualche tempo fa...


Ve la ricordate la scena del film:”L’attimo fuggente” in cui il mitico professore rivoluzionario, interpretato dall’insostituibile Robin Williams, durante una lezione in aula lascia tutti gli allievi a bocca aperta salendo sulla cattedra dicendo: “Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a veder voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva.”….? Ebbene, nel caso di Manuela potremmo dire che il mondo davvero appare diverso da quaggiù! Una moglie, mamma, ma soprattutto donna speciale che con estrema generosità ha deciso di condividere per quattro mesi la sua quotidianità con le telecamere e regalare a noi telespettatori un angolo del mondo da cui scrutarlo ed in cui il mondo stesso appare diverso e direi anche più bello, non perché catturato da qualsivoglia sofisticato obbiettivo fotografico, che tra le altre cose è un suo strumento di lavoro la cui passione condivide assieme al marito, ma perché catturato dalla prospettiva del cuore, quel cuore che il Piccolo Principe definirebbe come capace di cogliere quell’essenziale invisibile agli occhi .
I centimetri che separano Manuela dalla maggior parte delle persone che la circondano, in primis da suo marito, si sono trasformati in grandi braccia accoglienti (questa è la sensazione che si ha entrando in contatto con lei) capaci di accogliere, coinvolgere, trasmettere colore e calore tali da stringere a sé e al tempo stesso ed al momento giusto dare la spinta necessaria a chi da questo mondo si sente intimorito o sente quasi di non appartenervici.
Ma Manuela e la sua famiglia (il marito Fabio ed i due splendidi pargoletti Giorgio e Mattia) attraverso le rocambolesche, divertenti ed a volte anche drammatiche situazioni che la vita pone davanti ad ognuno di noi, ci ricorda che l’importante non è essere perfetti, bensì essere perfetti gli uni per gli altri, perché questa è la storia non solo di una donna speciale ma di una famiglia unica ed al tempo stesso comune, che ci dimostra che la felicità non è necessariamente tre metri sopra al cielo ma può essere alla portata di chiunque si prenda l’impegno con se stesso di essere davvero felice e rendere felice chi ama.
Domanda:Manuela, quali sono le motivazioni che hanno spinto te e la tua famiglia a partecipare ad un programma televisivo come protagonisti?

Risposta:Sicuramente il motivo principale è quello di trasmettere un messaggio di tipo sociale ossia che "Si può vivere una vita felice e soddisfacente anche quando ci sono delle premesse che potrebbero spaventare o far pensare il contrario".Fermo restando che siamo circondati d'amore quando ci arriva qualche critica esterna rimane per noi un mero dato informativo perchè siamo talmente attenti a lavorare su noi stessi, sulla nostra famiglia
e sulla qualità della nostra vita che quel puntino perde inevitabilmente importanza rispetto a tutto ciò che abbiamo costruito insieme.
L'aspetto più leggero è che siamo stati sempre aperti alle novità, per cui questa avventura ci sembrava un'esperienza curiosa ed interessante occupandoci lavorativamente di comunicazione, anche se  in realtà si è rivelata non solo più intensa e faticosa del previsto ma un vero e proprio ulteriore cammino di crescita personale e familiare.
Domanda:In una puntata de: “Ho sposato un gigante”, fai riferimento a tua madre, prima ballerina in uno dei teatri più famosi del mondo, il Teatro San Carlo di Napoli; come hai vissuto il passaggio adolescenziale in cui di solito una ragazza si identifica con la propria madre, avendo fatto lei stessa del suo corpo una grande espressione di libertà?
Risposta: In realtà qui c'è stato un errore di comunicazione mia madre è stata per 30 anni ballerina classica nel corpo di ballo del Teatro San Carlo, non è stata però prima ballerina, anche se in realtà non cambia nulla avendo lei dedicato la sua intera  vita alla danza classica.
Non avevo una figura con cui identificarmi, nè femminile nè maschile, non avevo idea di come sarei stata, facevo fatica a pensarmi in una dimensione femminile ed in una dimensione adulta, andavo a letto sperando il giorno dopo di svegliarmi alta alta e di poter fare finalmente un po' di shopping come si deve alla Kinsella maniera. Mentre i corpi delle mie compagne mutavano e si facevano sempre più simili a quelli delle loro madri io non riuscivo ad immaginarmi, la mia mamma mi sembrava una chimera lontana. Non ho mai vissuto il mio corpo come un ostacolo essendo figlia di due genitori dediti allo sport professionalmente, ho fatto pattinaggio artistico, ginnastica artistica, pallavolo (ovviamente ero in ricezione), nuoto ed equitazione… ho semplicemente avvertito che a volte la mia energia mentale andava oltre come se quel corpo non bastasse a farmi rincorrere tutto ciò che desideravo. In realtà con il tempo la mia vita mi ha dimostrato che i limiti più grandi ero io stessa a darmeli.


 Domanda:Manuela con l’esempio, con i fatti e non solo con le parole hai dimostrato che i pregiudizi possono essere vinti, superati ed affrontati con la forza della volontà e mettendo amore in ogni piccolo gesto quotidiano. Quanto costa essere davvero coerenti con le proprie parole?
Risposta:Non c'è conquista che non comporti allenamento, la mia palestra è stata la vita e le persone che nel bene e nel male ho incontrato ma il lavoro più grande che ho cercato sempre di fare è di essere prima di tutto onesta con me stessa. Nel momento in cui ho imparato davvero ad amarmi per tutti i miei centimetri in meno e non in più il resto è venuto da sè . Della mia vita posso dire solo una cosa: è MERAVIGLIOSA.

Un grazie grande quanto una casa a Manuela per la disponibilità, per la generosità e per aver accettato di prendere un caffè che non dimenticherò così facilmente!







martedì 17 marzo 2015

Recensioni:La gnosi al potere di Angela Pellicciari.

