giovedì 25 settembre 2014

Un caffè con...Barbara De Santi!



Barbara De Santi ha partecipato al programma televisivo “Uomini e Donne, condotto da Maria De Filippi e che va in onda nella fascia pomeridiana su Canale 5. Il programma prevede la partecipazione di uomini e donne, giustappunto, single, che hanno lo scopo di conoscersi tra loro al fine di cominciare una storia d’amore che abbia come finale auspicabile il più bello di tutte le favole, ossia: “ e vissero felici e contenti…”. Ogni puntata è caratterizzata dalla narrazione dell’evolversi delle storie e dei percorsi di conoscenza tra i concorrenti che si scelgono magari dopo aver fatto piacevolmente un ballo assieme durante la puntata. La coppia che si forma o che si sta formando non è scevra di polemiche, critiche, segnalazioni da parte del pubblico da casa e di opinioni talvolta pungenti da parte dei concorrenti stessi che mettono in discussione la bontà della storia nascente o delle intenzioni di uno dei due protagonisti o anche talvolta di entrambi. Molte storie si sono coronate con un lieto fine, altre sono in via di definizione, altre ancora sono cominciate e terminate.  Ciò che colpisce è proprio il fatto che alcuni concorrenti, scremati quelli che vi partecipano per puro narcisismo o per motivi che esulano dallo scopo del programma stesso, è proprio il coinvolgimento totale e l’esposizione mediatica delle emozioni di cui i concorrenti sono fautori e che l’elemento “telecamere” o “televisione” diviene a lungo andare solo un accessorio, passando paradossalmente in secondo piano rispetto alla realtà vissuta e raccontata. Barbara De Santi ha appassionato il pubblico di “Uomini e donne” proprio per la veridicità delle sue storie, per la generosità con cui non ha risparmiato le proprie emozioni, lacrime, rabbia, gioia, entusiasmo, tristezza, dolore in cui si è reso ben visibile il fenomeno per cui la televisione non risulta che un mezzo che può creare dei ponti invisibili di scambi empatici tra chi ne usufruisce e chi la fa; Barbara ne incarna proprio un esempio palese a tal punto da essere stata così disponibile e gentile da aver accettato di “prendere un caffè” con Walt e Socrate al di qua dello schermo…

      1) Cosa spinge una donna come lei, indipendente, affascinante e intellettualmente brillante a partecipare ad un programma televisivo?
B: "Intellettualmente brillante è uno dei complimenti più graditi che io abbia mai ricevuto nella mia vita perché penso che la bella che non balla non serva a nulla, balla chi ha ha una mente, appunto, brillante, briosa, viva. Detto ciò, rispondo alla domanda. Il mio desiderio di partecipare ad un programma televisivo nasce innanzitutto da una voglia di riscatto nei confronti di una vita passata ai margini, una vita in cui mi sono sentita meno bella, meno capace, meno considerata degli altri. Penso siano lacune e piccoli complessi derivanti, probabilmente, dal tipo di educazione avuta in famiglia. Quindi, ora, avere la possibilità di essere al centro dell'attenzione, mi fa sentire finalmente qualcuno agli occhi di chi mi ha fatto sempre sentire nessuno, come dire: hai visto che nonostante tutto, io ci sono, sono amata da una buona fetta di pubblico, sono al centro e non più ai margini? Scegliendo, poi, come programma televisivo, "Uomini e Donne", altra motivazione importante è trovare la tanto ricercata anima gemella: in effetti per me è davvero un'impresa quasi impossibile, e continuo a confidare in questa trasmissione per trovare un amore che mi stia vicino per sempre." 

2) Cara Barbara, l’immagine che lei ha descritto di se stessa, spesso dipinta dalle sue stesse parole durante la trasmissione, è stata quella di donna fragile, spesso bisognosa di conferme e rassicurazioni. Eppure, ha saputo sempre affrontare con grande grinta, talvolta facendo prevalere l’aspetto razionale, altre volte quello emozionale, le critiche, gli attacchi, le aggressioni verbali, le insinuazioni…Ecco, quali sono stati i pensieri da cui ha tratto forza per controbattere e trovare sempre le parole per fronteggiare chi in quel momento la accusava consapevole di essere davanti a delle telecamere?
B: "Nel corso di questi tre anni ho pensato spesso di mollare, di alzare le mani al cielo ed arrendermi. Ma il calore delle persone che mi trasmettevano e continuano a trasmettermi on line, per strada, al supermercato e in ogni posto in cui io vado, mi ha dato la forza di andare avanti. Finalmente ho trovato una forma di amore, quello delle persone che mi seguono, che mi appaga, mi fa sentire importante, mi fa sentire bella e io ho bisogno di queste conferme. Altro mio punto di forza è la ricerca e difesa continua della verità, della lealtà, della sincerità: io con questi elementi in tasca posso camminare orgogliosa  a testa alta, posso guardare la lucina della telecamera e essere fiera di quel che sono perché faccio e vivo nella stessa identica maniera fuori e dentro la trasmissione. Io non sono fuori programma "persona" e dentro il programma "personaggio", io sono sempre Barbara, persona vera fino a stare male. "
3) Barbara, una volta conclusasi la puntata, rivedendosi in televisione, quindi passando dal ruolo di “attore” a “spettatore”,  ha rilevato  qualche discrepanza o anche una semplice differenza tra l’immagine che lei ha di se stessa e quella che viene filtrata attraverso l’obbiettivo della telecamera?
B: "Certo, vedo un'enorme differenza. Chi è quella persona dello schermo sempre arrabbiata, sempre sulla difensiva, petulante e talvolta antipatica? No di certo Barbara che sta a casa, puntigliosa sì, ma divertente, ironica, autoironica, solare e mooolto simpatica."
4)La trasparenza con cui ha comunicato le sue emozioni ed il vissuto dei momenti condivisi nel programma ha fatto ben trapelare l’onestà intellettuale con cui esprime giudizi verso se stessa e verso gli altri, in poche parole è una persona che non sa dire bugie né a se stessa né agli altri. Il sano realismo che la contraddistingue sembrerebbe aver vinto le barriere televisive a tal punto da vestirsi di coraggio, perché ci vuole molto coraggio a diventare un personaggio pubblico mantenendo nel tempo la propria identità. Cosa è sostanzialmente cambiato nella sua vita durante e dopo la partecipazione a questo programma?

