martedì 3 marzo 2015

Il potere aggregativo del caffè.

La pausa caffè, il sorseggiare insieme con qualcuno una tazzina di caffè ha un potere fortemente aggregativo. Il "Ti posso offrire un caffè?" è un modo per stabilire una comunicazione, un filo invisibile che corre sulle note profumate della bevanda che si ha davanti, un voler fermare per un momento il tempo che si sta vivendo per condividere un piacere che va al di là del piacere stesso del caffè.

Ricordo l'esperienza che ebbi in una classe quarta di un liceo scientifico, in cui la comunicazione ed il dialogo faticava parecchio a decollare, quando pensai bene di far portare dal bar della scuola stessa un caffè per i miei alunni, in classe, durante la lezione di filosofia. Il potere di quel caffè fu davvero incredibile: si incominciarono a vedere sorrisi stampati sui volti, tra una battuta e l'altra si creò un vero momento di aggregazione in cui il fluire della filosofia andava di pari passi con il sorseggiare quel caffè che ruppe il ghiaccio iniziale e creò un ponte di rara comunicazione per quella classe.

Il sintonizzare i sensi quando avviene una comunicazione può rappresentare un canale comunicativo privilegiato in cui si parte dallo stesso "sentire" per poi dibattere, dialogare, discutere, ma il trovarsi insieme in una stessa situazione che pone gli interlocutori su uno stesso piano sensoriale può essere un promemoria quando la comunicazione si fa difficile e gli ostacoli possono davvero essere superati con una "tazzina di caffè" come emblema del mettersi allo stesso livello dell'interlocutore quando si cerca un confronto reale e costruttivo.


mercoledì 10 dicembre 2014

Un'alternativa all'eutanasia

Dicono sia la dolce morte.
Dicono che sia la pozione magica che riesce a mettere fine alle sofferenze.
Dicono sia un diritto.
Dicono sia una liberazione.
Dicono sia l'affermazione della propria dignità.
Dicono sia la libertà.

Per me possono chiamarla morte-bon bon; morte zuccherellata, la morte chupa chups o il massimo: morte nutella, ma per me qualsiasi sia l' epiteto che le venga affiancato è solo ed eternamente morte. La fine della vita, la fine della presenza materiale del tuo corpo, il tuo scomparire per sempre. Qualsiasi forma tu abbia, colore, sapore ed odore, la morte ti cancella. 

Quello che invece la morte non può cancellare è la dignità. Perchè si è uomini fino alla fine, la dignità non ce la leva un sondino ficcato in gola, un respiratore e cinquantamila tubi ed aghi attaccati al braccio, perchè un uomo è uomo, è libero, è dignitoso anche quando è schiavo del suo stesso corpo. Perchè un uomo può essere libero anche quando ha le catene, anche quando combatte tra la vita e la morte, anche quando tutto sembra nero, l'uomo è la luce di quell'abisso scuro.

Si urla al diritto sull'eutanasia, video commoventi in rete, che hanno come testimonial personalità che hanno un forte impatto sociale e sull'immaginario collettivo ( anche se la Bonino e Veronesi io li avrei censurati dai video propaganda pro eutanasia, se non altro per il rispetto delle poche cellule cerebrali che si contendono il primato dell'unico neurone nel loro cervello!)

Le persone, i cittadini sono stanchi di correre dietro i propri malati, e non per chissà quale pietismo con cui viene mascherata l'esasperazione, ma perchè per seguire mio padre malato io devo prendermi permessi dal lavoro, e quando questi permessi finiscono devo subire mobbing, perchè c'è quella più bella e più giovane e con più tempo libero al cui confronto non posso reggere.

Sono stanca perchè non posso comprare qualcosa per me, perchè non posso farmi il viaggetto le cui foto devo postare su facebook per il gusto dei 500 like dei miei "amici"; perchè la mia vita non è figa...sai, poverina, c'ha il padre malato....

Perchè sono stanca di sentire medici ed infermieri che mi ricordano continuamente con la durezza di un riccio nel culo che la morte è alle porte...perchè tutto intorno mi ricorda che la vita sarebbe più bella e leggera se avessi tutto, se avessi più soldi, più tempo, più spazio ma soprattutto se avessi l'illusione che la morte non esiste o meglio che se sono io a deciderla è meno dolorosa.
No...la morte fa schifo.
Sempre.
La morte fa schifo con o senza sofferenze...la morte è dolorosa...la morte di un caro poi, non ne parliamo.

