Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post

sabato 29 giugno 2019

Ci vediamo a casa

Quando ho finito di leggere il libro mi sono letteralmente disperata...sì perchè più che un libro, per me, ha rappresentato un diario da sfogliare ogni sera prima di andare a dormire, un compagno di viaggio che mi ha fatto sorridere, ridere, scompsciare dalle risate, piangere, commuovere, riflettere, pregare, rendere grazie per la famiglia che ho...
Perchè è di famiglia che si parla nel libro, di una famiglia che nella sua ordinarietà è straordinaria...
Gigi, Anna Chiara e i loro 4 figli ( oggi 5) non possono che farsi amare nella narrazione della loro storia, e sembra conoscerli da sempre perchè in fondo ciò che narrano è la bellezza della famiglia...e la bellezza , nella famiglia, regna ovunque...se solo lo si vuole...se la si vuole vedere...
Le mille difficoltà quotidiane, le paure notturne, le incombenze e le piccolezze che in una casa diventano immense, come l'odore della pastina in brodo che manco un profumatore dell'ikea arriva a tanto...i litigi, le differenze caratteriali, i silenzi e gli incontri/scontri nel corridoio di casa, ti fanno calare in un'avventura più unica che rara, seppure così comune a tante famiglie che ogni giorno combattono in prima linea per l'unione, per la felicità di ogni componente e per l'armonia di tutto il gruppo...

Titolo: Ci vediamo a casa
            la famiglia e altri meravigliosi disastri
Autori: Gigi De Palo - Anna Chiara Gambini
Editore : Sperling & Kupfer

lunedì 30 maggio 2016

"Ho lasciato la Mamma mia - L'Avvocato" di Alberto Borgatta

"Non esiste separazione definitiva finchè esiste il ricordo"...così recita una massima di Isabelle Allende e così attraverso le parole dello scrittore Massimo Bisotti, la nonna di Alberto gli ricorda, sul finire della stesura del testo, che  "Il non avere qualcuno vicino non ti impedisce di averlo nel cuore".

Ed è proprio questa la sensazione che si ha non appena ci si approccia a questo libro, la presenza, la presenza dei ricordi attraverso i due racconti, l'uno dietro l'altro che hanno il medesimo protagonista; la presenza delle immagini della Grande Guerra, nei particolari nitidi di una quotidianità semplice tanto quanto dolorosa, angusta tanto quanto affascinante vista attraverso un obbiettivo fotografico; la presenza sempre viva dei compagni, di quelli che non ce l'hanno fatta, nel proprio cuore...

Leggere "Ho lasciato Mamma mia""L'Avvocato"( editore Sillabe di sale) , che di fatto è un copione di uno spettacolo teatrale, il cui protagonista è il reduce dal fronte, per poi passare a: L'Avvocato, racconto in equilibrio tra la fine della guerra e le tappe evolutive che porteranno alla soglia della seconda guerra mondiale, è come sedersi a tavolino con il protagonista, ascoltare i suoi racconti taglienti, emozionanti, crudi come crude sono le fotografie di atrocità che nella guerra viaggiano sotto la copertura della normalità, come immortalare un sergente che ha trovato il modo di rifornirsi di scarpe dai piedi di un  austriaco morto ammazzato, o menzionare nel fluire dei ricordi coloro che erano tornati a casa, ma solo fisicamente " come fossero spiriti, morti in combattimento, ma rimasti nel contempo tra noi".

Un libro intenso, appassionante, con un ritmo incalzante ed al tempo stesso contemplativo, arricchito da immagini toccanti ed evocative, alla fine del quale si ha l'impressione di avere avuto un incontro con una persona in carne ed ossa, con un cuore ancora palpitante che la Grande Guerra, nel suo vortice distruttivo, non ha avuto il potere di cancellare.

Alberto Borgatta ritratto dal fratello Luca.
L'autore, Alberto Borgatta nasce il 18 aprile 1990 a Torino e dall’età di due anni vive a Condove (TO), in Val di Susa. Nell’ottobre del 2013 fonda, insieme ai fratelli Luca e Beatrice, il Gruppo Musicale Teatrale B and B&B, del quale è cantante e chitarrista. È inoltre autore dei testi del primo album inedito della formazione, “Hellequin”, già prodotto con Sillabe di Sale Editore.
Sempre in collaborazione con la medesima casa editrice, ha già collaborato nella stesura dei testi del lavoro teatrale “Non si pagava il biglietto”, presentato in occasione del 70° anniversario della liberazione del campo di Auschwitz e che affronta la tematica dell’Olocausto. Appassionato e studioso di storia, è inoltre autore di un progetto di ricerca sull’antica chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli a Condove, in occasione del restauro della stessa durante il 2014. Il progetto è stato esposto in forma teatrale il 6 aprile dello stesso anno.
Lo spettacolo “Ho lasciato la Mamma mia”, frammenti e fotografie dalla Grande Guerra, dal quale è tratto questo libro, è stato presentato il 30 maggio 2015 in occasione del centenario dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. È la prima avventura editoriale dell’autore.

martedì 24 maggio 2016

"Impenetrabili penombre" di Matteo Bottone

“Solamente guardando, le cose del mondo ci sfuggono, mentre fermandole, attraverso un disegno, si impara a vederle, ad osservarle”.
Ed è proprio così che l’autore del libro “Impenetrabili penombre”( Edizioni Leucotea), Matteo Bottone, utilizza le parole come si utilizza la matita per disegnare i contorni di quello che sarà un quadro. Dapprima delineando il disegno in un bozzetto generale, intravedendo lievi sfumature, per poi accompagnare il lettore in una profondità di emozioni chiare, nitide, a volte contrastanti, ma ricche di quella carica capace di far vibrare le corde dell’anima.

