mercoledì 15 ottobre 2014

I colori come via d'accesso alla conoscenza gnostica.

 "La scuola specchio della società corretta con la matita rossa e blu"...
A partire dagli anni sessanta in Italia fu introdotto l'uso della matita rossa e blu...
Poichè dal 1860 in poi, per lungo tempo le politiche relative all'istruzione, con Adriano Lemmi, Crispi, Coppino, hanno subìto l'influenza dell'ideologia massonica, essendo i ministri ed i politici dell'epoca appartenenti alla Libera Muratoria non è un caso che anche le riforme, gli incipit, le innovazioni pedagogiche sono state introdotte nella scuola plasmate dai princìpi massonici carichi di simbolismi che rimandano ai significati gnostici di perfezionamento, fratellanza, uguaglianza ecc.ecc..
Già in tempi ancor più antichi il noto fratello massone Comenio e ancor maggiormente Giordano Bruno affermavano che la conoscenza delle cose viene veicolata in molti casi dalle immagini. Ancor più si fissa nella mente attraverso la contemplazione di esse, delle loro forme e dei loro colori. I colori, secondo Comenio stimolano le attività cerebrali investendo nel processo di apprendimento la totalità della persona. Anche la psicologia si avvale dei colori per raggiungere i meandri più nascosti della mente, si pensi alla cromoterapia per esempio,  all'associazione ippocratica dei colori agli organi  del corpo umano ed al temperamento delle personalità, ripresa ed approfondita dallo stesso Jung nel tracciato dei tipi psicologici.
Bisogna dire che i colori nella Libera Muratoria non sono solo simbolo che rimanda ad un più arcano significato, bensì hanno valenza pedagogica: hanno la capacità di intervenire sulla psiche umana a prescindere dai metodi classici di indottrinamento, influenzando le attività psichiche anche laddove l'essere umano non ne sia perfettamente consapevole e cosciente. Il rosso è il simbolo del sangue, della lotta, del sacrificio, dell'errore che va corretto, dell'errore che va eliminato, di quella morte necessaria dell'uomo profano che cede il posto all'uomo eletto, al prescelto, allo gnostico. Il blu è invece il colore che appartiene a ogni massone, dall'ultimo grado al supremo, il colore della perfezione, del possesso della conoscenza, della correzione e della via che conduce alla perfezione e quindi a quella umanità realizzata che diventa divino nell'umano.
La matita rossa e blu non è altro che uno strumento introdotto nella scuola per segnalare gli errori che si possono correggere da quelli che vanno eliminati in assoluto, indica la via attraverso il simbolismo per l'acquisizione di quelle regole necessarie ad elevare l'uomo dalla propria caduca e miserrima condizione ad una più alta, resa tale dal possesso della conoscenza. Una conoscenza che però non avviene attraverso un processo comune a tutti, accessibile a tutti, una conoscenza che è tale solo per chi è in grado di recepire determinate informazioni che esulano dal classico indottrinamento e dalla classica trasmissione di informazioni che avviene nella scuola. Una conoscenza che esula dall'esperienza con l'oggetto da conoscere ma che la scavalca cercando di accedervi con altri mezzi e altre vie. Una conoscenza elitaria e selettiva che di uguaglianza tra tutti gli uomini ha ben poco direi se non tra "fratelli" figli di un Grande Architetto dell'Universo...figli di se stessi aggiungerei...

Nota : per un'approfondimento sul tema della conoscenza gnostica rimando al link sul sito ufficiale della Libera Muratoria.

lunedì 13 ottobre 2014

"Un senso di solitudine in invisibili conversazioni"