B: "Non avevo ancora letto questa domanda e vedo che inizia con una sorta di descrizione della mia persona, di delineazione delle principali e inequivocabili caratteristiche che mi appartengono, caratteristiche che, guarda caso, avevo già enunciato nelle risposte precedenti.

Fondamentalmente, nel concreto, nella vita lavorativa e non, quotidiana, non è cambiato assolutamente nulla. Ma importante è il cambiamento nel mio mondo interiore, la mia autostima, per esempio, che prima era veramente al livello di minimo sindacale, ora è invece maggiore, mi sento più sicura e mi sento, sarò ripetitiva, considerata, voluta, desiderata. "


5) Il fatto che altri ( ammiratori, compagni dell’avventura televisiva, fans) riconoscano in lei delle qualità o semplicemente esprimano simpatia verso il suo percorso televisivo, può, secondo lei, accrescere l’autostima operando significativi cambiamenti al proprio modo di essere? 

B: "Di nuovo ho anticipato contenuti della domanda successiva. Ho già detto che la mia autostima è cresciuta, sono più convinta di piacere e di essere desiderata, dai bimbi agli adulti senza distinzione di sesso. Nonostante ciò io rimango sempre una persona che "vola basso", che non si monta la testa, che sa che nella vita deve sempre impegnarsi per guadagnarsi la stima, l'amicizia, la simpatia altrui e per avere successo nelle piccole e grandi cose della vita. "


Ringrazio moltissimo Barbara De Santi per aver voluto prendere un caffè con Socrate ed uno con Walt, innanzitutto per la disponibilità, per la gentilezza e per l’accuratezza con cui ha risposto alle domande, e poi per aver fatto luce su aspetti e dinamiche psicologiche ed emotive che molto spesso vengono offuscate dai riflettori televisivi, e che invece rivelano una umanità profonda e tangibile, una umanità che risplende di tutte le sfaccettature di cui è composta e della quale  la televisione non è che diffusore, un faro che non si teme quando ciò che riflette è l’autenticità, seppure nelle proprie insicurezze e mille contraddizioni! Barbara De Santi, inoltre, ha fatto luce su un altro aspetto della televisione conferendole  un valore aggiunto  sfruttandola come momento di maturazione personale e crescita anche interiore, nella consapevolezza di trovarsi davanti un mezzo appunto da usare e non dal quale essere usati, perché come diceva il filosofo Kant “l’uomo è sempre fine e mai mezzo”. Grazie ancora Barbara con l’augurio che possa continuare il tuo cammino con la stessa veridicità e consapevolezza di oggi!





martedì 16 settembre 2014

Le trappole del litigio.