Corrado Fiorleonetti, pittore pugliese nato alla fine del Seicento, oramai giunto al tramonto della sua esistenza, si sofferma, nella cornice di una grande masseria, la stessa dove è nato, a osservare la propria vita immortalandola nei ricordi, con lo sguardo di chi è sempre alla ricerca ed è in attesa di svelare il filo conduttore delle tappe di quel viaggio incredibile che è la vita in cui “il bianco è la luce, la somma di colori.”
TORINO SALONE DEL LIBRO 2016

L'autore.

Matteo Bottone nato a Torino il 25 agosto 1957.
TORINO SALONE DEL LIBRO 2016
Laureato in Filologia moderna con specializzazione in Storia e Critica del Cinema all’Università degli Studi di Torino con una tesi sull’opera di Vittorio De Seta. Dal 1984 è docente di Materie letterarie, Storia e Comunicazione visiva. Ama l’arte in tutte le sue espressioni, in particolare pittura, cinematografia e fotografia. Lettore onnivoro. Fotografa e dipinge “paesaggi dell’anima”. E’ attratto e affascinato dagli artisti capaci di indagare tutto quello che si nasconde nell’animo umano. Scrive “perché vivere non basta”.

mercoledì 18 maggio 2016

"La Gatta e i diamanti" di Andrea Monticone.


“La Gatta e i diamanti” ( golem Edizioni) non è solo l’avventura del capitano Sodano alla prese con una ladra internazionale ma è l’avventura del lettore stesso che sin dalle prime righe si ritrova letteralmente catapultato e travolto in un avvincente thriller in cui ad un certo punto non riesce più a distinguere se il peso che avverte alla mano è perché sorregge il libro o è il peso della Glock 19 di mezzo chilo descritta con tal dovizia di particolari  che sembra quasi di avvertirne la portata.
Il ritmo è incalzante e la lettura si districa in un’alternanza di sistole e diastole, scandita da un fermo immagine in cui un centesimo di secondo è descritto come un tempo infinito di emozioni, strategie, calcoli di metri, centimetri  per poi riprendere la corsa accompagnando Sodano nell’inseguimento di quella figura agile vestita di nero che nella sua fugace e misteriosa ombra cela una certezza: avrà certamente preso il diamante.

L’autore accompagna il lettore nelle domande che  lo spingono a divorare il racconto in preda alla spasmodica curiosità di arrivare al finale che solo un buon thriller riesce a suscitare. E così come quel gatto rosso sornione placidamente acciambellato su un divano dai tessuti vivaci con il suo sguardo indagatore non lascia un momento quelle due gambe nude che spuntano da un accappatoio corto mentre una voce giovane parla a monosillabi in inglese in quell’arnese che ogni tanto vibra con la sua tastiera e la sua antenna satellitare,per poi richiudere le fessure degli occhi solo quando ha appurato che quell’aggeggio non è pericoloso,ecco che il lettore troverà pace solo una volta letta l’ultima riga del libro.

L'autore
 Andrea Monticone è nato a Torino nel 1972. Giornalista di nera, ha scritto di omicidi e cimiteri, madri assassine e processi. Ha pubblicato il noir-rock Marsiglia blues che definisce, con ottime ragioni, un libro maledetto e, per Golem Edizioni, il romanzo Ultimo mondo cannibale. Questo è il quarto libro della serie dedicata al capitano Sodano. Ama il rock e il blues, Londra e l’Arsenal, il bourbon e il buon vino. Twitter@AMonticone