Mi piace osservare le persone. Mi piace guardarle e cercarne di intuirne i discorsi, i pensieri, i desideri. Passerei delle ore seduta in un angolo della strada a fissare chi mi passa davanti, a coglierne i gesti, gli sguardi, il modo di camminare, il modo di vestire. Quante storie che si sfiorano al solo sostare davanti ad una vetrina...quanti incontri mascherati da occasionali scontri mentre si attraversa allo stesso semaforo verde.
Sabato pomeriggio, mentre bevo il caffè, o meglio, tra un figlio che mi chiede l'acqua, l'altro che tenta di strapparmi la tazzina rischiando di  crearne con il caffè un'opera futuristica contro il muro del bar,  ed il marito che mi chiede dove ha messo (lui) il suo portafogli assegnandomi il ruolo di sfinge, riesco a volgere lo sguardo fuori ....e quello che vedo mi sembra quasi il set di una pubblicità, studiato, preparato ed ordinato a tavolino tanto che per me ha dell'assurda contemporaneità: tra donne, piacevoli, sole davanti alla loro ordinazione, sedute, immobili, immobili nello sguardo e nella postura, solo il dito sul loro smarthphone si muove, non un'espressione, non un sorriso, un accenno ad alzare la testa per vedere se accade qualcosa intorno a loro, se c'è qualcosa intorno a loro. Riesco a malapena a catturare quel momento, senza nemmeno troppa fretta, non c'è pericolo che la scena cambi di un benchè minimo particolare nel tempo che impiego a recuperare il mio cellulare sepolto nella mia borsa senza fondo, e così, immobile come la vedo, la immortalo...ho provato un senso di solitudine e tristezza...abbiamo a portata di mano, anzi di dito, il mondo intero, eppure non ci accorgiamo che abbiamo già perso il mondo intorno a noi...

giovedì 9 ottobre 2014

"Toglietemi tutto, ma non la mia mamma"


A rigor di logica, se lo Stato non entra nelle questioni di "cuore", ossia nell'affettività degli individui, ma tutela dei diritti, per esempio come nel contratto matrimoniale, allora mi chiedo, se saranno sdoganati i matrimoni tra omosessuali, ed a una coppia di omosessuali verrà concessa l'adozione o la fecondazione eterologa, non entrando lo stato negli "affari di cuore" ma solo nella tutela dei diritti dei soggetti contraenti, perchè dovrebbe concedere l'adozione a due omosessuali e non a tre o quattro o cinque persone che decidono di essere "famiglia"? A questo punto chi decide cosa è famiglia e cosa non lo è? Non si rischia di commettere una discriminazione? Chi mi dimostra che quella coppia di omosessuali sia davvero omosessuale? cioè chi mi dice che si vogliono bene e vogliono metter su famiglia? Dovranno allora battersi per la fecondazione eterologa passata dalla mutua e le adozioni per tutti indipendentemente dalla propria situazione economica, altrimenti si creerebbero altre discriminazioni tra le coppie omosessuali che un figlio possono permetterselo economicamente e chi no.
Come metteranno su famiglia se si sa già a priori che dal loro atto copulatorio è impossibile che ne nasca un figlio? Cioè voglio dire, se tutto va bene, quando una mamma e un papà si uniscono potrebbe nascere un bambino, ma se un uomo e un uomo si uniscono o una donna e una donna si uniscono, naturalmente il bambino non nasce, ma sarebbe necessario un intervento artificiale, cioè qualcos'altro o qualcuno d'altro. Se davvero il ruolo di papà e mamma, possono essere sostituibili e facilmente intercambiabili, la mamma con un altro papà e il papà con un'altra mamma,perchè limitare il concetto di "famiglia" solo ad una coppia di omosessuali e non a tre o quattro persone che decidono di adottare un bambino o fecondarlo ricorrendo al corpo di una mamma, all'ovulo dell'altra e allo sperma di una terza persona?...se un bambino può fare a meno di una delle due figure perchè non sostituirle con altre, cosa lo impedirebbe, il bambino crescerebbe lo stesso, no? Ecco, quello che mi chiedo è, di chi davvero si vogliono tutelare i diritti, degli adulti che "vogliono" un figlio, o dei figli che hanno diritto a dei genitori , maschio e femmina, e ad una famiglia? Nel caso dell'eterologa si parlerebbe poi di diritti di un bambino non nato naturalmente ma artificialmente e quindi "programmato" a tavolino o in laboratorio. Nel secondo caso io credo che un bambino possa crescere bene anche senza uno dei due genitori,o anche senza entrambe le figure,la storia ne è piena di esempi, in una comunità di persone, ma sostengo con fermezza che sia un suo diritto naturale ( perchè alla nascita in teoria esce dalla pancia della mamma in cui vi è entrato grazie al papà) inalienabile avere un papà ed una mamma e che sottrarre una delle due figure a priori sostituendola arbitrariamente sia una grande crudeltà ed un grande egoismo degli adulti, un abuso del diritto del minore ad avere un papà ed una mamma perchè due papà e due mamme vogliono sentirsi realizzati nel ruolo di genitori, perchè un figlio gratifica il proprio ego. Gli esperimenti riserviamoli ai topi da laboratorio e non agli esseri umani. Chiunque sia cresciuto senza una delle due figure genitoriali può ben dire quanto prima o poi quel vuoto incolmabile si sia fatto sentire, quand'anche quel papà o quella mamma non li si sia mai conosciuti, e quindi quel vuoto non possa essere stato ricolmo di un qualche ricordo, quella nostalgia che caratterizza anche i figli adottati... Se mi dovessero chiedere " c'è un bambino da far nascere, cosa gli sottrarresti?" io gli risponderei : "tutto ma non la mamma."