Io non voglio una pozione magica che mi permetta di interrompere la vita...io voglio che la mia malattia non pesi sui miei familiari, voglio più permessi dal lavoro, la garanzia che il tempo speso per accudirmi con dignità e amorevolmente non costi loro la perdita del lavoro; voglio essere accompagnata alla morte sostenuta e fiduciosa che la mia malattia non sia un peso per chi mi ama, che la società, gli infermieri, medici e luminari della scienza mi considerino una donna e non un vegetale anche se o quando non potrò più parlare o muovermi . Io voglio che mio marito ed i miei figli e nipoti possano dire di me di una donna che con gli artigli si è aggrappata alla vita anche quando questa vita non aveva più nulla da offrirmi perché la malattia, la sofferenza, la paralisi, i balbettii che un tempo erano voce e l'aspetto repellente anche a me stessa non saranno mai in grado di togliermi la dignità ... Morirò dignitosamente se avrò accanto chi mi ama, se ho uno stato che tutela il lavoro di chi mi accudisce , se mi seguiranno medici che mi considereranno un essere umano e non un caso.non voglio una pozione magica, voglio più umanità e la morte non è umana. Perche' la morte e' una cosa disumana per tutti, con o senza sofferenze...



E la più grande morte è l'illusione della propria onnipotenza...è lì che un respiratore automatico, un ago in un braccio, un tubo in una gola e il buio dei propri occhi sono solo piccoli sassolini di fronte alla sconfitta dell'uomo che decide di togliersi la vita...ed al macigno con cui precipiterà nell'abisso del nulla...

per sempre. 

Ci vuole coraggio...sì, molto coraggio, a vivere, non a morire.

Questo è il mio testamento biologico.Starò proprio a vedere chi tutelerà il lavoro dei miei figli o chi offrirà loro tempo quando tutto ciò accadrà, e se lo farà con la stessa forza con cui oggi grida all'eutanasia in nome dell'amore...perchè l'amore non è sottrazione, ma moltiplicazione...e non bisogna essere Veronesi per affermarlo o Einstein...l'amore è una buona alternativa all'eutanasia, ma costa molto di più.

martedì 4 novembre 2014

Il belpaese delle oche ed il brutto anatroccolo.

Una trasmissione televisiva manda in onda il processo di spennamento a cui sono sottoposte le oche affinchè le loro piume diventino caldi piumini invernali.. ed è scandalo! Animalisti, vegani, vegetariani, uomini e donne, il popolo del web si ribella alle atroci sofferenze di questi animali destinati al massacro. 

Però...c'è un però...il però che viene appiccicato all'essere umano ...sì, quell'animale che cammina su due zampe, capace di parlare, pensare, ridere, scherzare ed anche soffrire...ma davanti al dolore umano, vegani, animalisti, vegetariani, uomini e donne, il popolo del web sono disposti a chiudere un occhio, talvolta tutti e due,meglio se non sono i propri...

L'ennesima riprova che siamo nel paese delle oche...il paese in cui il brutto anatroccolo è l'essere umano, il paese delle oche in cui un ragazzo può essere massacrato di botte, spennato di ogni dignità ed i colpevoli rimanere impuniti. Il paese delle oche in cui le dimissioni di un'infermiera che al pronto soccorso osa proporre una riflessione sulla vita dell'essere umano viene spennato con la stessa leggerezza di una piuma d'oca...anzi de-pennato completamente! Il paese in cui una piuma d'oca vale più di un bambino che incomincia la sua avventura della vita nel grembo della mamma ma che non potendo starnazzare come un'oca non avrà mai la possibilità di ribellarsi qualora qualcuno decidesse di sopprimergli ogni possibilità di vedere la luce. E' il paese dove ogni cosa si affronta con leggerezza, senza pensare alle conseguenze, in cui la vita ed il dolore di un animale vale molto ma molto di più del dolore e della sofferenza di un essere umano che viene spennato di ogni bene, derubato del lavoro, dei soldi, derubato dei suoi diritti a tal punto da fargli paventare la morte come diritto assoluto e prioritario alimentando l'invidia per quei paesi in cui l'eutanasia viene esercitata con la stessa velocità di un batter d'ali di un'oca. Però poi gli stucchevoli radical - chic mangiano solo da Eataly, si servono delle carni migliori, dei prodotti migliori, mangiano bio e sano...anche se la sostanza animale non cambia, anche se i dipendenti del colosso della qualità culinaria di "culi-in -aria" devono sventolarne parecchi per tenersi il posto di lavoro, lavorando come muli e servendo gli stessi muli. Io non dico che non bisogna gridare allo scandalo o indignarsi nei confronti della sofferenza degli animali...ma trovo paradossale che la sofferenza dell'essere umano non trovi le stesse urla di scandalo e denuncia...non trovi la stessa solidarietà e lo stesso spirito di accoglienza...e così anche queste crociate animaliste mi appaiono solo un modo per volersi per forza distinguere dalla massa, per emergere e per schierarsi dalla parte giusta...un modo comodo per gridare all'ingiustizia con un coinvolgimento emotivo che sfiora l'isterismo...e così come oche continueremo a starnazzare creando molto rumore per nulla...il paese delle oche, delle iene, degli avvoltoi e degli assassini...