In un mondo della comunicazione in cui si è abituati ad urlare per farsi ascoltare, del quale si è costretti a subire "verità" conclamate e reputate incontrovertibili acclamate da un tizio con una maschera molto simile ad una museruola alla Hannibal Lecter e che si fa chiamare Adam Kadmon in onda su Italia1 alla stessa stregua di come andava in onda il santone di Wanna Marchi in una qualche sperduta tv commerciale, che paventa complotti fantomatici ed intervista illuminati che di luminoso hanno solo il faro a favore di telecamera, come ad esempio il portavoce ufficiale della massoneria Claudio Bonvecchio, che edulcora l'immagine della massoneria stessa per renderla più potabile ad un pubblico profano e la maschera, come da vizietto ricorsivo, coerente con il proprio stile, ecco che arriva una concreta risposta a suddette pagliacciate.
Angela Pellicciari, scrittrice e studiosa, tralasciate le suggestioni televisive veicolate da personaggi incappucciati che vivono carnevalescamente la storia tutto l'anno, con il suo libro "La gnosi al potere", sobrio, pulito, fruibile anche dai meno addetti ai lavori e con fonti alla mano senza mai abbandonarsi a fanatismi coloriti di umori suggestivi ed isterici che invece tanto caratterizzano le trasmissioni di cui sopra, ci racconta la storia attraverso vicende italiane in un'Europa sempre più propensa all'esaltazione dei diritti del singolo ed alla sua corruzione come mezzo di distruzione di massa.
L'autrice ci parla di gnosi, tecnoscienza, fede, massoneria, ONU, papi, i Savoia, Marx, Mussolini, Pascoli, i Mille e tanto altro ancora con i retroscena curiosi, le cose non dette dai classici libri di storia studiati sui banchi di scuola, tutte documentate e mai solo ipotizzate, delineate con contorni che nulla lasciano alla fantasia ed ad ideologie fumose. Svela i fili dei burattinai che minano l'essenza dell'essere umano fino a trasformarlo in una caricatura di se stesso, per giunta anche fatta male, in cui il limite sembra non più una realtà tangibile e peculiare dell'uomo stesso, ma un ostacolo da superare con ogni mezzo a disposizione anche se il prezzo da pagare è la svendita della propria anima.
Un libro che si legge tutto d'un fiato, quel fiato sospeso misto allo sgomento che si prova nel constatare quanto poco è diffuso tra noi "profani" il senso della storia concreta e non paventata o mitizzata e quanto sia facile cadere in una congiura contro la verità, inconsapevolmente, laddove la coscienza del singolo viene gradualmente anestetizzata dai giullari della storia, ossia da quelli che, come affermava Platone, credono di essere migliori e per tale qualità hanno la presunzione di voler rendere migliori anche gli altri.

martedì 3 marzo 2015

Il potere aggregativo del caffè.

La pausa caffè, il sorseggiare insieme con qualcuno una tazzina di caffè ha un potere fortemente aggregativo. Il "Ti posso offrire un caffè?" è un modo per stabilire una comunicazione, un filo invisibile che corre sulle note profumate della bevanda che si ha davanti, un voler fermare per un momento il tempo che si sta vivendo per condividere un piacere che va al di là del piacere stesso del caffè.

Ricordo l'esperienza che ebbi in una classe quarta di un liceo scientifico, in cui la comunicazione ed il dialogo faticava parecchio a decollare, quando pensai bene di far portare dal bar della scuola stessa un caffè per i miei alunni, in classe, durante la lezione di filosofia. Il potere di quel caffè fu davvero incredibile: si incominciarono a vedere sorrisi stampati sui volti, tra una battuta e l'altra si creò un vero momento di aggregazione in cui il fluire della filosofia andava di pari passi con il sorseggiare quel caffè che ruppe il ghiaccio iniziale e creò un ponte di rara comunicazione per quella classe.

Il sintonizzare i sensi quando avviene una comunicazione può rappresentare un canale comunicativo privilegiato in cui si parte dallo stesso "sentire" per poi dibattere, dialogare, discutere, ma il trovarsi insieme in una stessa situazione che pone gli interlocutori su uno stesso piano sensoriale può essere un promemoria quando la comunicazione si fa difficile e gli ostacoli possono davvero essere superati con una "tazzina di caffè" come emblema del mettersi allo stesso livello dell'interlocutore quando si cerca un confronto reale e costruttivo.


lunedì 13 ottobre 2014

"Un senso di solitudine in invisibili conversazioni"

Mi piace osservare le persone. Mi piace guardarle e cercarne di intuirne i discorsi, i pensieri, i desideri. Passerei delle ore seduta in un angolo della strada a fissare chi mi passa davanti, a coglierne i gesti, gli sguardi, il modo di camminare, il modo di vestire. Quante storie che si sfiorano al solo sostare davanti ad una vetrina...quanti incontri mascherati da occasionali scontri mentre si attraversa allo stesso semaforo verde.
Sabato pomeriggio, mentre bevo il caffè, o meglio, tra un figlio che mi chiede l'acqua, l'altro che tenta di strapparmi la tazzina rischiando di  crearne con il caffè un'opera futuristica contro il muro del bar,  ed il marito che mi chiede dove ha messo (lui) il suo portafogli assegnandomi il ruolo di sfinge, riesco a volgere lo sguardo fuori ....e quello che vedo mi sembra quasi il set di una pubblicità, studiato, preparato ed ordinato a tavolino tanto che per me ha dell'assurda contemporaneità: tra donne, piacevoli, sole davanti alla loro ordinazione, sedute, immobili, immobili nello sguardo e nella postura, solo il dito sul loro smarthphone si muove, non un'espressione, non un sorriso, un accenno ad alzare la testa per vedere se accade qualcosa intorno a loro, se c'è qualcosa intorno a loro. Riesco a malapena a catturare quel momento, senza nemmeno troppa fretta, non c'è pericolo che la scena cambi di un benchè minimo particolare nel tempo che impiego a recuperare il mio cellulare sepolto nella mia borsa senza fondo, e così, immobile come la vedo, la immortalo...ho provato un senso di solitudine e tristezza...abbiamo a portata di mano, anzi di dito, il mondo intero, eppure non ci accorgiamo che abbiamo già perso il mondo intorno a noi...

mercoledì 1 ottobre 2014

Che tempo che fa...


Qualcuno ha detto: "L'angoscia del tempo che passa ci fa parlare del tempo che fa." Avete presente quelle telefonate in cui alla fine ci si sta per congedare ed invece di salutarsi uno dei due interlocutori prosegue come se stesse per dire una cosa importantissima: "Ah, dimenticavo, non ti ho chiesto che tempo fa lì da te"? Ecco, mi sono chiesta come mai il tempo, o meglio, le condizioni atmosferiche, siano quei luoghi comuni in cui sembra quasi d'obbligo argomentare come se si stesse svelando qualcosa che assolutamente non deve passare inosservata. In un primo momento ho creduto che l'argomento "meteo" fosse uno di quegli argomenti "cuscinetto" che tamponano i momenti di imbarazzo in cui la conversazione ha esaurito i contenuti e ci si butta su un qualcosa di assolutamente generico. Poi però ho osservato che spesso l'argomento "tempo" è un modo per rompere il ghiaccio tra sconosciuti, magari mentre si sta facendo la fila al supermercato o si sta attendendo il bus. Un argomento di cui e su cui tutti possono parlare. Qualcosa che ci accomuna inequivocabilmente e che in qualche modo ci mette tutti su di uno stesso piano. Poi però ho osservato che le condizioni atmosferiche sono anche materia di discussione tra persone che già si conoscono e che in teoria non dovrebbero cercare argomenti per "rompere il ghiaccio", così ho pensato che l'argomento fosse un momento di riempimento quando è finito l'ascolto, quando è davvero finito quello scambio in cui ci si confronta e ci si mette in discussione, un modo per riempire dei silenzi che altrimenti risulterebbero insopportabili. Alzare lo sguardo al cielo è peculiare, sia in senso concreto che metaforico, dell'essere umano che solo sotto lo stesso cielo si sente meno solo e in sintonia con gli altri esseri umani. Quello che la politica divide, che la società separa, che le idee allontanano, il tempo unisce. Unisce perchè "siamo tutti sotto lo stesso cielo" e forse parlare del tempo ci fa sentire meno soli ed insieme ad altri luoghi comuni come "mal comune mezzo gaudio" rientra in quegli argomenti retorici che ci fanno sentire " a casa", che ci fanno sentire "protetti", quegli stati mentali che vengono creati nell'argomentare la pioggia, la neve il freddo ed il caldo che costruiscono una patina di eternità davanti ad un altro tipo di  tempo, il tempo che passa,invece, sempre inesorabile, capace, insieme alle rughe, di tracciare linee con punti di non ritorno."L'angoscia del tempo che passa ci fa parlare del tempo che fa."

giovedì 25 settembre 2014

Un caffè con...Barbara De Santi!