mercoledì 8 ottobre 2014

Un "fratello" napoletano. Chiesa e Massoni.


Riporto una lettera scritta dal principe Raimondo di Sangro di Sansevero, nella quale egli spiega le circostanze che lo hanno indotto a far parte della massoneria. La lettera è tratta dal libro: "Documenti Vaticani per la storia della Massoneria nel Regno di Napoli al tempo di Carlo III di Borbone" scritto da Pasquale Sposato, edito a Tivoli nel 1959.( ed. Aldo Chicca). 

La lettera è datata 1° agosto 1751 ed è inviata a Papa Benedetto XIV tramite il nunzio L.Gualtieri, vescovo titolare di Mira.
La lettera si trova nella Biblioteca Nazionale di Napoli in piazza del Plebiscito.

Cliccare sulle foto per ingrandirle.





Archivio storico per le Province Napoletane, Le prime loggie dei liberi Muratori a Napoli, pag.240

Il Cristo Velato...un'opera blasfema o una blasfema interpretazione !?


 "Però qualcosa chiama" quando il padrone chiama i servi rispondono...                                                               
Ieri pomeriggio, martedì 7 ottobre, ricorreva la festa del Santo Rosario.


  Alle 18,30, a Napoli, nella cappella di San Severo veniva celebrato un incontro, promosso dai fratelli della Libera Muratoria anche sul loro sito, il goi,in cui oggetto d’attenzione è la famosissima ed affascinate opera del Principe Raimondo Di Sangro, ossia il Cristo Velato. In tale occasione viene sottolineato e ribadito che questa maestosa opera in marmo non è che il testamento dell’autore, in cui il Cristo non è da intendersi “solo” quello cristiano, bensì rimanda ad una interpretazione dell’opera in chiave esoterica: è infatti l’emblema di quella forza che caratterizza tutti i maestri risorti. Di quell’energia insita in ogni uomo tale da renderlo divino. Ecco, la cosa mi ha lasciata alquanto perplessa, in quanto, attribuire il nome o appellativo di Cristo ad un’opera sostanzialmente laica ha un retrogusto blasfemo ed ora spiego perché: non esiste religione, se non quella cattolica, in cui un maestro, guru, santone sia resuscitato. Solo nella religione cattolica Gesù risorge. Gesù non è il simbolo di nulla. Gesù, nella religione cattolica, è una persona, la croce è il passaggio dalla morte alla vita e la vittoria del bene sul male, la liberazione dell’uomo dal peccato e la speranza nella vita eterna. Voler scavare nell’uomo attribuendogli una parte divina, una energia indissolubile, in una visione massonica, è voler affermare l’idea che dio è nell’uomo, che dio non è “altro” da sé, che l’uomo è un essere ricorsivo, capace di badare a se stesso, capace di essere autosufficiente, di autodeterminarsi. Non riconoscere Cristo come una persona viva ma assurgere la sua figura ad emblema di una sostanziale ed intrinseca divinità dell’essere umano, significa attribuire all’uomo un potere, una forza che non attinge da Dio, ma da se stesso, soddisfacendo l’equivalenza Io= Dio. Per i massoni la differenza tra l’io e Dio è in quella D, che loro pongono come obiettivo da raggiungere, conoscenza da acquisire attraverso un percorso esoterico, gnostico, simile al super-io nietzschiano( filosofo che per giunta si è suicidato , dando prova della superbia che caratterizza questo gesto). Il Cristo Velato è intriso di mistero, di quella conoscenza riservata a pochi eletti. Il Cristo cattolico, al contrario, è accessibile a tutti, indipendentemente dalla propria condizione economica e culturale. Il Cristo Velato non rivela nulla, non svela nulla, piuttosto evoca delle verità sempre relative e tagliate su misura sull’essere umano. Il Cristo cattolico svela, rivela, smaschera, porta alla luce, spiega, parla per parabole accessibili anche ai più umili, predica un amore che porta fuori di sé, va oltre la propria misura e apre agli altri, anzi, viene incontrato attraverso gli altri, quegli stessi altri che i massoni reputano uno step, un mezzo per raggiungere la propria ambizione di perfezione individuale, che di gratuito non ha nulla, un “do ut des”, ti do perché dando a te io mi sento migliore e mi evolvo nel mio cammino di perfezione. Un massone non si farebbe mai crocifiggere per niente, per gli altri, in maniera gratuita. Anche la solidarietà e la beneficenza ha uno scopo preciso, definito, inalienabile. L’amore cattolico invece non ha tornaconto personale. Per questo credo che il Cristo Velato, per quanto sia un’opera materiale di un fascino ineguagliabile, la leggerezza del  velo è rappresentata nella pesantezza del marmo in maniera sublime, sia però un’opera blasfema, perché quando l’uomo vuole sostituirsi a Dio, sceglie inequivocabilmente mammona.