lunedì 16 maggio 2016

"Il mondo dell'altrove" di Sabrina Biancu

 Elia, Rosy, Tea, Pietro, Desideria, André e la stellina Irina sono i personaggi dei cinque racconti di questo meraviglioso libro “Il mondo dell’altrove” di Sabrina Biancu (Marco Del Bucchia editore, 2015)che ci prendono per mano e con delicatezza, dolcezza e tante emozioni ci accompagnano in un mondo straordinario, affascinante, spesso pieno zeppo di interrogativi, dubbi ed emozioni contrastanti,ma così elastico da poter contenere l’universo intero ed oltre: il nostro cuore.
Il filosofo Aristotele sosteneva che la capacità degli uomini di meravigliarsi è la strada per poter vedere l’invisibile. Ed è proprio questa la sensazione che accompagna il lettore durante lo scandire lento delle parole, l’assaporare i toni limpidi e diretti dei dialoghi, ossia che sin dalle prime righe del libro si ha l’impressione netta di essere catapultati in un mondo magico, un mondo di fantasia ma così concreto e vero da essere più reale della realtà stessa e per questo visibile e tangibile. La semplicità della vita ordinaria, della routinaria e comune esperienza della “banale” quotidianità costituisce uno scrigno di infiniti tesori per cui un sorriso, degli incontri, il dolore, persino la povertà sono strumenti indispensabili per dissotterrare quello che l’essere umano ha di più prezioso: la capacità di rinnovarsi.
Un libro capace di toccare le corde più intime delle emozioni e del cuore umano di cui si intuisce la sete perenne, la necessità continua ed il bisogno impellente di colmare un vuoto che viene messo a tacere solo nel momento in cui, dimenticandosi di se stessi, si decide di spendersi gratuitamente per gli altri.
La scrittrice, Sabrina Biancu, con le parole riesce a dipingere le immagini dei racconti nel nostro immaginario facilitato dalla fluidità e scorrevolezza dello stile che rendono perciò il libro adatto sia ad adulti che a bambini, capaci di cogliere attraverso i racconti la forza ed il messaggio che ne scaturisce.

L'autrice

Sabrina Biancu nata il 03/12/1981 a Oristano vive a Baressa. 

Interessata fin da piccola a comunicare emozioni ed aiutare gli altri, ha capito durante l'adolescenza che voleva fare la scrittrice, quando ha cominciato a partecipare a dei concorsi letterari. 
È passata dalle poesie ai romanzi, per capire infine che il suo vero interesse sono i racconti fantastici, per riuscire a comunicare che nulla è impossibile se lo si vuole davvero. Il lettore viene trasportato in luoghi magici, che esistono nei sogni, tra realtà è fantasia, che lo aiuteranno a capire se stesso tra personaggi veri e inventati che popolano i diversi racconti. 
Trae ispirazione dalla vita e dal mondo che la circonda: un bambino, un fiore, una nuvola ma anche un pensiero che le attraversa la mente, uno stato d’animo positivo, il ricordo di una giornata; cerca di scrivere i racconti allo stesso modo in cui vive la vita, con passione e godendo di ogni momento, così le è più facile mettere nero su bianco e farli diventare un qualcosa che le appartiene. 
Al momento è iscritta al corso di laurea in scienze dell’educazione e formazione 
Le piacciono i bambini, gli animali e i libri. 
Al suo attivo ha due raccolte di racconti, Luce Azzurra (Boopen 2009) e Il mondo dell’ altrove (Marco Del Bucchia Editore 2015).


sabato 9 gennaio 2016

Il film de: Il piccolo principe...un tatuaggio all'hennè

La prima cosa che mi è venuta in mente nel vedere il film, laddove il mascara sciolto, per giunta waterproof, me lo permettesse, è stato il tema del distacco. Il distacco dall'immagine retorica del bambino che è in noi, il distacco nel vedere un amico passare a miglior vita, che sia passato su di una stella o su di un altro qualsivoglia pianeta non importa, la "scorza" non la si potrà più vedere, non la si potrà più toccare, ma in compenso la si potrà immaginare ridere lì dove la nostra fantasia ne avrà collocato il contenuto. Il distacco tra un mondo programmato a misura di adulto in cui l'essere bambino è la stranezza da sanare....
Il cartone è bello, immagini coinvolgenti, una storia che ti prende...ma non è quella del Piccolo Principe di Saint-Exupery... Una storia di un'amicizia su cui incombe lo spettro della morte dell'aviatore anziano che in qualche modo è alla ricerca di un testimone a cui tramandare la staffetta delle proprie esperienze...un uomo solo, un pò bizzarro, simpatico certamente...; una bambina la cui vita è appesa ad una lavagna magnetica in cui maniacalmente la madre ha programmato ogni istante della sua giovane vita, scandendone i tempi con un rigore che in un ospedale psichiatrico avrebbe trovato la sua migliore collocazione...ed un piccolo principe...che più che essere il protagonista sembra essere un folletto che salta da un episodio narrativo all'altro come una cavalletta che illumina i luoghi che tocca al solo suo passaggio che però non lascia alcuna scia...
L'effetto sorpresa è stato vedere il piccolo principe cresciuto, effetto a dir poco scioccante...al pari di quando morì Lady Oscar...la chicca, la ciliegina sulla torta che ha definitivamente tagliato quella sottile speranza che la magia del libro originale potesse essere resa ancora più viva dalla suggestione del cinematografo.
Il Piccolo Principe di Saint-Exupery, per quanto  profondo, intenso, incisivo e illuminante le uniche
 lacrime che mi ha suscitato sono state di una commozione profonda ricca di slancio, vita e  speranza in cui il piccolo principe non è solo un bambino che nella sua innocenza rende nuove e meravigliose tutte le cose, ma è un anello di congiunzione tra l'essenza di ciascuno e la superficie con cui essa deve fare i conti....è un vaso ricco di speranza, di sentimenti che si rinnovano in continuazione nell'incontro con l'altro che si vive come scambio, come occasione di crescita, come occasione per costruire rapporti, tessere legami...gli stessi legami che l'aviatore folle del film sembrerebbe non essere stato in grado di stabilire se non alla fine della sua esistenza terrena con la bambina protagonista...si dirà perchè il mondo è andato avanti senza di lui, perchè gli altri non lo hanno capito,...io invece penso perchè lui è andato avanti nonostante il mondo...e quindi  è rimasto fermo, immobile in quell'essenziale che non ha saputo rendere reale.
Toccante il film, ma non educativo quanto il libro.
Commovente, ma privo di quello slancio vitale che rimane dopo aver letto il libro offuscato da un alone di malinconia della perdita, del distacco.
Frasi ad effetto ma non degnamente accompagnate da una storia che abbia una continuità anche quando esci fuori dalla sala...il libro di Saint Exupery ti tatua il cuore...il film è un tatuaggio all'hennè...