Barbara De Santi ha partecipato al programma televisivo “Uomini e Donne”, condotto da Maria De Filippi e che va in onda nella fascia pomeridiana su Canale 5. Il programma prevede la partecipazione di uomini e donne, giustappunto, single, che hanno lo scopo di conoscersi tra loro al fine di cominciare una storia d’amore che abbia come finale auspicabile il più bello di tutte le favole, ossia: “ e vissero felici e contenti…”. Ogni puntata è caratterizzata dalla narrazione dell’evolversi delle storie e dei percorsi di conoscenza tra i concorrenti che si scelgono magari dopo aver fatto piacevolmente un ballo assieme durante la puntata. La coppia che si forma o che si sta formando non è scevra di polemiche, critiche, segnalazioni da parte del pubblico da casa e di opinioni talvolta pungenti da parte dei concorrenti stessi che mettono in discussione la bontà della storia nascente o delle intenzioni di uno dei due protagonisti o anche talvolta di entrambi. Molte storie si sono coronate con un lieto fine, altre sono in via di definizione, altre ancora sono cominciate e terminate.  Ciò che colpisce è proprio il fatto che alcuni concorrenti, scremati quelli che vi partecipano per puro narcisismo o per motivi che esulano dallo scopo del programma stesso, è proprio il coinvolgimento totale e l’esposizione mediatica delle emozioni di cui i concorrenti sono fautori e che l’elemento “telecamere” o “televisione” diviene a lungo andare solo un accessorio, passando paradossalmente in secondo piano rispetto alla realtà vissuta e raccontata. Barbara De Santi ha appassionato il pubblico di “Uomini e donne” proprio per la veridicità delle sue storie, per la generosità con cui non ha risparmiato le proprie emozioni, lacrime, rabbia, gioia, entusiasmo, tristezza, dolore in cui si è reso ben visibile il fenomeno per cui la televisione non risulta che un mezzo che può creare dei ponti invisibili di scambi empatici tra chi ne usufruisce e chi la fa; Barbara ne incarna proprio un esempio palese a tal punto da essere stata così disponibile e gentile da aver accettato di “prendere un caffè” con Walt e Socrate al di qua dello schermo…

      1) Cosa spinge una donna come lei, indipendente, affascinante e intellettualmente brillante a partecipare ad un programma televisivo?
B: "Intellettualmente brillante è uno dei complimenti più graditi che io abbia mai ricevuto nella mia vita perché penso che la bella che non balla non serva a nulla, balla chi ha ha una mente, appunto, brillante, briosa, viva. Detto ciò, rispondo alla domanda. Il mio desiderio di partecipare ad un programma televisivo nasce innanzitutto da una voglia di riscatto nei confronti di una vita passata ai margini, una vita in cui mi sono sentita meno bella, meno capace, meno considerata degli altri. Penso siano lacune e piccoli complessi derivanti, probabilmente, dal tipo di educazione avuta in famiglia. Quindi, ora, avere la possibilità di essere al centro dell'attenzione, mi fa sentire finalmente qualcuno agli occhi di chi mi ha fatto sempre sentire nessuno, come dire: hai visto che nonostante tutto, io ci sono, sono amata da una buona fetta di pubblico, sono al centro e non più ai margini? Scegliendo, poi, come programma televisivo, "Uomini e Donne", altra motivazione importante è trovare la tanto ricercata anima gemella: in effetti per me è davvero un'impresa quasi impossibile, e continuo a confidare in questa trasmissione per trovare un amore che mi stia vicino per sempre." 

2) Cara Barbara, l’immagine che lei ha descritto di se stessa, spesso dipinta dalle sue stesse parole durante la trasmissione, è stata quella di donna fragile, spesso bisognosa di conferme e rassicurazioni. Eppure, ha saputo sempre affrontare con grande grinta, talvolta facendo prevalere l’aspetto razionale, altre volte quello emozionale, le critiche, gli attacchi, le aggressioni verbali, le insinuazioni…Ecco, quali sono stati i pensieri da cui ha tratto forza per controbattere e trovare sempre le parole per fronteggiare chi in quel momento la accusava consapevole di essere davanti a delle telecamere?
B: "Nel corso di questi tre anni ho pensato spesso di mollare, di alzare le mani al cielo ed arrendermi. Ma il calore delle persone che mi trasmettevano e continuano a trasmettermi on line, per strada, al supermercato e in ogni posto in cui io vado, mi ha dato la forza di andare avanti. Finalmente ho trovato una forma di amore, quello delle persone che mi seguono, che mi appaga, mi fa sentire importante, mi fa sentire bella e io ho bisogno di queste conferme. Altro mio punto di forza è la ricerca e difesa continua della verità, della lealtà, della sincerità: io con questi elementi in tasca posso camminare orgogliosa  a testa alta, posso guardare la lucina della telecamera e essere fiera di quel che sono perché faccio e vivo nella stessa identica maniera fuori e dentro la trasmissione. Io non sono fuori programma "persona" e dentro il programma "personaggio", io sono sempre Barbara, persona vera fino a stare male. "
3) Barbara, una volta conclusasi la puntata, rivedendosi in televisione, quindi passando dal ruolo di “attore” a “spettatore”,  ha rilevato  qualche discrepanza o anche una semplice differenza tra l’immagine che lei ha di se stessa e quella che viene filtrata attraverso l’obbiettivo della telecamera?
B: "Certo, vedo un'enorme differenza. Chi è quella persona dello schermo sempre arrabbiata, sempre sulla difensiva, petulante e talvolta antipatica? No di certo Barbara che sta a casa, puntigliosa sì, ma divertente, ironica, autoironica, solare e mooolto simpatica."
4)La trasparenza con cui ha comunicato le sue emozioni ed il vissuto dei momenti condivisi nel programma ha fatto ben trapelare l’onestà intellettuale con cui esprime giudizi verso se stessa e verso gli altri, in poche parole è una persona che non sa dire bugie né a se stessa né agli altri. Il sano realismo che la contraddistingue sembrerebbe aver vinto le barriere televisive a tal punto da vestirsi di coraggio, perché ci vuole molto coraggio a diventare un personaggio pubblico mantenendo nel tempo la propria identità. Cosa è sostanzialmente cambiato nella sua vita durante e dopo la partecipazione a questo programma?