mercoledì 1 ottobre 2014

Che tempo che fa...


Qualcuno ha detto: "L'angoscia del tempo che passa ci fa parlare del tempo che fa." Avete presente quelle telefonate in cui alla fine ci si sta per congedare ed invece di salutarsi uno dei due interlocutori prosegue come se stesse per dire una cosa importantissima: "Ah, dimenticavo, non ti ho chiesto che tempo fa lì da te"? Ecco, mi sono chiesta come mai il tempo, o meglio, le condizioni atmosferiche, siano quei luoghi comuni in cui sembra quasi d'obbligo argomentare come se si stesse svelando qualcosa che assolutamente non deve passare inosservata. In un primo momento ho creduto che l'argomento "meteo" fosse uno di quegli argomenti "cuscinetto" che tamponano i momenti di imbarazzo in cui la conversazione ha esaurito i contenuti e ci si butta su un qualcosa di assolutamente generico. Poi però ho osservato che spesso l'argomento "tempo" è un modo per rompere il ghiaccio tra sconosciuti, magari mentre si sta facendo la fila al supermercato o si sta attendendo il bus. Un argomento di cui e su cui tutti possono parlare. Qualcosa che ci accomuna inequivocabilmente e che in qualche modo ci mette tutti su di uno stesso piano. Poi però ho osservato che le condizioni atmosferiche sono anche materia di discussione tra persone che già si conoscono e che in teoria non dovrebbero cercare argomenti per "rompere il ghiaccio", così ho pensato che l'argomento fosse un momento di riempimento quando è finito l'ascolto, quando è davvero finito quello scambio in cui ci si confronta e ci si mette in discussione, un modo per riempire dei silenzi che altrimenti risulterebbero insopportabili. Alzare lo sguardo al cielo è peculiare, sia in senso concreto che metaforico, dell'essere umano che solo sotto lo stesso cielo si sente meno solo e in sintonia con gli altri esseri umani. Quello che la politica divide, che la società separa, che le idee allontanano, il tempo unisce. Unisce perchè "siamo tutti sotto lo stesso cielo" e forse parlare del tempo ci fa sentire meno soli ed insieme ad altri luoghi comuni come "mal comune mezzo gaudio" rientra in quegli argomenti retorici che ci fanno sentire " a casa", che ci fanno sentire "protetti", quegli stati mentali che vengono creati nell'argomentare la pioggia, la neve il freddo ed il caldo che costruiscono una patina di eternità davanti ad un altro tipo di  tempo, il tempo che passa,invece, sempre inesorabile, capace, insieme alle rughe, di tracciare linee con punti di non ritorno."L'angoscia del tempo che passa ci fa parlare del tempo che fa."

giovedì 25 settembre 2014

Un caffè con...Barbara De Santi!