Le parole hanno un potere immenso su di noi, sulle nostre emozioni e sui nostri comportamenti. Le parole sono generate da pensieri e generano, a loro volta,  pensieri che influenzano e guidano le nostre azioni.Scegliere bene e con cura le parole da utilizzare, soprattutto se vengono usate con veèmenza durante una discussione accesa o un litigio, è molto utile per spogliare il confronto da tutto ciò che è superfluo e per mirare dritti al cuore della discussione. Tra adulti, tra marito e moglie, tra amici, tra genitori e figli, durante una discussione, si commettono numerosi errori che spesso fanno dimenticare l'origine vera del confronto e non fanno altro che mettere altre carne al fuoco. Ecco di seguito un elenco in cui è possibile individuare le trappole in cui un litigio da costruttivo può degenerare in distruttivo.
1) Non usare il "TU sei" come accusatorio. Ad esempio se nostro figlio passa ore ed ore davanti alla televisione, nel momento di correggerlo è deleterio dirgli "TU sei un pigro debosciato" oppure "TU sei un nullafacente". In questo modo non si fa altro che irritare l'interlocutore istigandolo ad un atteggiamento di difesa piuttosto che di ascolto. Dirgli " Questo atteggiamento che stai assumendo non è positivo, perchè non cerchiamo di rivedere la situazione assieme?" sposta l'attenzione dal "TU" accusatorio all'"ATTEGGIAMENTO" sbagliato che invece può essere corretto con la buona volontà.In questo modo si diventa complici nel combattere una "cosa esterna" all'essenza delle persone coinvolte, che non sentendosi in difetto, presteranno maggiore attenzione alla critica.
2) Non umiliare, denigrare o accusare l'interlocutore in presenza di altri a meno che non sia strettamente necessario(in caso di serio e vero pericolo per la propria incolumità). Dire frasi del tipo "Sei la solita" "Non capisci nulla" e mentre lo si dice cercare l'approvazione di terzi è un modo per innalzare un muro per una corretta comunicazione e un civile confronto. Se proprio scatta la miccia del litigio in presenza di altri e se ne vale davvero la pena, sarebbe bene aspettare di essere vis à vis per chiarire e litigare costruttivamente e per evitare che il litigio si svuoti della sua valenza come confronto e diventi uno spettacolo sterile in cui vince chi riceve maggiori "applausi".
3) Evitare di pronunciare frasi con "SEMPRE" e "MAI" perchè il sempre ed il mai precludono ogni possibilità di venirsi incontro, è una sentenza emessa, una condanna senza diritto di replica.In queste due parole sono implicati il passato ed il futuro.Con il sempre è come se si veicolasse il messaggio che gli errori commessi in passato si ripetono inesorabilmente e con il mai si tagliano le gambe a qualsiasi possibilità di rimedio, cambiamento, possibilità futura. 
Poichè spesso durante il litigio si è accecati letteralmente dalle emozioni che ne conseguono o che ne sono all'origine, è bene soffermarsi a riflettere su queste trappole in momenti di totale calma, abituando così il cervello e la nostra volontà a prendere in considerazione il valore delle parole che spesso pronunciamo senza davvero soppesare e che invece potrebbero assumere un valore straordinariamente potente per chi le ascolta. Esercitarsi quotidianamente ad usare con discernimento le parole può essere una buona abitudine da prendere per affrontare qualsiasi tipo di confronto, un modo per non "inquinare" la comunicazione e un modo per fare in modo che le parole siano quanto più vicine a quello che vogliamo davvero esprimere.

lunedì 15 settembre 2014

"Un caffè con...Vladimir Luxuria"

( Intervista dell'11 giugno 2012) 
Ho sempre provato grande ammirazione, sin dall’età adolescenziale, per chi ha il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri, per chi affronta, non senza difficoltà e sofferenza, la paura di non essere approvato, di non piacere, di rimanere solo, di essere emarginato esclusivamente perché compie scelte che non rientrano negli schemi della ordinaria “normalità”, per chi ascolta il bisogno di esprimere se stesso piuttosto che il bisogno di approvazione da parte degli altri. E’ per questo motivo che ho voluto intervistare Vladimir Luxuria  nella rubrica "Un caffè con..."perché ho sempre pensato che per essere una persona quale è, al di là del personaggio pubblico e spesso “stravagante”, sia ammirevole la sobrietà e la serietà con cui affronta temi molto vicini a quelli che affrontiamo tutti noi in un’età, quella adolescenziale, in cui cominciano a tratteggiarsi in maniera visibile i lineamenti della propria identità. Non mi riferisco solo ed esclusivamente all’orientamento sessuale, perché l’affettività, la scoperta dei propri talenti, la scoperta dei propri limiti e delle proprie potenzialità rappresentano comunque un percorso meraviglioso quanto doloroso per tutti, e se un adolescente non trova un terreno fertile intorno, capace di “tirare fuori” il mondo ingarbugliato che ha dentro, rischia di allontanarsi da se stesso e di intraprendere strade che non gli si confanno. Una voce fuori dal coro, quella di Vladimir Luxuria, che conosce bene e a fondo, in prima persona, le vie impervie della personalità in divenire, e che ha avuto il coraggio di fare diventare realtà quello che per molti rappresenta un’utopia: l’essere se stessi fino in fondo e nonostante tutto. Ringrazio vivamente Vladimir  Luxuria per la disponibilità e l’immediatezza con cui mi ha voluto concedere questa intervista e per il tempo speso nello scambio di e-mail per questo incontro virtuale su temi quanto mai reali. Grazie! 
Intervista a Vladimir Luxuria


 L'età adolescenziale, si sa, è una fucina di emozioni, sensazioni, paure, scoperte...quando anche tu hai vissuto questa età come scoperta di te stessa e del mondo, cosa ti avrebbe aiutato a "venir fuori?"
Vladimir: "Un'adolescenza piena di contrasti la mia, tra la gioia di voler vivere e a volte la paura di vivere. Le prime domande e i primi turbamenti: chi sono? perché sono diversa dai miei amichetti e dai miei cuginetti? Perché mi piace fare le cose che fanno le femminucce? Piangevo seduta sola in cameretta a tormentarmi, a ricordare quello che  mi diceva il mondo: quelli come te sono sbagliati, sei un errore della natura. Per fortuna amavo la mia cagnolina , Dolly, che mi guardava con i suoi occhi affettuosi, perché i cani sono esseri superiori a certe persone e ti amano indipendentemente dalla tua sessualità. Poi ho preso forza e sono sopravvissuta. E ho scoperto di far parte integrante della natura, bella perché bio-diversa e imprevedibile."