B: "Non avevo ancora letto questa domanda e vedo che inizia con una sorta di descrizione della mia persona, di delineazione delle principali e inequivocabili caratteristiche che mi appartengono, caratteristiche che, guarda caso, avevo già enunciato nelle risposte precedenti.

Fondamentalmente, nel concreto, nella vita lavorativa e non, quotidiana, non è cambiato assolutamente nulla. Ma importante è il cambiamento nel mio mondo interiore, la mia autostima, per esempio, che prima era veramente al livello di minimo sindacale, ora è invece maggiore, mi sento più sicura e mi sento, sarò ripetitiva, considerata, voluta, desiderata. "


5) Il fatto che altri ( ammiratori, compagni dell’avventura televisiva, fans) riconoscano in lei delle qualità o semplicemente esprimano simpatia verso il suo percorso televisivo, può, secondo lei, accrescere l’autostima operando significativi cambiamenti al proprio modo di essere? 

B: "Di nuovo ho anticipato contenuti della domanda successiva. Ho già detto che la mia autostima è cresciuta, sono più convinta di piacere e di essere desiderata, dai bimbi agli adulti senza distinzione di sesso. Nonostante ciò io rimango sempre una persona che "vola basso", che non si monta la testa, che sa che nella vita deve sempre impegnarsi per guadagnarsi la stima, l'amicizia, la simpatia altrui e per avere successo nelle piccole e grandi cose della vita. "


Ringrazio moltissimo Barbara De Santi per aver voluto prendere un caffè con Socrate ed uno con Walt, innanzitutto per la disponibilità, per la gentilezza e per l’accuratezza con cui ha risposto alle domande, e poi per aver fatto luce su aspetti e dinamiche psicologiche ed emotive che molto spesso vengono offuscate dai riflettori televisivi, e che invece rivelano una umanità profonda e tangibile, una umanità che risplende di tutte le sfaccettature di cui è composta e della quale  la televisione non è che diffusore, un faro che non si teme quando ciò che riflette è l’autenticità, seppure nelle proprie insicurezze e mille contraddizioni! Barbara De Santi, inoltre, ha fatto luce su un altro aspetto della televisione conferendole  un valore aggiunto  sfruttandola come momento di maturazione personale e crescita anche interiore, nella consapevolezza di trovarsi davanti un mezzo appunto da usare e non dal quale essere usati, perché come diceva il filosofo Kant “l’uomo è sempre fine e mai mezzo”. Grazie ancora Barbara con l’augurio che possa continuare il tuo cammino con la stessa veridicità e consapevolezza di oggi!





martedì 16 settembre 2014

Le trappole del litigio.

Le parole hanno un potere immenso su di noi, sulle nostre emozioni e sui nostri comportamenti. Le parole sono generate da pensieri e generano, a loro volta,  pensieri che influenzano e guidano le nostre azioni.Scegliere bene e con cura le parole da utilizzare, soprattutto se vengono usate con veèmenza durante una discussione accesa o un litigio, è molto utile per spogliare il confronto da tutto ciò che è superfluo e per mirare dritti al cuore della discussione. Tra adulti, tra marito e moglie, tra amici, tra genitori e figli, durante una discussione, si commettono numerosi errori che spesso fanno dimenticare l'origine vera del confronto e non fanno altro che mettere altre carne al fuoco. Ecco di seguito un elenco in cui è possibile individuare le trappole in cui un litigio da costruttivo può degenerare in distruttivo.
1) Non usare il "TU sei" come accusatorio. Ad esempio se nostro figlio passa ore ed ore davanti alla televisione, nel momento di correggerlo è deleterio dirgli "TU sei un pigro debosciato" oppure "TU sei un nullafacente". In questo modo non si fa altro che irritare l'interlocutore istigandolo ad un atteggiamento di difesa piuttosto che di ascolto. Dirgli " Questo atteggiamento che stai assumendo non è positivo, perchè non cerchiamo di rivedere la situazione assieme?" sposta l'attenzione dal "TU" accusatorio all'"ATTEGGIAMENTO" sbagliato che invece può essere corretto con la buona volontà.In questo modo si diventa complici nel combattere una "cosa esterna" all'essenza delle persone coinvolte, che non sentendosi in difetto, presteranno maggiore attenzione alla critica.
2) Non umiliare, denigrare o accusare l'interlocutore in presenza di altri a meno che non sia strettamente necessario(in caso di serio e vero pericolo per la propria incolumità). Dire frasi del tipo "Sei la solita" "Non capisci nulla" e mentre lo si dice cercare l'approvazione di terzi è un modo per innalzare un muro per una corretta comunicazione e un civile confronto. Se proprio scatta la miccia del litigio in presenza di altri e se ne vale davvero la pena, sarebbe bene aspettare di essere vis à vis per chiarire e litigare costruttivamente e per evitare che il litigio si svuoti della sua valenza come confronto e diventi uno spettacolo sterile in cui vince chi riceve maggiori "applausi".
3) Evitare di pronunciare frasi con "SEMPRE" e "MAI" perchè il sempre ed il mai precludono ogni possibilità di venirsi incontro, è una sentenza emessa, una condanna senza diritto di replica.In queste due parole sono implicati il passato ed il futuro.Con il sempre è come se si veicolasse il messaggio che gli errori commessi in passato si ripetono inesorabilmente e con il mai si tagliano le gambe a qualsiasi possibilità di rimedio, cambiamento, possibilità futura. 
Poichè spesso durante il litigio si è accecati letteralmente dalle emozioni che ne conseguono o che ne sono all'origine, è bene soffermarsi a riflettere su queste trappole in momenti di totale calma, abituando così il cervello e la nostra volontà a prendere in considerazione il valore delle parole che spesso pronunciamo senza davvero soppesare e che invece potrebbero assumere un valore straordinariamente potente per chi le ascolta. Esercitarsi quotidianamente ad usare con discernimento le parole può essere una buona abitudine da prendere per affrontare qualsiasi tipo di confronto, un modo per non "inquinare" la comunicazione e un modo per fare in modo che le parole siano quanto più vicine a quello che vogliamo davvero esprimere.

giovedì 20 settembre 2012

Il linguaggio segreto dell'ipocondria in famiglia.