mercoledì 10 giugno 2015

Non c'è gara, la vita vince sempre !

Era il giugno del 2012 quando "incontrai" per la prima volta la storia di Chiara. Un incontro provvidenziale, visto che da lì a poco avrei salutato per sempre il mio padre putativo, divorato da un cancro che lentamente e senza pietà lo ha mangiato dall'interno consumando il suo corpo ma rafforzando la sua anima e la sua immensa fede nel Signore Gesù Cristo.
Così, in quei giorni di congedo, in cui tutto sembra spogliarsi del superfluo e mirare dritto dritto all'essenziale, costellato di ricordi colorati annebbiati dalle lacrime di dolore ma al tempo stesso resi vividi e quanto mai pieni di sfumature colorate dall'imminente ultimo saluto e nell'assistere alla dolorosa e straziante trasfigurazione dalla vita terrena alla vita celeste, ecco che i social mi permettono di conoscere la storia di Chiara. Chiara nasce in Cielo, il 13 giugno del 2012 dopo aver scoperto di avere un carcinoma alla lingua le cui cure necessarie decide di rimandare per salvaguardare la vita che ha nel grembo: il suo piccolo Francesco. Ma quello che mi colpì della storia di Chiara fu, certo questo gesto coraggioso di mettersi da parte per servire la vita nascente, ma ancor più l'accoglienza che Enrico, il marito , e lei stessa ebbero nei confronti dei figli nati precedentemente, ognuno dei quali già dalle ecografie gestazionali avevano dato chiari segni di malformazioni che li avrebbero condotti poco attimi dopo la nascita alla morte. Hanno deciso di farli nascere per accoglierli nelle loro caldi ed amorevoli braccia ed accompagnarli verso la morte, verso il nuovo affaccio ad una vita ed ad un'esistenza in cui li avrebbero affidati al Signore. La sofferenza acquista un senso solo se illuminata dall'amore, altrimenti razionalmente è inspiegabile oltre che insopportabile. Chiara ed Enrico hanno amato i loro figli non pretendendo da loro nessuna soddisfazione personale, non aspettandosi nulla da loro, non proiettando mai su di loro vanità narcisistiche o prolungamenti del proprio ego, consapevoli che stavano rinunciando per sempre alla gioia di vederli grandi, ma servendo la vita a costo di mettere a repentaglio la propria. Il funerale di Chiara, dicono i media, assomigliò molto di più ad una festa che ad una triste dipartita. Ognuno dei partecipanti ricevette una piantina, simbolo di vita, gioia...Questa storia mi colpì così tanto che quando uscì il libro corsi subito ad acquistarlo per approfondire e conoscere meglio la psicologia di Chiara e del marito, per capire cosa, come quando e perchè si arriva ad annullarsi per permettere ad altri esseri umani di vivere, di venire alla luce e poi congedarsi dalla vita nelle braccia amorevoli dei propri genitori, nel valore di quella carezza che i bimbi morti in grembo per la stessa volontà dei genitori non potranno mai ricevere, perchè l'amore ha bisogno anche di fisicità, siamo umani, abbiamo cuore umano e la carezza di una mamma più di mille parole, più di mille trattati di pedagogia, più di idee riesce a dare un senso a quello che razionalmente è inaccettabile ossia il dolore e la morte. E lì ho avuto la certezza che quello che diceva un grande Santo, fondatore dell'Opus Dei, San Josèmaria Escrivà poteva essere realizzato, ossia che è possibile "Far affogare il male in un mare di bene"...a suon di piccoli passi possibili ( cit. Chiara Corbella Petrillo)..il mare di Chiara è diventato un oceano! 

martedì 19 maggio 2015

Dove l'amore è Reale !