I genitori spesso per cultura, per inesperienza o per mancanza di tempo non sempre aiutano i figli nella scoperta e costruzione della propria identità. C'è qualche suggerimento che ti senti di dare loro nel ruolo di guida per i propri figli?
Vladimir: "Forse di dare più retta al cuore dei propri figli e meno a quello che dice la gente impicciona, cattiva ed egoista. A considerare i figli non come una proiezione delle proprie aspettative o realizzazione di obiettivi non raggiunti in prima persona. Il figlio non è un burattino da manovrare ma una splendida persona dotata di autonomia e cervello proprio."



 I modelli, gli esempi sono fondamentali per gli adolescenti, hai qualche riferimento positivo, esterno alla famiglia, che ti senti di suggerire quando un adolescente è lasciato a se stesso nella scoperta della propria affettività ? 
 Vladimir:"Il volontariato. Conoscere quelle tante persone in Italia che senza riflettori addosso né interessi personali si dedicano alla cura degli altri."




martedì 9 settembre 2014

Il mobbing in casa propria. Analisi di un fenomeno nascosto.

Negli ultimi decenni si sente parlare molto di mobbing , soprattutto in ambito lavorativo. Ma il mobbing ha un'accezione anche in ambito familiare. In alcune famiglie (fortunatamente il fenomeno riguarda solo una piccola percentuale di esse), questo tipo di mobbing non è di facile individuazione. Molto dipende dalla classe sociale a cui la famiglia appartiene, dal grado di istruzione dei genitori, dall'importanza anche che la singola famiglia intende dare all'immagine di sè all'esterno, dal tipo di contesto sociale nel quale sono inserite. Quasi sempre quando ci si riferisce al mobbing in famiglia si parla di un certo tipo di violenza, implicita od esplicita, che il coniuge, e questo accade sovente in fase di separazione, esercita nei confronti dell'altro in presenza dei figli. Il mobbing familiare di cui voglio parlare, invece, è quello che, a volte inconsciamente, si esercita nei confronti di uno dei figli, coinvolgendo l'intero gruppo familiare e facendo assurgere al figlio "preso di mira" l'infausto ruolo di pecora nera. Il mobbing si esplicita attraverso prese in giro ripetute, di svilimento delle capacità, di denigrazione continua, di soffocamento dei desideri e dell'espressione dell'unicità del figlio che inconsciamente e involontariamente ne diviene un "capro espiatorio". Atteggiamenti che invece di incentivare i talenti dei figli, ne negano l'esistenza, tendendo a sminuirli in tutti i frangenti, e cosa che accade, a mio parere gravissima, spesso anche in presenza di persone non appartenenti all'ambito familiare, estranei,  e venendo meno come supporto genitoriale che incoraggia, supporta, rimprovera avendo un progetto educativo ben preciso, generano nel "mobbizzato" diverse reazioni di sconfitta, solitudine, sfiducia nelle proprie capacità, danni nella costruzione della propria autostima e definizione della propria identità. L'immagine in costruzione dell'adolescente ne risente nelle corde più profonde, proprio perchè è un'immagine in divenire in cui gli occhi con cui viene visto dai familiari assumono un ruolo di fondamentale importanza. Una delle reazioni più comune è il desiderio di sparire, di nascondersi. La vittima avverte che la propria presenza è in qualche modo "stonata", ossia non è in sintonia, non trova una felice collocazione nella propria famiglia e genera anche sentimenti di forte inadeguatezza nei confronti del gruppo familiare e questo soprattutto in età adolescenziale, quando i ragazzi stanno per spiccare il volo, ma con uno sguardo continuamente rivolto verso il nido per prendere coraggio e forza nell'affrontare il mondo, questo sconosciuto. In questa fase la presenza della famiglia, non solo fisicamente, ma pedagogicamente è fondamentale. Di solito viene mobbizzato il diverso, quello che si distingue dagli schemi adottati nel gruppo di appartenenza. Non necessariamente ha un comportamento obiettivamente eccentrico od estroso, ma tale appare agli occhi dei familiari che, vedendo i propri schemi infranti, gli attribuiscono quel senso di estraneità, che accompagnerà il mobbizzato molto a lungo,o almeno fino a quando non avrà maturato una sorta di sano distacco da quel nucleo familiare "viziato"; distacco che spesso richiede l'ausilio di esperti e professionisti in ambito psicologico.
Tra l'altro, per l'adolescente è difficile prendere coscienza di ciò che sta accadendo in famiglia, vuoi perchè la famiglia è immatura, vuoi per mancanza di basi solide valoriali, vuoi per mancanza di cultura, per cui, molto difficilmente il mobbizzato in famiglia riuscirà ad avere con chiarezza e lucidità il quadro della situazione. Per questo motivo è necessario che in primis i genitori  qualora avessero avvisaglie su una reazione di nascondimento del proprio figlio, avviino un'attenta analisi, si mettano in discussione, si interroghino sulla qualità e sulle modalità con cui si esplicitano i propri atteggiamenti nei confronti dello stesso, per estirpare qualsiasi comportamento che possa in qualche modo soffocare l'unicità delle singole persone.
Ed ecco un elenco di campanelli di allarme che possono emergere in famiglia,  la cui causa non è necessariamente da attribuire al carattere delle persone bensì ai comportamenti ed agli atteggiamenti che noi stessi   rivolgiamo nei confronti di quella persona ( nostro/a figlio/a) danneggiandola talvolta inconsapevolemente.
1) Nostro/a figlio/a si chiude in se stesso, non parla o al contrario fa di tutto per attirare la nostra attenzione
Quando incomincia a parlare lo ascoltiamo o lo interrompiamo magari prendendolo in giro?
Ascoltiamo nostro figlio, non solo con le orecchie, ma con l'intera persona, con il nostro corpo, annuendo, guardandolo, dedicando un pò del nostro tempo seduti accanto a lui, in uno spazio che favorisca il confronto e l'emergere di emozioni?
2) Quando propone qualche attività che coinvolge tutta la famiglia...
Lo ascoltiamo con interesse e valutiamo la sua proposta, o bocciamo subito la proposta con epiteti poco gradevoli e magari in futuro se la stessa attività viene proposta da un altro familiare la accogliamo senza esitazioni?
3) Se nostro figlio porta un brutto voto a casa, litiga con un amico, perde qualcosa...
Lo redarguiamo con amorevolezza o il nostro rimprovero è accompagnato da frasi del tipo "non capisci mai nulla" " non ne fai una buona" " sei sempre il solito" " meglio stare alla larga da te" " combini solo guai"...