Capita spesso,  nella maggior parte dei casi ciò accade nelle famiglie numerose, che ad ogni componente della famiglia venga attribuito un aggettivo, un soprannome, un epiteto che lo connoti e che lo "etichetti"...Giuliana è soprannominata "la pazza" perchè da neonata piangeva sempre e mugugnava se non era presa in braccio dai genitori; Marco è soprannominato "il ladruncolo" perchè sottrae a chiunque vede mangiare del cibo, anche al suo cane! Stefano è denominato l'"intellettuale" per la mole di libri che divora anche in vacanza. Una caratteristica, una qualità o un talento che emergono durante la crescita a seconda del peso e del valore che gli si attribuisce dagli altri componenti della famiglia, avranno un'incidenza non da poco nella vita di un bambino/futuro adulto e sulla formazione della propria autostima. Non di meno tutto questo "riconoscere" nell'altro una qualche qualità o un difetto, diventano, con il passare del tempo e delle esperienze condivise, parte di un codice di linguaggio in cui avviene la comunicazione familiare e di conseguenza sociale.
Il caso.
C. è cresciuta in una famiglia di quattro fratelli. La madre ha esercitato su di lei un controllo eccessivo in ogni ambito della sua esistenza, sin da bambina, tanto che per fuggire al disagio provocato dalla madre C. sposa a vent'anni un uomo più grande di lei con un buon lavoro, una sicurezza economica e che ostenta sicurezza e spavalderia. Il marito con il passare del tempo rivela un carattere predominante, tanto che C. matura una forma di depressione cronica che l'accompagna per circa trent'anni a cui attualmente fà fronte con una cura a base di psicofarmaci. Nella famiglia d'origine C. non ha mai avuto la possibilità di esprimersi, nè a parole nè con le azioni. La madre ed il padre hanno sempre deciso per lei, prima il collegio, poi la scuola, poi il lavoro. Non hanno mai prestato ascolto alle sue richieste, esigenze o semplici parole. L'unico modo per sentirsi "presente" per C. era nel momento dell'influenza o quando aveva una qualche malattia. Solo in quel momento le era concesso di prendersi cura di se stessa senza che nessuno pretendesse qualcosa sa lei, una qualche commissione, un aiuto in casa e via dicendo. Il momento della "malattia" risultava un modo per comunicare che lei c'era, esisteva, non era invisibile o trasparente. Dopo il matrimonio C. ha cominciato a prestare sempre più ascolto al suo corpo chiudendosi al mondo esterno. Un qualsiasi malessere sembrava essere sintomo di una malattia più grave, tanto che almeno una volta al mese si faceva portare in Pronto Soccorso, luogo in cui spesso urlava e si risentiva qualora i medici le comunicavano una diagnosi negativa. La "malattia"era diventata il suo tarlo, il suo principale argomento di conversazione tanto da farle imitare i gorgoglìì del suo stomaco o il battito del suo cuore anche in una semplice conversazione con il vicino di casa incontrato per caso. In casa non aveva voce in capitolo. Suo marito è ed era un "tuttofare"e spesso non le risparmiava di umiliarla o denigrarla anche in presenza di estranei. C. manifestava un distacco emotivo davanti ad ogni cosa, persino alla nascita del figlio, ha delegato il ruolo di madre al marito.


Alla luce di questa esperienza e ne potrei citare di simili tantissime altre, emerge che spesso nell'ipocondriaco l'attenzione eccessiva ai segnali del proprio corpo, anche a quelli che non denotano o nascondono alcuna malattia, e manifestarli agli altri sia a parole che con gesti, quali ad esempio correre spesso al Pronto Soccorso o andare sovente dal medico, nasce dall'esigenza di esprimere un vissuto, pensieri, un'essenza che in altro modo non riesce a trovare un canale di espressione. Ascoltarsi diventa un voler sostituire un ascolto non ricevuto da bambini, un voler essere riconosciuto e accudito, un bisogno di amore non soddisfatto. Sarebbe utile, qualora ci si trovasse di fronte ad una persona ipocondriaca, sapere quali sono le abitudini familiari, sapere il ruolo che ricopre in famiglia, se ha un talento ed ha avuto modo di coltivarlo, se viene ascoltata anche se non presenta malesseri fisici. Ognuno di noi si esprime attraverso codici acquisiti in famiglia, a scuola, a lavoro, e il linguaggio che utilizza per farsi ascoltare è quello che è maggiormente recepito da chi ci circonda. Per questo è molto importante ascoltare il bambino e quello che ha da dirci senza arrivare al punto che si esprima solo attraverso capricci o malesseri solo per attirare la nostra attenzione. Quella che può essere una cattiva abitudine inferta da piccoli può diventare una malattia cronica da adulti a cui si pone parzialmente rimedio solo con strumenti quali la psicoterapia o farmaci. Questa riflessione può essere uno stimolo a meditare sull'ascolto che poniamo nei confronti dei nostri figli. Se rivolgiamo loro attenzione solo se accade o fanno qualcosa di eclatante o se siamo in grado di ascoltarli anche attraverso il loro silenzio o i loro ordinari comportamenti.

mercoledì 16 maggio 2012

Vedo, sento, parlo e....agisco.

L'apprendimento è quella facoltà attraverso cui immagazziniamo delle informazioni per poi rielaborarle utilizzandole nella vita quotidiana.
Quando ci troviamo davanti ad un bambino, ad un adolescente o ad una classe, è bene cercare di carpire quale sia il metodo di apprendimento più consono agli allievi, affinchè i contenuti possano essere veicolati a ciascuno in modo uniforme e corretto.
Esistono tre modalità attraverso cui apprendiamo e ognuno di noi è predisposto verso una in particolare.
L'apprendimento visivo avviene attraverso l'acquisizione di immagini, attraverso la lettura, attraverso la visione di filmati. Si mettono in atto i sensi relativi alla memoria che in questo caso è fotografica ed il senso in questione è quello della vista.
L'apprendimento uditivo avviene appunto attraverso il senso dell'udito. Si memorizzano informazioni essenzialmente ascoltando, ripetendo ad alta voce una lettura, dialogando ed ascoltando cd, musica.
L'apprendimento cinestetico avviene attraverso la pratica, il classico "gioco imparando", l'esperienza, il ripetere delle azioni favorisce l'immagazzinamento delle informazioni. Il tatto è il senso maggiormente utilizzato.
Sapere quale senso viene maggiormente utilizzato dal bambino affinchè apprenda in maniera facile, scorrevole e veloce, è un modo per aiutarlo a sviluppare delle capacità proprie non ostinandosi ad imporre metodi e tecniche di insegnamento oggettivamente valide ma che nel concreto non sono tagliate su misura sulle persone. Per questo è sempre consigliato agli insegnanti di spaziare nell'utilizzo di metodi di insegnamento, perchè, e questo accade soprattutto quando le classi sono numerose, è facile utilizzare un metodo standard mediamente valido per tutti ma concretamente penalizzante per qualcuno. Per questo alternare lezioni frontali a lezioni pratiche, laboratori, visioni di filmati può essere un buon modo per rispondere alle esigenze dei singoli che presentano metodi di apprendimento diversi tra loro.

martedì 15 maggio 2012

Un caffè con...la dott.ssa Stefania Baronio (III parte)