Non è per nulla difficile immaginare che in luoghi così belli come questi due innamorati abbiano trascorso ore ed ore a vivere il loro amore tra i profumi della natura, il polline che incornicia le stradine come fosse neve d'inverno ed il rumore dei cavalli al galoppo che carico d'energia fa saltare qualsiasi ostacolo, compresi quelli del cuore. Nel parco naturale de: La Mandria, in Piemonte, alle porte di Venaria, Vittorio Emanuele II  e la bella Rosina hanno trascorso giorni immersi nel verde dei prati e nel blu del cielo estivo e hanno lasciato a noi posteri la possibilità di visitare questi luoghi pieni di bellezza e poesia tra le opere d'arte degli uomini e le opere d'arte del creato. Un luogo in cui è possibile fare pic-nic all'insegna del sole e dei profumi estivi oppure il posto ideale per lunghe passeggiate a piedi o in bici, o addirittura fare trekking fotografico...L'incontro poi con i cavalli nelle scuderie è davvero emozionante e non solo per i bambini. Il parco è immenso, più di seimila ettari e noi ci siamo ripromessi di scoprirlo tutto...in carrozza, a piedi, in bici o in trenino...di certo senza gli immancabili passeggini dei pupi che scarrozzati a dovere e con l'aria buona hanno schiacciato immemorabili pisolini magari dopo aver gustato una ricca grigliata con barbecue all'aria aperta presso le apposite aree preposte o presso qualche ristoro di qualche cascina avvolta dai campi!


lunedì 30 marzo 2015

Nel nome della rosa?....No...! Nel nome del culatello!

 Una gita di una giornata, per chi è di Torino e dintorni, ma anche per chi è d'oltralpe, merita di essere spesa alla Sacra di San Michele...un lungo tragitto fisico che si sposa ad una crescente spiritualità man mano che si calcano i sentieri che conducono al sito che sembra essere stato terreno di scontro tra San Michele e la sua spada infuocata contro il diavolo. Per i meno trascendentali la Sacra è stata il set del film "In nome della rosa" e l'atmosfera ovattata tra i monti innevati non lascia molto spazio al chiedersi del perchè tale location sia stata scelta per tale film di tal portata!
Un ascensore da prenotare alla base della Sacra per chi si muove su quattro ruote e molte ma molte scale da scalare per chi vuole unire lo smaltimento del proprio lardo all'ascesi che la fatica comporta. Per non farci mancare nulla, noi prima di intraprendere l'arduo sentiero abbiamo ricaricato le pile nel "Ristorante della Sacra" in Colle Croce Nera 2.
Siamo una famiglia con due bambini (4 e 19 mesi) non appena arrivati ci hanno servito subito la pasta per i bimbi. Il locale originale da cui dal soffitto non piovono polpette come ben sperava il mio primogenito ma "piovono posate", pulitissimo ( bagni impeccabili); salumi eccezionali , Plin alla fonduta buonissimi e abbondantissimi , vino a calice nebbiolo e mousse al cioccolato leggera e gustosa . Servizio preciso e padroni di casa socievoli ed accoglienti. Che dire? Soddisfattissimi...
Abbiamo unito tutto in una giornata : una gita culturale, una passeggiata salutare, nel senso che ci siamo divertiti a salutare gli amici davanti all'obbiettivo fotografico, tanto sport e fiatone, lardo di colonnata ingerito e mai smaltito ma ottimo carburante per le gambe più arzille e un panorama mozzafiato...senza dimenticare la suggestiva emozione di trovarsi sulle pietre calpestate da un fascinoso Sean Connery che ha dato "eco" ad un libro imperdibile! 
La mia recensione di trova anche su tripadvisor





martedì 17 marzo 2015

Recensioni:La gnosi al potere di Angela Pellicciari.

In un mondo della comunicazione in cui si è abituati ad urlare per farsi ascoltare, del quale si è costretti a subire "verità" conclamate e reputate incontrovertibili acclamate da un tizio con una maschera molto simile ad una museruola alla Hannibal Lecter e che si fa chiamare Adam Kadmon in onda su Italia1 alla stessa stregua di come andava in onda il santone di Wanna Marchi in una qualche sperduta tv commerciale, che paventa complotti fantomatici ed intervista illuminati che di luminoso hanno solo il faro a favore di telecamera, come ad esempio il portavoce ufficiale della massoneria Claudio Bonvecchio, che edulcora l'immagine della massoneria stessa per renderla più potabile ad un pubblico profano e la maschera, come da vizietto ricorsivo, coerente con il proprio stile, ecco che arriva una concreta risposta a suddette pagliacciate.
Angela Pellicciari, scrittrice e studiosa, tralasciate le suggestioni televisive veicolate da personaggi incappucciati che vivono carnevalescamente la storia tutto l'anno, con il suo libro "La gnosi al potere", sobrio, pulito, fruibile anche dai meno addetti ai lavori e con fonti alla mano senza mai abbandonarsi a fanatismi coloriti di umori suggestivi ed isterici che invece tanto caratterizzano le trasmissioni di cui sopra, ci racconta la storia attraverso vicende italiane in un'Europa sempre più propensa all'esaltazione dei diritti del singolo ed alla sua corruzione come mezzo di distruzione di massa.
L'autrice ci parla di gnosi, tecnoscienza, fede, massoneria, ONU, papi, i Savoia, Marx, Mussolini, Pascoli, i Mille e tanto altro ancora con i retroscena curiosi, le cose non dette dai classici libri di storia studiati sui banchi di scuola, tutte documentate e mai solo ipotizzate, delineate con contorni che nulla lasciano alla fantasia ed ad ideologie fumose. Svela i fili dei burattinai che minano l'essenza dell'essere umano fino a trasformarlo in una caricatura di se stesso, per giunta anche fatta male, in cui il limite sembra non più una realtà tangibile e peculiare dell'uomo stesso, ma un ostacolo da superare con ogni mezzo a disposizione anche se il prezzo da pagare è la svendita della propria anima.
Un libro che si legge tutto d'un fiato, quel fiato sospeso misto allo sgomento che si prova nel constatare quanto poco è diffuso tra noi "profani" il senso della storia concreta e non paventata o mitizzata e quanto sia facile cadere in una congiura contro la verità, inconsapevolmente, laddove la coscienza del singolo viene gradualmente anestetizzata dai giullari della storia, ossia da quelli che, come affermava Platone, credono di essere migliori e per tale qualità hanno la presunzione di voler rendere migliori anche gli altri.

lunedì 3 novembre 2014

Una storia confusa


Questa settimana si comincia in compagnia di un buon caffè con...