Barbara De Santi ha partecipato al programma televisivo “Uomini e Donne”, condotto da Maria De Filippi e che va in onda nella fascia pomeridiana su Canale 5. Il programma prevede la partecipazione di uomini e donne, giustappunto, single, che hanno lo scopo di conoscersi tra loro al fine di cominciare una storia d’amore che abbia come finale auspicabile il più bello di tutte le favole, ossia: “ e vissero felici e contenti…”. Ogni puntata è caratterizzata dalla narrazione dell’evolversi delle storie e dei percorsi di conoscenza tra i concorrenti che si scelgono magari dopo aver fatto piacevolmente un ballo assieme durante la puntata. La coppia che si forma o che si sta formando non è scevra di polemiche, critiche, segnalazioni da parte del pubblico da casa e di opinioni talvolta pungenti da parte dei concorrenti stessi che mettono in discussione la bontà della storia nascente o delle intenzioni di uno dei due protagonisti o anche talvolta di entrambi. Molte storie si sono coronate con un lieto fine, altre sono in via di definizione, altre ancora sono cominciate e terminate.  Ciò che colpisce è proprio il fatto che alcuni concorrenti, scremati quelli che vi partecipano per puro narcisismo o per motivi che esulano dallo scopo del programma stesso, è proprio il coinvolgimento totale e l’esposizione mediatica delle emozioni di cui i concorrenti sono fautori e che l’elemento “telecamere” o “televisione” diviene a lungo andare solo un accessorio, passando paradossalmente in secondo piano rispetto alla realtà vissuta e raccontata. Barbara De Santi ha appassionato il pubblico di “Uomini e donne” proprio per la veridicità delle sue storie, per la generosità con cui non ha risparmiato le proprie emozioni, lacrime, rabbia, gioia, entusiasmo, tristezza, dolore in cui si è reso ben visibile il fenomeno per cui la televisione non risulta che un mezzo che può creare dei ponti invisibili di scambi empatici tra chi ne usufruisce e chi la fa; Barbara ne incarna proprio un esempio palese a tal punto da essere stata così disponibile e gentile da aver accettato di “prendere un caffè” con Walt e Socrate al di qua dello schermo…

      1) Cosa spinge una donna come lei, indipendente, affascinante e intellettualmente brillante a partecipare ad un programma televisivo?
B: "Intellettualmente brillante è uno dei complimenti più graditi che io abbia mai ricevuto nella mia vita perché penso che la bella che non balla non serva a nulla, balla chi ha ha una mente, appunto, brillante, briosa, viva. Detto ciò, rispondo alla domanda. Il mio desiderio di partecipare ad un programma televisivo nasce innanzitutto da una voglia di riscatto nei confronti di una vita passata ai margini, una vita in cui mi sono sentita meno bella, meno capace, meno considerata degli altri. Penso siano lacune e piccoli complessi derivanti, probabilmente, dal tipo di educazione avuta in famiglia. Quindi, ora, avere la possibilità di essere al centro dell'attenzione, mi fa sentire finalmente qualcuno agli occhi di chi mi ha fatto sempre sentire nessuno, come dire: hai visto che nonostante tutto, io ci sono, sono amata da una buona fetta di pubblico, sono al centro e non più ai margini? Scegliendo, poi, come programma televisivo, "Uomini e Donne", altra motivazione importante è trovare la tanto ricercata anima gemella: in effetti per me è davvero un'impresa quasi impossibile, e continuo a confidare in questa trasmissione per trovare un amore che mi stia vicino per sempre." 