lunedì 3 novembre 2014

Un caffè con...La Via Dei Colori

«Siamo persone che hanno incontrato dei sassi lungo il percorso. E invece di scansarli o di inciamparci, abbiamo deciso di raccoglierli e di costruirci qualcosa»
Ilaria Maggi

Ilaria Maggi è il Presidente dell’Associazione “La Via dei Colori” nata nel dicembre del 2010 in seguito alle tristi vicende che hanno visto i bambini dell’asilo Cip e Ciop di Pistoia vittime dei maltrattamenti da parte di maestre ed educatrici dell’asilo stesso. Attualmente l’Associazione
 ( www.laviadeicolori.org) è un punto di riferimento per chi necessita di un aiuto psicologico, sociale e legale e che malauguratamente si trova a dover affrontare le stesse tragiche situazioni che hanno dovuto affrontare in passato le stesse famiglie che hanno fondato “La Via dei Colori”.  L’orrore, la paura, lo sgomento, lo smarrimento, l’incredulità, la sofferenza, il desiderio di trasparenza e chiarezza e la tutela dei diritti delle famiglie e dei singoli componenti di essi, in particolare dei bambini, da sassi e macigni pesantissimi sono stati, non senza fatica e dolore, trasformati dai componenti delle famiglie de “La Via dei Colori” in mattoni che hanno costruito un ponte di aiuti concreti e tangibili, mattoni che hanno trasformato il dramma in pensieri colorati capaci di ridisegnare la  realtà dotandola di campanelli d’allarme per orientare i genitori nella scelta oculata dei servizi educativi a cui affidare la cura dei propri figli. Ringrazio Ilaria Maggi per aver accettato di prendere un caffè con Socrate e con Walt…
      Ilaria, la realtà dell’Associazione “La Via dei Colori” ha fatto grandi passi avanti dal momento della sua costituzione. Attualmente quali sono i servizi a disposizione per chi si rivolge a voi?
Grazie a te  di averci ospitato. Per noi è un onore. La Via dei Colori ad oggi si occupa di gestire da un punto di vista legale e psicologico-giuridico molti fra i casi più noti alla cronaca come, fra gli altri, Pistoia, Conselice, Vado Ligure, Chiavari, Grado, Barletta, Bisceglie e purtroppo anche una serie di casi in fase ancora di indagine.
Il nostro Comitato Scientifico composto da Avvocati, Psicologi, Pedagogisti e professionisti specializzati nel campo dei maltrattamenti in struttura, creano attualmente una rete solida in grado di agire su tutto il territorio nazionale. Quest’anno abbiamo inoltre potuto aprire, grazie all’enorme aiuto della Dott.sa Mancioli, il primo Sportello di accoglienza per famiglie coinvolte in maltrattamenti presunti o accertati, oltre che di prevenzione al BurnOut per gli operatori a rischio nel settore. Oltre allo Sportello Multidisciplinare che è un luogo fisico ad Empoli (Toscana), da meno di un mese è nato il nostro numero verde (800-98 48 71) al quale possono rivolgersi famiglie che vivono l’atroce dubbio o la certezza di maltrattamenti sui propri cari affidati a strutture, così come le figure professionali a rischio come insegnanti, infermieri o altro che si sentano a rischio burn out.
Sostanzialmente la nostra associazione si occupa di guidare le famiglie dal discernimento del dubbio all’eventuale denuncia, accompagnandole poi, qualora servisse, nel percorso complicato del POST-Trauma. Unitamente a questo stiamo studiando i casi attualmente in corso al fine di poter mettere a punto una strategia preventiva fattibile ed efficiente affinché fatti tremendi come quelli occorsi a noi, non possano ripetersi.