E con oggi concludiamo gli appuntamenti che hanno visto come protagonisti i nostri amici gatti e non solo! Ringraziamo quindi la Dott. ssa Stefania Baronio per il suo preziosissimo contributo! Il prossimo martedì, invece, faremo una chiacchierata con la Dott. ssa Vittoria Carlino e si parlerà di Voce!!!
Conclusioni
di dott.ssa Stefania Baronio

Per concludere possiamo allora identificare due funzioni fondamentali che il gatto attiva: la prima riguarda la sua capacità di creare un legame affettivo, di stimolare nel bambino che lo coccola, lo accarezza e gioca con lui, emozioni verso un altro essere vivente; la seconda è la sua capacità di permettere di affrontare la fase evolutiva di separazione-individuazione, (che inizia in tenera età per culminare nel momento dell’adolescenza) attraverso l’accettazione della frustrazione data dall’attesa della soddisfazione del bisogno.  È fondamentale osservare che, anche i mici hanno caratteri diversi l’uno dall’altro, che dipendono non solo dalla razza e quindi dalla genetica, ma anche dall’ambiente che lo alleva (variabile sociale) e dalla sua parte psicologica che si forma nello sviluppo. È necessario quindi, per utilizzare questo animale nella pet therapy, che persone esperte scelgano i gatti in base al progetto terapeutico.  Un’altra possibilità è utilizzare, qualora fosse presente, il gatto del paziente; in questo caso il terapeuta aiuterebbe il bambino a conoscere l’animale e a conoscersi attraverso di lui.

Partendo proprio da quest’ultima ipotesi è possibile inserire in una prospettiva terapeutica l’educazione dell’uomo verso il linguaggio dei gatti come strumento per prendere consapevolezza con il proprio linguaggio non verbale e per inserirsi in una prospettiva di introspezione e conoscenza di sé. 
In questi termini l’animale non è solo oggetto di soddisfazione di bisogni, ma soprattutto strumento di ricerca del proprio e completo sé.


E per i più curiosi…
Un tempo il gatto era l’animale delle streghe e delle fattucchiere, dei maghi e degli stregoni e quindi di un certo tipo “medicina magica”……….da qualche tempo in  Europa si parla invece dei successi ottenuti con la pet-yherapy…….molto recentemente dal Giappone sono arrivati una serie di animali robot e l'idea di usarli come sostituti di quelli veri.….l’ultimo nato è Tama, (finanziato dal ministero della sanità) gattino robot di peluche, utilizzato nei programmi riabilitativi che prevedono l'uso di animali domestici. Tama è in grado di sviluppare una sua personalità attraverso l'interazione con l'uomo, grazie a sensori posti sotto il pelo, esprime emozioni come soddisfazione, rabbia, paura e sorpresa……sorpresi?

Bibliografia
     Ballarini G. “Animali Amici della Salute Curarsi con la Pet Therapy” Xenia Ed., Milano, 1996;
Ballarini G.: Comunicazione animale-bambino quale canale formativo, nell'ambito del progetto Il bambino, l'animale e la scuola. Verso un'etica bio-centrica benessere animale. Atto depositato presso lo Studio di Progettazione ;
Barbra Beth E.: The positive influence of animals: Animal-Assisted Therapy in acute care, dagli Atti della Delta Society, Usa, 1996; 
D. Bellon : ” Breve storia della Pet Therapy” pubblicato in http://www.lifegate.it/;

A. Bonomi: “il bambino e gli animali” art. pubblicato in http://www.fralenuvol.com;

Cole K.M. e A. Gawlinski. “Animal-assisted therapy: the human-animal bond”.
AACN Clin Issues 2000 ;

Combs A. “Pet therapy and increased socialization among elderly clients”. Ky Nurse 2002; 

A.M. Cupellini e P. Felici: ”Gli Animali nostri alleati”;

Del Negro E. “Pet therapy: un metodo naturale.” FrancoAngeli, 1998;

Delta Society. “Handbook for Animal Assisted Activities and Animal Assisted Therapy Renton”, WA, 1992;

Giacon M. “Pet therapy”  Ediz. Mediterranee, 1992;

K. Lorenz: “l’anello di Re Salomone”,1967;
E. Satta “Come gli animali ci possono aiutare: dall’animale domestico alla Pet Therapy” 2006;

Pugliese A. “Pet therapy in bambine istituzionalizzate”. In Obiettivi & Documanti Veterinari n.7/8 (luglio/agosto), 1997. 

G. Sadun/ P. Volpati - Redazione Ministerosalute.it - gennaio/2003
Verga M. “La pet therapy in Italia: aspetti psicologici-sociali, familiari, individuali” Dagli Atti del Convegno CREI “Antropologia di una passione. Il rapporto tra l’uomo e l’animale da compagnia”, tenutosi a Milano il 9 novembre 1991. 
P. Watzlawick: “ pragmatica della comunicazione umana”,1967.

martedì 8 maggio 2012

Un caffè con...la Dott.ssa Stefania Baronio ( parte III)



Continua il nostro martedì miagoloso dedicato ad un interessante articolo della Dott.ssa Stefania Baronio e la sua originale teoria che vede come protagonisti i nostri amici gatti...Buona lettura!




Il bambino e il gatto nella pet-therapy


di Stefania Baronio
Se si prende in considerazione tutto quanto detto in questo scritto possiamo con certezza ritenere che, chi ha incontrato il gatto ne rimane "segnato" in modo profondo: allora perché non utilizzare più frequentemente il gatto nelle relazioni di aiuto con i bambini?

Avere un gatto per amico, aiuta il bambino a esprimere l'immenso bisogno che ha di dare e ricevere amore; accudirlo permette di sviluppare un forte senso di responsabilità anche nel bambino di pochi anni.
Vivere con un cucciolo aiuta il bambino ad adattarsi a ritmi ed esigenze diverse dalle proprie. Ad esempio il bambino inizia a comprendere che esistono modi diversi per manifestare e ricevere affetto, come ascoltare le fusa del gatto o accarezzargli il pelo; il cucciolo, inoltre, consente al piccolo di affrontare in modo naturale i grandi temi della vita quali la nascita, l'accoppiamento, la sofferenza e la morte, spesso non affrontati dal mondo degli adulti.