2) Cara Barbara, l’immagine che lei ha descritto di se stessa, spesso dipinta dalle sue stesse parole durante la trasmissione, è stata quella di donna fragile, spesso bisognosa di conferme e rassicurazioni. Eppure, ha saputo sempre affrontare con grande grinta, talvolta facendo prevalere l’aspetto razionale, altre volte quello emozionale, le critiche, gli attacchi, le aggressioni verbali, le insinuazioni…Ecco, quali sono stati i pensieri da cui ha tratto forza per controbattere e trovare sempre le parole per fronteggiare chi in quel momento la accusava consapevole di essere davanti a delle telecamere?
B: "Nel corso di questi tre anni ho pensato spesso di mollare, di alzare le mani al cielo ed arrendermi. Ma il calore delle persone che mi trasmettevano e continuano a trasmettermi on line, per strada, al supermercato e in ogni posto in cui io vado, mi ha dato la forza di andare avanti. Finalmente ho trovato una forma di amore, quello delle persone che mi seguono, che mi appaga, mi fa sentire importante, mi fa sentire bella e io ho bisogno di queste conferme. Altro mio punto di forza è la ricerca e difesa continua della verità, della lealtà, della sincerità: io con questi elementi in tasca posso camminare orgogliosa  a testa alta, posso guardare la lucina della telecamera e essere fiera di quel che sono perché faccio e vivo nella stessa identica maniera fuori e dentro la trasmissione. Io non sono fuori programma "persona" e dentro il programma "personaggio", io sono sempre Barbara, persona vera fino a stare male. "
3) Barbara, una volta conclusasi la puntata, rivedendosi in televisione, quindi passando dal ruolo di “attore” a “spettatore”,  ha rilevato  qualche discrepanza o anche una semplice differenza tra l’immagine che lei ha di se stessa e quella che viene filtrata attraverso l’obbiettivo della telecamera?
B: "Certo, vedo un'enorme differenza. Chi è quella persona dello schermo sempre arrabbiata, sempre sulla difensiva, petulante e talvolta antipatica? No di certo Barbara che sta a casa, puntigliosa sì, ma divertente, ironica, autoironica, solare e mooolto simpatica."
4)La trasparenza con cui ha comunicato le sue emozioni ed il vissuto dei momenti condivisi nel programma ha fatto ben trapelare l’onestà intellettuale con cui esprime giudizi verso se stessa e verso gli altri, in poche parole è una persona che non sa dire bugie né a se stessa né agli altri. Il sano realismo che la contraddistingue sembrerebbe aver vinto le barriere televisive a tal punto da vestirsi di coraggio, perché ci vuole molto coraggio a diventare un personaggio pubblico mantenendo nel tempo la propria identità. Cosa è sostanzialmente cambiato nella sua vita durante e dopo la partecipazione a questo programma?

B: "Non avevo ancora letto questa domanda e vedo che inizia con una sorta di descrizione della mia persona, di delineazione delle principali e inequivocabili caratteristiche che mi appartengono, caratteristiche che, guarda caso, avevo già enunciato nelle risposte precedenti.

Fondamentalmente, nel concreto, nella vita lavorativa e non, quotidiana, non è cambiato assolutamente nulla. Ma importante è il cambiamento nel mio mondo interiore, la mia autostima, per esempio, che prima era veramente al livello di minimo sindacale, ora è invece maggiore, mi sento più sicura e mi sento, sarò ripetitiva, considerata, voluta, desiderata. "


5) Il fatto che altri ( ammiratori, compagni dell’avventura televisiva, fans) riconoscano in lei delle qualità o semplicemente esprimano simpatia verso il suo percorso televisivo, può, secondo lei, accrescere l’autostima operando significativi cambiamenti al proprio modo di essere? 

B: "Di nuovo ho anticipato contenuti della domanda successiva. Ho già detto che la mia autostima è cresciuta, sono più convinta di piacere e di essere desiderata, dai bimbi agli adulti senza distinzione di sesso. Nonostante ciò io rimango sempre una persona che "vola basso", che non si monta la testa, che sa che nella vita deve sempre impegnarsi per guadagnarsi la stima, l'amicizia, la simpatia altrui e per avere successo nelle piccole e grandi cose della vita. "


Ringrazio moltissimo Barbara De Santi per aver voluto prendere un caffè con Socrate ed uno con Walt, innanzitutto per la disponibilità, per la gentilezza e per l’accuratezza con cui ha risposto alle domande, e poi per aver fatto luce su aspetti e dinamiche psicologiche ed emotive che molto spesso vengono offuscate dai riflettori televisivi, e che invece rivelano una umanità profonda e tangibile, una umanità che risplende di tutte le sfaccettature di cui è composta e della quale  la televisione non è che diffusore, un faro che non si teme quando ciò che riflette è l’autenticità, seppure nelle proprie insicurezze e mille contraddizioni! Barbara De Santi, inoltre, ha fatto luce su un altro aspetto della televisione conferendole  un valore aggiunto  sfruttandola come momento di maturazione personale e crescita anche interiore, nella consapevolezza di trovarsi davanti un mezzo appunto da usare e non dal quale essere usati, perché come diceva il filosofo Kant “l’uomo è sempre fine e mai mezzo”. Grazie ancora Barbara con l’augurio che possa continuare il tuo cammino con la stessa veridicità e consapevolezza di oggi!