   Nonostante la capillare informazione dei media su eventi che vedono i bambini vittime dei maltrattamenti da parte degli educatori, la recente cronaca ci sottopone a notizie di violenze reiterate nel tempo proprio negli asili. Cosa ne pensa dell’installazione delle telecamere all’interno degli asili come misura di controllo e prevenzione del fenomeno stesso?
Quello delle telecamere è sempre un tasto dolente in quanto molto ampio ed insidioso. Facile sarebbe dire “si alle telecamere” ma la realtà è che la telecamera da sola può essere un deterrente per coloro che si fanno scrupoli a far del male, ma forse non sarebbe sufficiente, da sola, a prevenire il problema. Oltre a questo si aprono una serie di scenari sui quali chi dice “SI alle telecamere” non sempre si sofferma. Quali telecamere? Pagate da chi? Controllate da chi? Installate da chi? Web Cam che metterebbero a rischio la privacy di bimbi ed educatori, Telecamere a Circuito Chiuso che potrebbe essere manomesso da chi compie il reato o cos’altro?
Il fatto che il Garante della Privacy non abbia AD OGGI autorizzato ancora NESSUN sistema di videosorveglianza in NESSUN asilo/scuola, la dice lunga. Il problema è urgente e spinoso ma noi non stiamo fermi a guardare. Ecco perché La Via dei Colori da mesi sta lavorando ad un progetto molto ambizioso del quale speriamo di poter dare presto notizia e che speriamo possa davvero essere un aiuto concreto e percorribile per tutte quelle strutture che vogliano davvero PREVENIRE il più possibile situazioni potenzialmente pericolose. Siamo dell’idea che solo un controllo accurato a monte delle assunzioni, unito a controlli periodici ed a supporti formativi e di monitoraggio sull’intero personale possa, eventualmente unito all’uso di telecamere “sicure”, essere un concreto passo avanti verso la prevenzione.
Ovviamente provare a creare un sistema di prevenzione sicuro ed efficace è un investimento economico, emotivo e lavorativo enorme ed è per questo che La Via dei Colori, oltre a chiedere la collaborazione di tutti coloro che hanno a cuore la sicurezza dei propri cari all’interno delle strutture, sta stipulando collaborazioni con diverse Aziende sul territorio nazionale. Dall’unione d’intenti con alcuni imprenditori sensibili alla nostra mission è nato un Charity Shop (http://www.laviadeicolori.org/aiuta-e-sostieni/charityshop/) che raccoglie una serie di prodotti di vario genere creati appositamente in linea con la nostra filosofia “resiliente”. I prodotti contenuti all’interno del Charity Shop LVdC che si sta ingrandendo giorno dopo giorno, darà alle persone la possibilità di aiutare e sostenere la nostra associazione acquistando degli oggetti belli e colorati per i quali una del ricavato verrà devoluto per sostenere i progetti di prevenzione e cura. Abbiamo chiamato quest’operazione LVdC Style proprio per dire “NO ai maltrattamenti” col sorriso e col colore senza per forza riportare alla mente quelle tragiche immagini che ormai tutti ricordiamo a tristemente a memoria. E’ stupendo scoprire come collaborando tutti insieme, nessun sogno sembra più così irrealizzabile.

      Purtroppo sia personalmente che per il lavoro che svolge all’interno dell’Associazione, lei ha modo di venire a conoscenza di storie di maltrattamenti su minori. Si è fatta un’idea dei molestatori? E’ riuscita a tracciare un identikit comune, con tratti comuni, caratteristiche della personalità simili degli educatori/educatrici, delle maestre/maestri protagonisti di tali nefandezze?
Purtroppo al momento non pare esserci un vero e proprio “identikit” della “maestra cattiva” e sarebbe inopportuno e spregiudicato diffondere falsi allarmismi. Le maestre ed i maestri che finora si sono macchiati di questi orrendi reati ricoprono tutte le fasce d’età ed hanno caratteri distintivi vari.
Quello che però abbiamo notato è che invece il modo di reagire dei genitori è più o meno sempre lo stesso. Una parte agisce con determinazione chiedendo giustizia e denunciando, una parte segue le cose passivamente e non schierandosi, una parte immancabilmente (e questa è la cosa più dura da gestire), nega la realtà nonostante evidenti video, perizie e documentazioni minuziose. Spesso quest’ultima “fazione” si schiera contro i genitori denuncianti ed a favore delle maestre nonostante video espliciti o indagini accurate. Ovviamente questo è riconducibile ad una reazione psicologica ed involontaria ad uno shock enorme che accade in poche frazioni di secondo, quando un estraneo ti dice che tuo figlio è stato picchiato e l’unica cosa che vorresti fare, lo so per esperienza, sarebbe scappare col tuo piccolo in braccio, il più lontano possibile da quella realtà dolorosa ed inaccettabile. Da qui proprio il nostro quotidiano impegno nel sostegno psicologico, morale ed informativo nei confronti delle famiglie che, come accadde a noi nel 2009, vengono colpite da uno Tsunami improvviso che rade al suolo tutta la tua vita sbalzandoti in pochi secondi in un mondo che non conosci e che fa un’enorme paura. Informare, sostenere e condividere con gli altri sta permettendo piano piano a tutti di conoscere questo fenomeno urgente ed assolutamente non trascurabile.