Ci sono poi situazioni familiari, come la nascita di un fratellino, in cui il bambino prova un senso di esclusione: in questo caso potersi occupare di un gatto, aiuta il piccolo a superare la gelosia per il nuovo nato. Mentre è possibile affermare di “possedere” un cane, come abbiamo già sottolineato, con un gatto questa espressione è meno adatta: esso a volte può non gratificare il bambino, in quanto non soddisfa nell’immediato le sue richieste.
In genere, il bambino è attratto dal gatto dopo i due anni, quando ha acquisito una completa abilità motoria: il micio si muove molto velocemente e uno dei divertimenti del piccolo è seguirlo mentre rincorre una pallina o un altro oggetto; crescendo il bambino scopre altri giochi da fare con il suo cucciolo, per esempio possono giocare insieme a nascondino: il gatto è abilissimo a nascondersi e appena si accorge di essere visto, fugge in un altro rifugio….
Il rapporto tra bambino e animale spesso implica alcuni processi mentali inconsci che lo aiutano nel naturale processo di crescita psicologica.
Le specifiche “caratteristiche di personalità” del gatto, ci consentono di utilizzare questo felino in quei percorsi terapeutici che mirano ad ottenere un passaggio evolutivo più avanzato nel bambino, quello in cui inizia a separarsi dalla madre. Attraverso il gioco inconscio di proiezioni e identificazioni con il gatto, il bambino riuscirà a dominare più facilmente le situazioni emozionali più difficoltose. Il gatto diventa “oggetto transizionale” (Winnicott) importante nella crescita evolutiva, cioè quell’oggetto che permette il passaggio emotivo da simbiosi materna a relazioni esterne evolute. Un esempio di meccanismo difensivo attivato è l’identificazione, quando cioè vengono introiettati sentimenti e valori di un altro individuo imitandone il comportamento. Quindi il bambino, identificandosi parzialmente con il gatto, può riuscire ad esprimere alcuni sentimenti che altrimenti rimarrebbero inconsci: l’animale diventa “specchio” di parti del Sé del bambino il quale, aiutato a riconoscerle dal terapeuta può comprenderle e razionalizzarle.
Il gatto nella relazione privilegiata con il bambino può assumere altri importanti ruoli nello sviluppo psichico e sociale: ad esempio attraverso l'attività ludica il bambino scopre nuovi ruoli, domina le situazioni quotidiane, acquista una progressiva autonomia. Il gioco è quindi un momento chiave della relazione e costituisce un canale preferenziale nella comunicazione; come tale nasce spontaneo, naturale, senza imposizioni né regole predefinite. Inoltre il bambino può anche sviluppare un proprio autocontrollo, nel momento in cui, conoscendo l’animale, si sente padrone della situazione.
A questo punto, seguendo le osservazione di G. Ballerini, si possono riassumere i più importanti meccanismi di azioni terapeutiche, in gioco nella relazione bambino-gatto:

1. Meccanismo Affettivo-Emozionale : quanto maggiore è il legame emozionale, tanto più intensi sono i risultati benefici. E’ osservabile ad esempio, un notevole miglioramento in casi di pazienti alessitimici (l'incapacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni) e anedonici (totale perdita di interesse verso le interazioni sociali e le esperienze fisiche) quando entrano in contatto con il gatto.

2. Stimolazione Psicologica: coinvolge diversi settori della psiche umana, inducendo i soggetti ad uscire dal proprio disagio prendendosi cura dell’animale e successivamente ad interessarsi agli altri.

3. Meccanismo Ludico: il contatto con l’animale attiva il divertimento e non di rado il ridere e induce al movimento.

4. Meccanismo psicosomatico: Attraverso i citati meccanismi affettivi, emozionali, di stimolazione psicologica e ludici, frequentemente associati, la Pet Therapy svolge importanti attività di tipo psicosomatico.

5. Meccanismo comunicativo: la costruzione di un linguaggio comune, tappa fondamentale per lo sviluppo.


continua....

martedì 1 maggio 2012

Il Gatto e la Pet-Therapy.



Continua il nostro appuntamento nella Rubrica "Un caffè con...."  gli esperti...oggi si ritorna a fare una bella "chiacchierata" con la Dott.ssa Stefania Baronio sulla pet-therapy con i gatti! Buona lettura!!!

Il Gatto E La Pet-Terapy 
Il gatto è utilizzato nelle terapie di aiuto con gli animali proprio per la sua indipendenza e facilità di accudimento; viene preferito per persone che vivono sole e che, a causa della patologia o dell'età (bambino e anziano) non sono agevolate negli spostamenti, ma sempre più spesso anche per soggetti con problemi relazionali.
Per la sua indipendenza, ma al tempo stesso per la sua interattività con il mondo esterno, tra il gatto e l'uomo si sono stabiliti legami forti, intensi e soprattutto duraturi, che non si cancellano facilmente: non appare dunque strano se ci sbilanciamo nel dire che il gatto è un animale straordinariamente "emozionale". 
Il gatto si dimostra un potente induttore di emozioni, soprattutto quando guarda, fissa e con lo sguardo colloquia con l’uomo ( qui è importante la posizione anteriore degli occhi) . Ha spiccate caratteristiche fisiche quali le dimensioni, la flessibilità, ecc. che lo rendono particolarmente adatto ad essere tenuto vicino, in grembo o sulle ginocchia, e quindi coccolato; il tipo di mantello del gatto, con particolare riferimento al pelo, unito alla disponibilità dell’animale a lasciarsi accarezzare e al fatto che non sudi, è di particolare importanza per una relazione fisica stretta e quindi gradevole, emozionante e rassicurante. Il gatto manifesta inoltre una vasta gamma di caratteri comportamentali spontanei quali il gioco, l’induzione di riso, ecc. ed altri “straordinariamente” appresi  (ad esempio la mia gattina che al rientro dal lavoro mi accoglie sulla porta, costringendomi subito a prenderla  in braccio per scambiarci “effusioni”); anche il tipo di alimentazione del gatto è una efficace occasione ed un interessante veicolo di comunicazione con l'uomo. Con questo felino inoltre è possibile costruire un tipo di legame più evoluto, attraverso la costruzione di un linguaggio “comune” e di un tipo di comunicazione scelto da entrambi  i soggetti interagenti, uomo e gatto: ciò è possibile se l’essere umano, protagonista della relazione, riesce a riconoscere e  riprendere contatto con quella parte “animale” di sé che gli permette di attivare il proprio non verbale, imparando contemporaneamente a riconoscere e comprendere quello del gatto. Questo nuovo modo di comunicare, funzionale allo sviluppo della stessa relazione con il felino,  permette  all’uomo di apprendere una modalità relazionale equilibrata e matura, dalla quale si trae un beneficio generalizzato utile in qualunque tipo di relazione umana e non.
E’ però da sottolineare che, qualora si desideri intraprendere un percorso terapeutico con l’ausilio di un gatto, non bisogna dimenticare i limiti che esso implica: portare un gatto in un luogo ad esso sconosciuto potrebbe creare delle variazioni comportamentali, quindi è necessario che conosca prima il luogo; è necessario educare il paziente alla conoscenza del linguaggio non verbale del gatto, poco conosciuto dal pubblico, che invece è più abituato al cane; occorre anche educare il gatto ad entrare in contatto con soggetti sempre nuovi; è inoltre opportuno assicurarsi che non vi siano manifestazioni allergiche del paziente al pelo o al “graffio” del gatto (…il gatto potrebbe graffiare involontariamente durante il gioco…).