Ecco, questi vogliono essere solo piccoli spunti di riflessione per soffermarci sui nostri comportamenti nei confronti dei familiari...la famiglia è un micro-sistema all'interno del quale si forma la nostra prima immagine di persone adulte, e per questo è di fondamentale importanza che l'ambiente non sia solo naturalmente affettivo, ma ci si impegni affinchè ciascun membro della famiglia trovi il suo giusto spazio per essere pienamente persona perchè l'amore se non è accompagnato dall'ascolto attivo, da una preparazione al ruolo genitoriale, da un interesse pedagogico, da solo non basta.

domenica 7 settembre 2014

Ero massone

La copertina del libro, Croce di legno, Rosario e ferma-soldi
con il simbolo del compasso, G,lettera che indica il grande architetto
dell'universo, stella a 5 punte, foglie di acacia, tutti simboli
della massoneria.
"Ero Massone" di Maurice Caillet, non è solo la storia di una conversione ma è un obbiettivo focalizzato sui meccanismi psicologici invisibili in grado di creare delle catene mentali difficili da slegare, da cui è difficile liberarsi, che caratterizzano certi gruppi chiusi, le sette, i circoli, le varie compagnie che fagocitano la persona trasformandola in burattino. Un pò il percorso inverso della favola di Pinocchio, che da burattino di legno, dopo un cammino che lo vede scontrarsi con i suoi limiti oggettivi, con le sue miserie e le sue paure, diventa uomo. Ma l'uomo se è tale nasce già con una caratteristica imprescindibile ed inalienabile: la libertà. Quella stessa libertà di pensiero, parola, azione che Caillet aveva perso non appena ha tentato di allontanarsi dalla Massoneria, quella stessa libertà oggetto di ricatto morale da parte dei suoi "fratelli" che lo hanno condannato ad una morte civile e sociale non appena ha scelto di dare spazio alla sua fede cattolica. L'incontro con Gesù non solo ha apportato dei significativi cambiamenti materiali e tangibili nella sua vita, ma gli ha restituito quella forza capace di spezzare le catene attraverso cui veniva subdolamente ed artificiosamente orientato, controllato, indirizzato ad agire in virtù di principi che andavano contro l'uomo, contro la vita, a cominciare dagli innumerevoli aborti da lui stesso provocati, essendo medico, che lo avevano anestetizzato, abbagliato da una logica perversa di progresso e di evoluzione. Il messaggio finale che ho potuto recepire è che la libertà se è conquista non è mai vera libertà. Perchè la libertà è il punto di partenza nella vita di un essere umano, non oggetto di ricatto nè punto di arrivo. La libertà non pone condizionamenti: sei libero solo se agisci così, sei libero solo se...L'uomo è libero. Punto. E' anche libero di rendersi schiavo di un sistema ben strutturato capace di annientare la singola coscienza in virtù di una coscienza universale. Il messaggio di Gesù è l'opposto, ossia non può esserci una coscienza universale se prima non si ha ben definita una coscienza individuale. In fondo delle nostre azioni, dei nostri pensieri e dei nostri propositi risponderemo in prima persona quando ci si chiederà il resoconto finale. E lì non ci saranno "fratelli" che tengano. Buona lettura!

venerdì 5 settembre 2014

La libertà del limite.