Recensione de: "Una storia confusa" autore: Enrico Pentonieri -Europa Edizioni


Si dice che ogni “promessa è debito” ma quando la promessa a farla è un adolescente, e se la promessa è rivolta a se stessi, qualunque essa sia, allora questa diviene una catena che vincola, trattiene e talvolta imprigiona fino al punto da diventare l’unica cosa immobile in una realtà in continuo divenire.
Un ragazzo, due ragazzi, tre ragazzi, una ragazza, due ragazze, tre ragazze… adolescenti che preferiscono una birra al mattino al posto della classica bevanda da colazione, (quando e soprattutto il mattino rappresenta la fine della loro giornata) intimoriti dall’amore e dalle sue innumerevoli sfaccettature più di quanto possa intimorire un’interrogazione di matematica al liceo, belli e con tutta la vita davanti ma con un bagaglio di idee, paure, speranze, immaginazione e proiezione di se stessi nel futuro da costituirne già in pochi anni vissuti un bagaglio tanto forte e tanto pesante quanto forti e pesanti sono le emozioni con cui si affronta l’esistenza. Ragazzi che si barcamenano in un intreccio di passioni, storie, amicizie spezzate e ricostruite, amori dichiarati e latenti, che passano attraverso le emozioni e le vicende del protagonista, Andrea.
Un don Chisciotte della Mancia i cui mulini a vento hanno ceduto il posto alle lacrime di una ragazza, di una donna in divenire…un cavaliere d’altri tempi il cui istinto di protezione fa a cazzotti con quello di sopravvivenza,( quando non fa a cazzotti con qualcuno per davvero!), senza che ne abbia la benché minima consapevolezza, senza che abbia la consapevolezza che quelle risposte ricevute si trasformano in domande che lo costringono a crescere, perché in fondo quand’anche la paura delle responsabilità si fa sentire forte avanzando a piè sicuro, si ritroverà ad avere assunto la più grande responsabilità che un uomo possa assumersi, quella verso se stesso e le promesse fattesi.
Ed è allora che il ritmo, ansimante, irruente e galoppante della prima parte del romanzo lascia il posto ad una riflessione lenta, pacata, serena, riflessiva ma non priva di esilaranti quanto coinvolgenti colpi di scena che non permettono al lettore di tenere bassa l’attenzione fino ad accompagnarlo alla fine del romanzo con uno sguardo al passato pieno di tenera nostalgia, non tanto per ciò che si è vissuto, ma per il come lo si è vissuto…

L'autore

Enrico Pentonieri è nato a Napoli 1975. Da sempre appassionato di musica e instancabile scrittore, dopo il diploma scientifico coltiva una delle sue passioni: l’informatica. In questi anni ha avuto svariate esperienze lavorative come webmaster e tecnico informatico. Dal 2012 collabora con Partenopress, Una storia confusa è il suo primo romanzo.

Reperibile presso le librerie Feltrinelli
oppure online:


 Link per l'acquisto:

giovedì 13 settembre 2012

Per sempre...

I distacchi, si sa, sono dolorosi. Se poi repentini, improvvisi ed inspiegabili lasciano nella mente e nel cuore una serie di tarli, una serie di domande la cui risposta è celata dietro l'assordante silenzio della vita che inevitabilmente e paradossalmente continua e fa rumore senza lasciare traccia alcuna se non un vuoto incolmabile. Il protagonista del romanzo di Susanna Tamaro, Per sempre, testimonia che la pragmaticità tipica maschile può essere fatta letteralmente a pezzettini nel momento in cui il cuore si apre alla poesia della vita, seppure drammatica e costellata da eventi tristi e laceranti. E il ricordo non è che nuova linfa vitale che scorre e inonda la natura in cui il protagonista cerca conforto, rifugio e nuovo senso alla propria esistenza. L'occupazione derivata dalla cura del proprio orto, delle piante, dei fiori è unita all'indagine e alla ricerca di una logica in quell'apparente ordine cosmico così lontano dal caos, dal "senza tempo", dalla disperazione e dalla confusione del cuore umano davanti all'imprevedibilità degli eventi, di cui il protagonista si sente comunque parte attiva seppure nell'illusione della staticità e passività del dolore. E il richiamo all'eternità accompagna ogni pagina del romanzo fino a chiedersi davvero se esiste qualcosa che non sia per sempre...

venerdì 25 maggio 2012

Al cinema con...