Al prossimo martedì sempre "miagoloso"!!!

giovedì 26 aprile 2012

Parla con me...

Una delle cose che ricordo con maggiore simpatia e che accadeva quando entravo per la prima volta in un'aula di adolescenti, erano le loro facce a punto interrogativo del tipo " Ma ora questa qui da noi cosa vuole?"...Soprattutto quando le lezioni vertevano su argomenti quali "Il bilancio delle competenze" o ancora "Come compilare il curriculum vitae" ...curriculum che!??!?!!? Ossia quando gli argomenti esulavano dai temi canonici scolastici per aprirsi al mondo reale a quello che aspettava loro "dopo".
Così come prima lezione in una classe nuova mi sono servita spesso, e spesso in preda al panico, di uno strumento didattico molto carino ed interessante che pur non avendo alcuna valenza scientifica  ha lo scopo di far parlare di sè un adolescente diffidente e scettico. Un modo per mettere in primo piano "loro", il loro mondo, le loro emozioni, i loro princìpi, i loro ideali per condividerli assieme agli insegnanti ed ai compagni e cercare di rompere quel ghiaccio tipico della lesson number one. Il successo è garantito.
Ecco lo strumento.
Come prima cosa li faccio accomodare tutti in cerchio per una breve presentazione chiedendo loro anche tre loro qualità e tre loro difetti. ( Di solito la prima ora se ne passa con la presentazione ma mi è molto utile sentirli prima di aver somministrato il test, proprio perchè essendo uno strumento di riflessione e condivisione, spesso quelle stesse qualità e difetti detti durante la presentazione vengono completamente ribaltati o confermati dopo l'esercizio. )

1. Si distribuiscono fogli bianchi A4 , uno ciascuno. Viene chiesto loro di dividere con una penna il foglio in sei parti.
 


2. Nel primo quadrato viene indicato loro di disegnare un puntino.
  nel secondo un cerchio, nel terzo un triangolo, nel quarto un rettangolo, nel quinto una linea obliqua, nel sesto una linea serpentata.
3. A questo punto viene chiesto loro di fare un disegno intorno o utilizzando i segni apportati nei quadrati in precedenza. Qualsiasi cosa stimoli la loro fantasia va benissimo.
4. Una volta terminati i disegni si chiede loro di attribuire tre aggettivi per ciascun disegno fatto. L'aggettivo può essere positivo o negativo.
5. Una volta finito l'esercizio si svela in significato dello stesso. Si chiede a qualcuno di immolarsi come cavia e si "analizzano" i disegni.
Ossia:
1) Il quadrato n.1 ( puntino) indica l'immagine che noi abbiamo di noi stessi ed il giudizio viene ricavato dagli aggettivi attribuiti al disegno.
2) Il quadrato n.2 ( cerchio)indica come crediamo ci vedano gli altri e gli aggettivi relativi sono quello che pensiamo che gli altri pensino di noi.
3) Il terzo ( triangolo) è il rapporto che noi abbiamo con l'autorità e la fede.
4) Il quarto ( rettangolo)è quello che pensiamo della famiglia.
5) Il quinto ( linea obliqua)è il nostro rapporto con l'ambizione.
6) Il sesto (linea serpentata) è la nostra visione nei confronti della sessualità

Questo non è un test psicologico, ma solo uno strumento di maieutica pedagogica  attraverso cui l'obiettivo primario è quello di far parlare gli adolescenti, metterli a confronto con loro stessi e con i loro compagni. Discutere sul prodotto del loro esercizio è un modo per far loro domande non invadenti e dirette ma metterli in condizione di raccontarsi. I temi affrontati e che emergeranno sono tanti e molti di più rispetto ai semplici spunti dei disegni. In questo modo l'adolescente si sente chiamato in prima persona a interagire a mettersi in gioco in primo piano ed a fare maggiormente"proprie" le lezioni che verranno a seguire.

lunedì 16 aprile 2012

Gli ostacoli nella comunicazione interpersonale.

Ci sarà capitato moltissime volte di sentirci dire o ripetere " Non hai capito! ". Quante volte ci sembra che il messaggio che vogliamo comunicare sia travisato e quante volte ci capita di interrompere qualcuno mentre parla! Ecco, ho cercato di individuare alcuni ostacoli che possono creare fraintendimenti, "qui pro quo" durante il processo di comunicazione. 
E' chiaro che la comunicazione alla quale faccio riferimento non è quella semplice che utilizziamo al bar tutti i giorni ordinando un caffè, ma è la comunicazione interpersonale, quando vogliamo comunicare un concetto, un'idea oppure uno stato d'animo.

Quando ci teniamo davvero a comunicare qualcosa e che il messaggio venga ben recepito, dobbiamo assicurarci che lo spazio circostante sia privo di rumori molesti  ( televisione, radio, clacson, urla, ecc..), spesso una distrazione, un rumore può incidere sul corretto recapito del messaggio e può far travisare anche solo una parola; inoltre è necessario avere ben chiaro il concetto che si vuole comunicare; utilizzare un linguaggio quanto più possibile semplice e diretto e non stancarsi mai di ripeterlo qualora l'interlocutore ne facesse richiesta.
Scegliere sempre il momento giusto; questa cosa fa parte di un atteggiamento di ascolto nei confronti dell'altro; è necessario ascoltare e sapere ascoltare anche l'altro se si vuole che ci dia attenzione. E' chiaro che se prendiamo l'altro in un momento di nervosismo o quando è stanco la sera dopo una giornata di lavoro, avremo meno possibilità di avere successo e molte più probabilità di sentirci frustrati.
 E' sempre necessario avere presente chi abbiamo di fronte, il livello culturale, la sensibilità, i limiti della persona con la quale ci relazioniamo. 
Inoltre è bene capire anche il nostro stato d'animo che influenza non poco le nostre parole. Infatti se abbiamo davanti una persona particolarmente antipatica potrebbe scapparci qualche giudizio negativo involontario che influenzerebbe non poco la bontà del messaggio. Infatti il giudizio pone l'interlocutore in una posizione di difesa che ostacolerebbe tutto l'andamento della comunicazione.
Anche ragionare per stereotipi o frasi fatte non fanno che aumentare la "sporcizia del messaggio" in quanto sono altamente spersonalizzanti e si ha l'impressione di parlare a vuoto senza che le parole possano davvero arricchirsi di significato coinvolgendo in prima persona i comunicatori. Non esagerare però nell'altro verso, ossia arricchendo troppo il discorso ripetendo "Io, io per esempio, io...." comunicando che il proprio atteggiamento o le proprie azioni sono superiori tanto da essere da esempio, infatti questo potrebbe far scaturire nell'altro atteggiamento di inferiorità che non giovano al processo comunicativo. 
Comunicare ma soprattutto saper comunicare è un pò come imparare a guidare l'automobile, all'inizio c'è bisogno della massima attenzione e concentrazione, ma una volta imparati i meccanismi, ci verranno in automatico al momento opportuno!