La vignetta è stata tratta dal Blog: Tersite Paranoia









Parto citando una frase della scrittrice Angela Pellicciari “la negazione del limite e della legge naturale porta inevitabilmente con sé la distruzione di tutto ciò che è umano. " Fonte
a cominciare dal nostro cuore, aggiungerei, per una riflessione che prende forma come un flusso di coscienza, uno spunto per soffermarci sulla parola “limite” e “distruzione”…
Negare il limite non significa superare il limite con le proprie forze. Se si supera e si riesce a scavalcarlo vuol dire che non era un limite, ma una sfida, uno step, un gradino che potevamo benissimo oltrepassare.
Negare il limite significa non riconoscere la nostra umanità, i dolori e le sofferenze che ne sono peculiari, negare il limite vuol dire chiudere gli occhi, eliminare il problema.
Negare il limite significa morire prima che gli occhi si chiudano. Arrendersi in partenza. Attraversare un percorso frustrante e utopistico. Negare il limite vuol dire morire.
Negare il limite vuol dire non riconoscere la propria unicità ed irripetibilità, vuol dire omologazione, conformismo, uguaglianza che è sinonimo di appiattimento.
Negare il limite vuol dire non riconoscere i propri talenti, volerne altri lontani dalla propria indole, inclinazione.
Negare il limite vuol dire non accettarsi.
Negare il limite vuol dire non riconoscersi.
Negare il limite significa sentirsi onnipotenti.
Negare il limite significa non avere regole, non sopportare regole.
Negare il limite significa "ipertrofizzare" l’ego.
Negare il limite significa dare spazio alla paranoia.
Negare il limite significa negare una condizione, quella dell’umanità tutta, che conduce alla morte, negando la quale si nega la vita.
Negare il limite significa che la libertà ed i desideri me li compro con i soldi.
Negare il limite significa delegare alle cose la costruzione della mia felicità.
Negare il limite significa inseguire i miei sogni anche se questo non hanno nessuna attinenza con la realtà.
Tutte le volte che nego il mio limite, i limiti della condizione di essere umano rischio di sbattere la testa contro il muro, allora due sono le cose: o me la rompo, o mi provoca un tale stordimento da ridestare la coscienza ed aprire con coraggio ed audacia gli occhi per affrontare la realtà. Qualsiasi essa sia.
Leggendo La Repubblica di Platone, La città del sole di Campanella, e vedendo i cartoni con i miei figli, come per esempio Peter Pan, mi sovviene che nella mente dell’uomo è possibile costruire Stati perfetti, immaginare ideali di rispetto e amore ineccepibili, vagare con la mente superando i limiti spazio-temporali, ma tutte queste coloratissime sfaccettature di mondi fantastici non hanno avuto e non hanno successo perché pur mettendo l’uomo al centro non partono da esso. E’ un po’ come capita quando sono impegnata nella mia attività di sostegno nella scuola. Se pongo al mio allievo che presenta delle limitazioni intellettive o fisiche gli stessi obiettivi che deve raggiungere l’intera classe composta da persone che quegli stessi problemi non ne hanno, ho perso in partenza. L’obiettivo da raggiungere deve essere tarato sulle proprie potenzialità. Questo in verità, credo sia una cosa che debba essere fatta per tutti.
Ecco, allo stesso modo, sul fronte scientifico, politico, sociale, si dovrebbe partire da quello che si ha, dal “materiale” a disposizione per costruire. Ed invece sembra che anche la legge naturale debba essere superata.
La riflessione è su cosa è umano e su cosa non lo è…io personalmente credo che qualsiasi pensiero di distruzione non sia mai umano…





giovedì 4 settembre 2014

L'Idea Creativa: le collane "favolose"!

Qualche giorno fa mi è capitato di acquistare un braccialetto molto affascinante, sia per la storia che racconta, che per la funzione: ogni grano è messo in fila cronologicamente seguendo il percorso della storia. Il braccialetto in questione è chiamato " La storia più bella del mondo" che narra la storia di Gesù attribuendo ad ogni grano o charm un significato. Così mi è balenata l'idea di costruire una collana che potesse narrare una favola. Una collana che potrebbe avere molteplici funzioni...per esempio, oltre che indossare la propria favola preferita
( sono certa che le bambine ne andrebbero pazze!) potrebbe essere uno strumento-gioco per favorire la memorizzazione delle stesse. Si fornisce un libretto che narra la favola passo per passo, si mettono a disposizione perline, strass, ciondoli, e si monta la collana costruendola sulle tappe della storia che si vuole rappresentare. Un modo per esercitare la memoria legando ad ogni grano un significato, un pò come si fa con la tecnica delle libere associazioni, in modo che la memoria visiva si leghi ad un oggetto concreto che ogni volta che lo si tocca o lo si indica riporta alla mente il significato attribuitogli al momento della costruzione. Oppure potrebbe essere usato dalle mamme e dalle nonne che narrano la fiaba...scorrendo ogni grano non si rischia di dimenticare qualche pezzo, come spesso accade ritrovandosi a raccontare la stessa fiaba con mille sfaccettature diverse! Si attribuiscono anche ai colori innumerevoli significati e può essere anche un buon modo per intrattenere le bambine in un pomeriggio in casa stimolando la loro fantasia. Nulla impedisce poi di inventare storie, dando sfogo alla propria creatività. A me è venuto in mente di creare una collana sulla storia della "Bella Addormentata nel bosco", probabilmente l'ultimo film Disney visto, Maleficent, mi ha fornito spunti per la favola che sto per raccontare....