Ringrazio moltissimo Ilaria Maggi per aver voluto condividere questa positiva esperienza dell’associazione “La Via dei Colori” ed invitiamo chiunque sia sensibile a questi temi a visitare il sito www.laviadeicolori.org ed a diffonderne le finalità. Ne ricaverà un grande esempio di umanità in grado di trasformare un’esperienza negativa in una mano tesa ad aiutare chi è in difficoltà. Grazie ancora e buon proseguimento a “La Via dei Colori”!




Una storia confusa


Questa settimana si comincia in compagnia di un buon caffè con...

Recensione de: "Una storia confusa" autore: Enrico Pentonieri -Europa Edizioni


Si dice che ogni “promessa è debito” ma quando la promessa a farla è un adolescente, e se la promessa è rivolta a se stessi, qualunque essa sia, allora questa diviene una catena che vincola, trattiene e talvolta imprigiona fino al punto da diventare l’unica cosa immobile in una realtà in continuo divenire.
Un ragazzo, due ragazzi, tre ragazzi, una ragazza, due ragazze, tre ragazze… adolescenti che preferiscono una birra al mattino al posto della classica bevanda da colazione, (quando e soprattutto il mattino rappresenta la fine della loro giornata) intimoriti dall’amore e dalle sue innumerevoli sfaccettature più di quanto possa intimorire un’interrogazione di matematica al liceo, belli e con tutta la vita davanti ma con un bagaglio di idee, paure, speranze, immaginazione e proiezione di se stessi nel futuro da costituirne già in pochi anni vissuti un bagaglio tanto forte e tanto pesante quanto forti e pesanti sono le emozioni con cui si affronta l’esistenza. Ragazzi che si barcamenano in un intreccio di passioni, storie, amicizie spezzate e ricostruite, amori dichiarati e latenti, che passano attraverso le emozioni e le vicende del protagonista, Andrea.
Un don Chisciotte della Mancia i cui mulini a vento hanno ceduto il posto alle lacrime di una ragazza, di una donna in divenire…un cavaliere d’altri tempi il cui istinto di protezione fa a cazzotti con quello di sopravvivenza,( quando non fa a cazzotti con qualcuno per davvero!), senza che ne abbia la benché minima consapevolezza, senza che abbia la consapevolezza che quelle risposte ricevute si trasformano in domande che lo costringono a crescere, perché in fondo quand’anche la paura delle responsabilità si fa sentire forte avanzando a piè sicuro, si ritroverà ad avere assunto la più grande responsabilità che un uomo possa assumersi, quella verso se stesso e le promesse fattesi.
Ed è allora che il ritmo, ansimante, irruente e galoppante della prima parte del romanzo lascia il posto ad una riflessione lenta, pacata, serena, riflessiva ma non priva di esilaranti quanto coinvolgenti colpi di scena che non permettono al lettore di tenere bassa l’attenzione fino ad accompagnarlo alla fine del romanzo con uno sguardo al passato pieno di tenera nostalgia, non tanto per ciò che si è vissuto, ma per il come lo si è vissuto…

L'autore

Enrico Pentonieri è nato a Napoli 1975. Da sempre appassionato di musica e instancabile scrittore, dopo il diploma scientifico coltiva una delle sue passioni: l’informatica. In questi anni ha avuto svariate esperienze lavorative come webmaster e tecnico informatico. Dal 2012 collabora con Partenopress, Una storia confusa è il suo primo romanzo.