Con oggi inauguro una nuovissima rubrica intitolata : "Al cinema con...Cristina Perrotti"!!!!
Chi è Cristina Perrotti!?!?!?! Innanzitutto è una mamma...e questo potrebbe già bastare per definirla una vera e propria Wonder Woman!!! E poi? E poi cliccate un pò qui e....ecco che così scoprirete chi è Cristina!!!
Questa rubrica, questo spazietto si occuperà di recensione di film per bambini, per suggerire, per commentare, per ridere assieme ma soprattutto per criticare!!! Sì perchè una recensione è fondamentalmente una critica, in senso buono, un approfondimento per decidere se portare i propri figli al cinema, per scegliere il film giusto per andare o tornare  al cinema e avere una "visione" diversa della proiezione appena gustata!!! Un ringraziamento speciale va Cristina Perrotti che dedica il suo tempo a questa rubrica per pura passione e amore per il cinema!!! A proposito...ricordatevi di segnare questo appuntamento sull'Agenda delle mamme super e impegnate...;-)

Ciak, che emozione!
L’esperienza del cinema nei bambini (e negli adulti)
della dott.ssa Cristina Perrotti
Complice la mia attività, un master, e un figlio che al pari di me è un grande appassionato di cinema, mi godo le meraviglie della settima arte tutte le volte che posso: spaparanzata sul divano di casa con i realistici effetti dell’home theatre ma anche al cinema, sprofondata nella morbida poltrona rossa, in una mano le immancabili popcorn e nell’altra una birra fresca (io la birra, il bambino si accontenta di una bottiglietta d’acqua leggermente frizzante).
Il film di cui vorrei parlarvi oggi non è tra gli ultimi usciti (è del 2011), e probabilmente non lo troverete più neanche nelle sale cinematografiche (non resta che sperare nel DVD) e forse non è neanche tra i più conosciuti dal grande pubblico, in ogni caso mi sembrava interessante per parlare di quel ventaglio di emozioni (e occasioni di apprendimento involontario) che entrano in gioco davanti alla magica invenzione dei fratelli Lumière.
Leafie è il titolo, La storia di un amore il sottotitolo italiano http://www.mymovies.it/film/2011/leafie/ (quello originale è “Una gallina in libertà” che forse richiamava troppo un altro cartone, Galline in fuga). Il film è firmato dal regista coreano Oh Seongyun, aspettatevi quindi puro minimalismo e scordatevi gli effetti speciali tipici della Pixar: durante i 93 minuti di programmazione non sobbalzerete dalla sedia per l’ultima trovata cinematografica o per realistici effetti in 3D (qui non si allungano le mani per toccare il fiocco di neve e non ci si abbassa per tentare di schivare il missile atomico che viene nella nostra direzione): il cinema coreano parla di sogni, desideri, speranze, paure, e lo fa mettendo in scena la vita. Tout court, senza effetti speciali. Di veramente speciale conoscerete la bizzarra protagonista, Leafie, una gallina stanca di fare vita da pollaio, che sogna di uscire da quella prigione e andare oltre il cortile. Una volta fuori dovrà fare i conti con la sua nuova vita, fatta di nuovi amici ma anche di nuovi pericoli e dell’inaspettata esperienza della maternità che cambierà tutti i suoi programmi. La sua vita - e la sua morte - sono raccontate usando le tinte naif di un cartone a due dimensioni, ed è nei chiaroscuri della narrazione, quelli che meno spesso vengono trattati nel cinema destinato ai bambini, che viene fuori tutta la crudezza del reale e la grazia di questa delicata gallina che diventerà mamma covando l’uovo di un germano reale, rimasto senza madre e senza padre perché entrambi uccisi da One eye, la spietata donnola, l’antagonista femminile della storia.
Ed ora un piccolo siparietto personale. Verso la fine del film, quando il pathos sale alle stelle, Gio’ mio figlio, mi è saltato in braccio. Quando gli ho chiesto la ragione di questo gesto mi ha risposto: - Mi sono emozionato. Gio’ ha 8 anni.
Ecco ci sono film, ed è il caso di Leafie, dove la scelta registica è quella di non mostrare
l’avvenimento chiave, crudo, ma piuttosto di lasciarlo intendere, anche quando questo è importante ai fini della narrazione (o forse proprio per questo). Nel film in questione, ad esempio, nella scena finale in cui la gallina protagonista affronta con sacrificio una scelta difficilissima, il film letteralmente sparisce e lo schermo diventa nero, ed è proprio questa assenza di immagini (e di musica) a descrivere la drammaticità del sacrificio di Leafie meglio di tanti altri frame. E la nostra immaginazione a questo punto completa la storia, partendo proprio da dove il regista ha interrotto la sequenza.
Cosa è successo durante il black out? Leafie, vecchia e sola perché il suo Greenie raggiunta la maturità si è unito ai suoi simili per il viaggio migratorio, si offre volontariamente come preda alla donnola, acerrima nemica di sempre (è lei ad aver reso orfano dei genitori naturali il piccolo Greenie). Lo fa perché ne comprende le difficoltà di madre come nessun altro: One eye è sola, senza cibo e con una numerosa prole da sfamare.