La Bella Addormentata nel bosco
C'era una volta in un bosco meraviglioso
 ( perla azzurra come il cielo, charm con un uccellino su di un ramo) , un castello magnifico ( perla di legno ) in cui nacque una deliziosa principessa
 ( charm principessa). Il giorno del suo battesimo ( perla bianca) la madrina cattiva
 ( perla nera) ebbe la notizia della sua nascita
 ( charm lettera postale) e così le mandò una maledizione ( perla nera) ossia che allo scoccare ( charm orologio) del sedicesimo compleanno ( sedici perline verdi) la bella principessa si sarebbe punta con un ago
 ( charm macchina da cucire) e sarebbe caduta in un sonno profondo ( perla nera) e purtroppo la profezia si avverò fino a quando non arrivò un bel principe vestito d'azzurro ( perla azzurra) che con un bacio ( perla rossa) risvegliò la principessa, che aperti gli occhi ( rosa bianca) se ne innamorò a tal punto che si sposarono
  ( charm maschio e femmina mano nella mano) e vissero per sempre felici e contenti ( perlina rossa) .

La Bella Addormentata nel Bosco

Biancaneve ed i sette nani

Gli charms utilizzati per la collana "Biancaneve ed i sette nani"
L'orologio del "c'era una volta", la principessa Biancaneve, l'omino cacciatore, la casetta dei nani, la mela, maschietto e femminuccia che si tengono x mano del "E vissero felici e contenti", il cuoricino che torna a battere dopo il bacio del principe Azzurro, e la missiva come notizia che arriva alla regina che Biancaneve è' ancora viva.
Per visualizzare le altre creazioni clicca QUI

lunedì 1 settembre 2014

Caro Saviano, siamo tutti "fratelli" senza padri nè madri?

Questa è la foto  utilizzata senza il permesso
 di Oliviero Toscani,
autore della stessa, per
propaganda politica.






















E' polemica sui media. A cominciare dalla "rivolta" di Oliviero Toscani che si è visto affibbiare su una foto da lui scattata un messaggio diametralmente opposto a quanto da lui propagandato: ossia che un bambino è il frutto della volontà di due esseri umani di fabbricarlo, che siano due uomini o due donne o un uomo e una donna, non ha importanza. Stesso piglio risentito dalla penna di Roberto Saviano che così su Facebook commenta la notizia "Quando venne introdotta la pillola anticoncezionale, una parte di mondo tuonò che non si sarebbero fatti più figli e che tutto sarebbe finito in una sorta d'estinzione. Quando arrivò la legge sull’aborto, fu ribadita la medesima fobia. Il divorzio, invece, per molti avrebbe distrutto ogni famiglia esistente. Come se figli e famiglia fossero possibili solo laddove scelti dal caso e regolamentati (o costretti) dalla legge e non decisi dalla volontà. Ora la stessa reazionaria miopia si scaglia contro le famiglie gay e le adozioni. Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha sentenziato che una bimba di 5 anni, che vive insieme a una coppia di donne regolarmente sposate all'estero e conviventi da circa 10 anni, potrà essere adottata dalla compagna della madre biologica. È il primo caso italiano di «stepchild adoption», ovvero l’adozione del figlio naturale o legittimo del partner, se non esiste un altro genitore che lo abbia riconosciuto.
I tribunali sostituiscono ormai la lentezza politica e l’inadeguatezza dei legislatori. Nuove ipotesi d’amore familiare non possono essere frenate da bigottismo e paura. Preferire che bambini non abbiano una famiglia, perché l’unica legittima sarebbe una famiglia tradizionale, è una barbarie. Considerare solo la famiglia “tradizionale” come “naturale” è una barbarie. Infelicità e contraddizioni possono accadere, e di fatto accadono, anche in famiglie tradizionali. La famiglia gay non è migliore, è un’altra declinazione possibile dell’amore e della famiglia.Esiste uno studio fatto in Australia, il più importante realizzato sino ad orahttp://www.ilpost.it/2014/07/08/figli-coppie-omosessuali-studio-australia/ che mostra come i figli e le figlie di genitori dello stesso sesso abbiano salute e benessere maggiori rispetto alla media dei loro coetanei. Va tenuto conto che lo studio si basa sull’osservazione di 500 bambini/ragazzi tra zero e diciassette anni e l’indagine si è focalizzata sulle coppie dello stesso sesso inserite in un preciso contesto sociale, culturale ed economico.
Mi sembra un buon inizio, per sperare in nuove forme d’amore e nuove declinazioni del concetto di famiglia. Rispetto chi non vuole abortire, rispetto chi non sceglierebbe l’eutanasia, rispetto chi crede nella famiglia tradizionale, che le loro scelte, però, non impediscano ad altri di poter accedere invece a un diritto."