Reperibile presso le librerie Feltrinelli
oppure online:


 Link per l'acquisto:

giovedì 23 ottobre 2014

Un caffè con...la Casa di U'

Napoli è una città la cui immagine, sotto la lente dei riflettori mediatici è focalizzata, amplificata  e diffusa spesso attraverso una luce non sempre gradevole e rassicurante. I fatti di cronaca dipingono quella Napoli che è ben lungi dalla calamita culturale, paesaggistica e artistica che invece rappresenta da millenni. Eppure, per fortuna direi, esiste un’altra Napoli, una città ricca di entusiasmo, fantasia, carica di iniziative originali e utili sia al singolo cittadino che alla comunità intera fino ad espandere i suoi benefici oltre i confini del mare e dell’imponente Vesuvio.
Nel quartiere collinare del Vomero nasce un locale che rende Napoli un ponte tra le culture del mondo, un collegamento, un abbraccio virtuale, caldo ed accogliente, in grado di  stabilire modi di comunicare, di intrattenere, di incontrarsi attraverso l’ausilio di antropologi, educatori, viaggiatori, filosofi, scrittori, giornalisti, esperti di marketing e comunicazione, case editrici che promuovono una cultura della conoscenza, dell’inclusione, dello scambio e dell’integrazione: Casa di U’!
Oggi incontro virtualmente gli organizzatori di questo innovativo progetto nella persona di Antonella Veltri che si occupa dell'accoglienza clienti e che risponde a qualche domanda.
1) Quale filosofia anima le attività proposte dalla Casa di U’?
R: Casa di U’ vuole essere un locale di intrattenimento a sfondo culturale serio, ma non serioso, rivolto a tipologie di persone diverse in base alla fascia oraria.

Insomma chi ha detto che non si possa unire l’utile al dilettevole? Chi di noi non pensa “mi piacerebbe fare qualcosa di diverso” e ogni volta deve cercare singole iniziative in luoghi diversi. Noi cerchiamo di riunirle a Casa di U’.
In molte
attività proponiamo il tema delle culture straniere, una specie di viaggio virtuale, un pretesto per viaggiare con la fantasia, come avviene nelle feste per i bambini dove offriamo ai genitori la possibilità di scegliere la festa a tema Svezia con lo spettacolo di Pippicalzelunghe o Inghillterra con Re Artù e così via.
2) Tra le innumerevoli ed interessanti iniziative proposte mi ha particolarmente incuriosito lo “psicoaperitivo”, di cosa si tratta?
R: Si tratta di momenti di socializzazione combinati alla logica degli incontri motivazionali. Ogni volta si affrontano argomenti di interesse comune. Un modo serio, ma appunto non serioso, per interagire con veri professionisti del settore, ma anche un modo per fare amicizia, trascorrere il tempo in modo diverso, mai banale.
3)Quali sono le tipologie di utenti a cui sono rivolte le iniziative della Casa di U’?
R: Inizialmente il pubblico erano i bambini. Oggi sono state sviluppate attività in modo da individuare diversi targets:
. le scuole elementari e materne, che portano in gita i bambini per attività ricreative a tema socio-culturale-giocoso e ricreativo.
. i bambini,  con laboratori di vario tipo e feste private.
. gli adulti, con aperitivi a sfondo culturale come lo psicoaperitivo, l’aperiwine

(degustazioni di vino con sommelier), l’aperivarte
 (aperitivo con esposizioni, guida del curatore, ecc ), le serate musicali a tema nazione e anche qui le feste private che possono essere scelte con il pacchetto base o con la riproposizione di uno di questi servizi di
intrattenimento offerti, ma in veste privata.
4) Fino ad ora quali riscontri ha avuto la Casa di U’ e come sono recepite le proposte avviate?
Abbiamo cambiato approccio solo da settembre. Ci sono tante cose che vorremmo fare e sviluppare, ovviamente ci vuole del tempo. L’interesse da parte del pubblico è decisamente buono.



Ringrazio gli organizzatori ed ideatori della “Casa di U’” ed in particolare ringrazio il modo entusiasmante e originale con cui l’idea viene portata avanti, testimonianza che “se puoi sognarlo, puoi farlo!”


Un caffè con...Non bull-ARTI di me!

Metti un gruppo di giovani appassionati e pieni di entusiasmo. Metti qualcuno che crede in questi giovani che hanno tanto da raccontare e da esprimere. Metti la volontà ferma di combattere la violenza tra pari facendo “affogare il male in un mare di bene” ed ecco che nasce il progetto “Non Bull-Arti di me” (www.nonbullartidime.com) realizzato nella città di Torino con il supporto finanziario dell’Agenzia Nazionale
Giovani nel programma Europeo Gioventù in Azione. Oggi incontriamo Ilaria, referente del gruppo giovani, e Edoardo, neo- peer educator del progetto, che hanno gentilmente accettato di prendere un caffè con Socrate e con Walt…

  1)  Il progetto nasce con lo scopo di combattere le nuove forme di violenza veicolate attraverso la rete. Cosa si intende per cyberbullismo?