È a questo punto che, inevitabilmente, ci si commuove, è la conferma che non solo siamo in sintonia con questa tragica scelta, ma anche che siamo stati capaci di completare il quadro, diventando in un certo senso co-autori della trama.
Ma quali altre reazioni e stimoli ci toccano ogni volta che vediamo un film? Ho provato a farne una lista, eccola:
- Sentimenti e valori considerati virtù nella nostra società contemporanea trovano nei film (così come nei cartoni animati televisivi), e Leafie non fa eccezione, ampio spazio: amicizia, lealtà, gioco di squadra e generosità sono sempre ben rappresentati.
- Non mancano mai modelli di esempio positivo, così come non manca l’esercizio a confrontarsi con l’altro, diverso da noi, per provenienza, cultura, “razza”. Ad esempio, nello stagno dove si trasferiscono a vivere Leafie e il suo figlio adottivo, questa strana famiglia (mamma gallina e germano reale figlio) non è ben vista da tutti; si crea così un’occasione per riflettere sul tema dell’emarginazione.
- Ma anche su un altro tema di grande attualità sociale, quello dell’adozione, e non è certo casuale il fatto che questo tema sia trattato sempre più spesso in molti film destinati ai bambini (Kung Fu Panda forse ne è l’esempio più famoso http://www.mymovies.it/film/2008/kungfupanda).
- Citazioni e rimandi giocosi all’ampia letteratura cinematografica non mancano mai, creando così una sorta di grande ipertesto cinematografico, ricco come una miniera di spunti da cui attingere in svariate occasioni. Ad esempio il pipistrello, un animale tra i protagonisti della storia, mentre è intento ad offrire le sue lezioni di volo al piccolo germano, fa il verso a Batman atteggiandosi in una delle sue famose piroette, strappando così un sorriso agli adulti in sala ma anche a tutti i bambini che conoscono il mitico supereroe. E quelli che invece Batman non lo conoscono? Nessun problema, ridono lo stesso, la scena è veramente buffa.
- Non mancano spunti per un’educazione all’ambiente e per una sana alimentazione. Galline chiuse nel pollaio ci fanno venire in mente gli allevamenti intensivi nell’occhio del ciclone da anni per il tipo di vita a cui gli animali sono costretti (a voi non è venuta voglia di mangiare solo uova di galline libere - che non vuol dire “Allevate a terra” - dopo aver visto “Galline in fuga”?).
- Il film è anche occasione per fare la conoscenza della flora e della fauna. Nel delicato cartone coreano insieme alle galline si vedono tanti altri animali: lucciole, germano reale, donnola, pipistrello, ragni, mantidi, scoiattoli, picchi e tanti altri.
- Un aspetto che viene sempre poco considerato è quello dell’attenzione, che va mantenuta per circa un’ora a mezza (la durata standard di un cartone per bambini). Un ottimo esercizio considerato che i bambini a partire dai 6 anni sono costretti ad una vita scolastica che il più delle volte è molto statica e sedentaria. Potrebbe essere questo un piacevole allenamento?
- Il cinema è anche una palestra per “allenare” sentimenti. Tanti sono quelli chiamati in causa durante la visione di Leafie: la paura, quando il contadino cerca di tagliare le ali al piccolo Greenie; la gioia, quando Greenie riesce finalmente a spiccare il volo e a sfuggire all’attacco della donnola; la sorpresa, quando scopriamo che la donnola è madre a sua volta; ma anche il timore dell’essere emarginati, in quanto diversi. Insomma tante piccole lezioni di vita, quelle che una volta venivano veicolate dalle fiabe1 ora viaggiano attraverso i film, che sono diventati i nuovi collettori del sociale e nuovi ambienti di apprendimento.
Per finire, due aspetti particolarmente interessanti a mio giudizio sono ben trattati e
   raccontati in questo film. Il primo è il forte uso della simbologia legata alla crescita e al distacco tra madre e figlio. Per mettere in scena il passaggio dal ruolo di figlio a quello di adulto, il regista usa una delicatissima trovata narrativa: un nastrino rosso che annodato alla zampetta del piccolo Greenie si staccherà solo grazie alla determinazione della mamma. Una mamma a tutti gli effetti, anche se adottiva. E poi la ginnastica mentale che ci fa fare il regista, che ci spinge a cambiare opinione sulla donnola. Sorprende, considerato che è l’opinione sulla protagonista cattiva del film quella che stiamo modificando: One eye, la predatrice assassina, se è vero che ci appare senza scrupoli all’inizio del film, è umana, debole e in difficoltà alla fine del racconto. Le tonalità dei grigi in questo film non mancano e a me sembrano un ottimo esercizio per raffinare un pensiero libero e liberale.
Vorrei chiudere citando il commento della prof.ssa Pravadelli (Storia della critica e della teoria del cinema, al DAMS dell’Università degli studi Roma Tre), che qualche giorno fa ha concluso così la sua lezione: “Sono i prodotti dell’intrattenimento che vanno studiati perché sono loro che formano l’identità. Quindi sì, certo, va bene Joyce, ma non scordiamoci il cinema e tutte le altre forme di intrattenimento”.
Buona visione!