Caro Roberto,
il punto non è la possibile "sorta d'estinzione" o la "distruzione della famiglia", che sono punti che preoccupano solo chi è orientato ad una politica " di massa", politiche che sono orientate al materialismo del controllo e alla filosofia del super-uomo . Secondo il mio punto di vista il punto è ledere un diritto fondamentale naturale di un bambino ad avere una mamma ed un papà. Rubare al bambino, sottraendogli il diritto di avere una mamma ed un papà è secondo me un crimine. Il ruolo della mamma e del papà sono insostituibili e sono interscambiabili solo da un punto di vista materiale. Lo sa bene chi ha dovuto fare i conti con l'assenza di uno dei due, la cui assenza si amplifica quando non può nemmeno essere riempita da un ricordo. E questo è un dato di fatto. Privare a priori un essere umano della presenza di entrambi i genitori mi sembra davvero crudele ed arbitrario, mi sembra più una risposta ad un proprio bisogno di essere genitori che alla risposta vocazionale di essere genitori che accolgono e non fabbricano un bambino. E' evidente che un bambino possa crescere in una comunità di persone anche senza le due figure genitoriali. La domanda è : perchè voler snaturare il ruolo unico ed irripetibile di mamma e papà quando ognuno di noi nel profondo sa benissimo che la loro presenza, come la loro assenza incide profondamente nel cammino della nostra personalità?Paradossalmente, e parlo per esperienza diretta, quando un padre ed una madre sono assenti nella vita di un figlio ne è cmq presente la loro idea, un pensiero che li evoca, una presenza invisibile e intangibile ma che è davvero difficile sostituire. Una nostalgia che crea un vuoto talvolta incolmabile. Rinunciare deliberatamente per conto di un altro essere umano a questa unicità ed irripetibilità , oltre che dannoso per il figlio che si accoglie è svilente per se stessi, perchè negare le differenze vuol dire negare la propria unicità. Ah, e cmq, quando due persone fanno l'amore o si uniscono sessualmente non è un caso se da questa unione nasca un bambino e nemmeno basta la volontà, quanti casi di coppie sterili contro volontà possiamo purtroppo annoverare. L'Amore non basta e non credo sia l'amore che sia messo in discussione, quanto invece proprio la mancanza. Qui non si tratta d'amore, anche perchè lo Stato come le leggi non regolamentano le questioni d'amore, ma regolano l'applicazione delle leggi nella tutela del più debole, o così dovrebbe essere, e non mi sovviene in mente nessun altro essere umano, che ancora non ha voce, più debole di un bambino. Perdonami, ma la tua analisi è stata un pò superficiale.
p.s.Tra l'altro le "nuove forme d'amore" e le "nuove declinazioni" del concetto di famiglia non dovrebbero prevedere nel loro vocabolario la parola "mortificazione involontaria". Che in una famiglia si facciano delle volontarie rinunce per il bene della famiglia stessa è una cosa, si pensi ai genitori che rinunciano alla palestra per sè per mandare i figli ad una gita, ma far rinunciare a qualcuno qualcosa senza dargli scelta è un'altra. E' un pò come perpetuare la violenza fatta per anni da quella mentalità fascista che voleva la donna semplice parca del focolare domestico dietro la cui filosofia si celava l'assioma " donna schiava zitta e chiava" ( mi si perdoni la volgarità). Una donna a cui veniva magari chiesto, o meglio imposto, il ruolo di mamma e moglie tout court, in cui venivamo mortificati i talenti in visione di una famiglia tradizionalista, in virtù della realizzazione di ciascun componente ( eccetto la donna ovviamente, a meno che non avesse scelto volontariamente il ruolo di moglie e mamma). E le donne hanno combattuto per anni per far riconoscere loro dei diritti inalienabili. Gli stessi diritti che vengono lesi al bambino sottraendogli una delle due figure genitoriali a priori. Il sacrificio in una famiglia deve essere scelto, volontario e non imposto. Al bambino si chiede di sacrificare uno dei due genitori per una loro personale inclinazione che naturalmente non li porterebbe a generare figli. Questa è violenza. Nelle nuove declinazioni della famiglia il concetto di violenza, qualsiasi essa sia, fisica o psicologica, dovrebbe essere abolito, questo non significa però abolire dal principio uno dei due genitori sostituendolo con un ideale, con un credo, con qualsiasi cosa si creda sia in grado di farlo, perchè è una partita persa in partenza per tutti, perchè si sa, quando perde uno in famiglia, perdono tutti. In una vera famiglia.