R: Cyberbullismo è un neologismo che deriva dalle parole bullismo e cyber descrivendo un fenomeno nuovo, per alcuni un'evoluzione del classico bullismo, forma di prevaricazione esercitata in maniera continua fra pari ma in contesto di asimmetria di potere, per altri una fattispecie di violenza fra pari del tutto nuova. Ad una prima definizione sembrerebbe che la differenza sostanziale fra bullismo e cyberbullismo si situi nel mezzo attraverso il quale vengono inflitti dei danni, nel caso del cyberbullismo, infatti, non feriscono i pugni o gli insulti verbali ma si ferisce attraverso l'uso del computer e altri dispositivi elettronici. Questi mezzi di offesa, però,  mutano, di fatto le caratteristiche essenziali di questa forma di violenza fra pari, in primo luogo, infatti, rispetto al bullismo, il cyberbullismo può raggiungerti sempre e ovunque non dando alla vittima spazi di tregua, la presenza di uno schermo che divide la vittima dal bullo impedisce di vedere la sofferenza altrui e sviluppare empatia,  ugualmente basta cliccare un "mi piace" per aggregarsi al branco di bulli, in maniera spesso inconsapevole e deresponsabilizzata ("non ho fatto niente, ho solo condiviso una foto"), il cyberbullismo inoltre è molto più accessibile del bullismo classico, non è necessaria la presenza di un'asimmetria di potere, non bisogna essere i più forti o i più carismatici, basta avere una connessione internet, infine la viralità, l'atto di cyberbullismo non si limita a coloro che vi assistono, alle "voci" che i giorni dopo si diffondono nella scuola o nel gruppo sportivo, ma potenzialmente può diventare virale e raggiungere un infinito numero di persone, inoltre questa forma di violenza rimane nella rete, reiterando e "ricattando" il bullato potenzialmente per sempre. Infine vi è un cambiamento nella richiesta di aiuto, la violenza è un fenomeno già generalmente difficile da denunciare agli adulti, il cyberbullismo in questo senso è ancora più lontano dal mondo degli adulti che, considerato il gap generazionale, non sono effettivamente in grado di consigliare e aiutare i propri figli e nipoti che si relazionano con le nuove tecnologie.
2) La vostra azione per arginare i rischi verso i quali va incontro la nuova cyber generation contempla azioni preventive per limitare i danni del cyberbullismo.  Nel concreto quali mezzi utilizzate per diffondere una cultura dell’inclusione e della valorizzazione delle diversità?
R: Il nostro approccio non è tanto quello di fornire ai ragazzi che incontriamo delle informazioni tecniche, come si protegge la privacy o si blocca un contatto, l'utilità di questo genere di informazioni, infatti, passerebbe in fretta con il mutare velocissimo dei mezzi, specialmente i social network maggiormente utilizzati dai ragazzi e soggetti anch'essi a mode e aggiornamenti. Ciò che ci interessa è far crescere i ragazzi nelle proprie competenze sociali, nelle life skills, che non li abbandoneranno nella crescita, a prescindere dall'evoluzione dei social network e della pervasività del web. Fra queste ci interessa sviluppare l'investimento nelle relazioni positive, nella comprensione delle proprie e delle altrui emozioni, permettere ai ragazzi di ragionare su come ci comunichiamo agli altri e quanto sia parziale l'opinione che ci facciamo degli altri così come degli altri di noi, ragioniamo insieme sulla responsabilità individuale. Inoltre riteniamo in primo luogo che il cyberbullismo sia una forma di violenza, considerando, però, che la violenza ha tre gambe: la violenza diretta che è visibile e mostra immediatamente i suoi effetti, la violenza culturale che nutre e giustifica la violenza diretta, e la violenza strutturale che offre i presupposti appunto strutturali affinché la violenza diretta si reiteri. Nel caso del cyberbullismo, sono la discriminazione, il razzismo, l'omofobia, la definizione di "anormalità" e diversità che alimentano e giustificano le persecuzioni via internet, se si vuole quindi incidere sulla violenza diretta del cyberbullismo bisogna eliminarne le matrici culturali, per questo educare alla diversità e all'inclusione. Ugualmente si incide sulle cause strutturali, su un sistema sociale che criminalizza ed emargina i giovani, vietato giocare a pallone nei cortili, o li indirizza ad attività a pagamento che non tutte le famiglie possono permettersi o su cui hanno lungimiranza di investire, l'alternativa è la solitudine in casa o l'inattività e la noia per strada. Si invitano i giovani a riflettere sul tempo passato "connessi" e quello dedicato ad incontrare e chiacchierare con gli amici di persona.
Un altro elemento che ci caratterizza è la metodologia, boicottiamo la lezione frontale, perché è gerarchica, deresponsabilizzante e soprattutto io, animatore, educatore,  so già quel che penso ...mi piacerebbe sapere quello che provate e pensate voi! è un cambio di paradigma. Discutere di alcuni temi però richiede costruzione di fiducia e di un ambiente accogliente per questo ci piace costruire, una volta entrati nelle classi, un vero e proprio nuovo "patto formativo", spostiamo i banchi, impariamo i nomi degli studenti, interagiamo con un approccio alla pari e maieutico ( Socrate docet! n.d.r.) . Un altro elemento metodologico che caratterizza le nostre attività è l'utilizzo del gioco, il gioco non è affare da bambini, anzi! Il gioco è il laboratorio per eccellenza in cui esaminare ed osservare senza rischio dinamiche proprie della vita reale, sperimentare reazioni e controreazione per prepararsi poi ad agire al meglio quando una determinata situazione verrà incontrata nella vita. Infine la responsabilizzazione e l'attivazione in prima persona: abbiamo analizzato e discusso un problema che tocca bambini ed adolescenti in prima persona, un fenomeno che porta sofferenza, qualcosa che non ci può lasciare indifferenti, per questo invitiamo i ragazzi ad agire contro il cyberbullismo secondo i loro interessi e passioni: facendo video, manifesti, canzoni, creando attività educative per altri ragazzi come loro.
3)  Quale ritenete sia la valenza educativa dell’arte e della creatività?
L'arte ha nel nostro progetto il ruolo di volano di attivismo sociale. Non ci bastava "sensibilizzare" degli adolescenti, ci interessava molto di più che i giovani beneficiari non si sentissero "schiacciati" dal problema ma intravedessero gli spazi per attivarsi e contrastarlo, l'arte ha proprio questa funzione: permette ai giovani di esprimersi e veicolare, in un linguaggio comprensibile ai loro coetanei, dei messaggi educativi.
   4) Quale è il riscontro e l’impatto che sortite nel presentare i vostri progetti nelle scuole?
C'è interesse da parte delle scuole, il problema è percepito anche se spesso, benché in presenza di fenomeni molto gravi, assolutamente invisibile a genitori e insegnanti. La realtà virtuale è un mondo parallelo e assolutamente autentico per gli adolescenti e preadolescenti, all'interno dei quali si costruisce e si media una "reputazione" e una posizione sociale nel gruppo dei pari. I ragazzi, dal canto loro,  conoscono molto bene il problema e si confrontano alla pari con gli educatori, quali "esperti" in prima persona del tema. La metodologia partecipata e laboratoriale viene apprezzata, cattura l'attenzione e permette anche ai più timidi di esprimersi. Gli insegnanti hanno riscontrato al termine del percorso un miglioramento nelle relazioni in classe fra gli studenti. Abbiamo poi le "opere", ciò che gli studenti hanno voluto creare e produrre per denunciare il fenomeno del cyberbullismo e per educare altri a resistere a questa forma di violenza. Vi invitiamo a vederle sul nostro blog www.nonbullartidime.org!
    5) Qual è la filosofia che anima le vostre azioni?
In primo luogo, come si diceva, una visione olistica del fenomeno violento, va bene contrastare il fenomeno del cyberbullismo, che rappresenta, però, la punta dell'iceberg di una dinamica di violenza culturale e strutturale di discriminazione e prevaricazione più ampia sulla quale bisogna agire.
In secondo luogo cerchiamo di agire non solo sul bullo, punendolo o criminalizzandolo, né solo sulla vittima, vittimizzandola ulteriormente, ci interessa, al contrario, incidere sui gruppi responsabilizzando ciascuno membro a non rimanere massa grigia ma "alzarsi in piedi" contro ogni forma di violenza.
In terzo luogo l'approccio partecipativo, nelle attività ma anche nella stessa struttura del progetto educativo, al termine del quale sono i ragazzi stessi chiamati a mettere in gioco ciò che hanno imparato e la loro creatività per aiutare i propri coetanei.
Tutti questi aspetti rientrano in un'ottica più ampia di educazione alla pace ai principi della quale facciamo riferimento e crediamo fortemente. Cogliamo l'occasione per ringraziare il Centro Studi Sereno Regis www.serenoregis.org che ci ha permesso di formarci proprio in un'ottica di educazione alla pace e ci ha supportato in ogni fase della realizzazione di questo progetto.

Grazie a questi giovani che con entusiasmo, studio, impegno e preparazione forniscono un servizio utile e produttivo contro un fenomeno dilagante e deleterio, quale è il cyberbullismo. Buon proseguimento!