domenica 7 settembre 2014

Ero massone

La copertina del libro, Croce di legno, Rosario e ferma-soldi
con il simbolo del compasso, G,lettera che indica il grande architetto
dell'universo, stella a 5 punte, foglie di acacia, tutti simboli
della massoneria.
"Ero Massone" di Maurice Caillet, non è solo la storia di una conversione ma è un obbiettivo focalizzato sui meccanismi psicologici invisibili in grado di creare delle catene mentali difficili da slegare, da cui è difficile liberarsi, che caratterizzano certi gruppi chiusi, le sette, i circoli, le varie compagnie che fagocitano la persona trasformandola in burattino. Un pò il percorso inverso della favola di Pinocchio, che da burattino di legno, dopo un cammino che lo vede scontrarsi con i suoi limiti oggettivi, con le sue miserie e le sue paure, diventa uomo. Ma l'uomo se è tale nasce già con una caratteristica imprescindibile ed inalienabile: la libertà. Quella stessa libertà di pensiero, parola, azione che Caillet aveva perso non appena ha tentato di allontanarsi dalla Massoneria, quella stessa libertà oggetto di ricatto morale da parte dei suoi "fratelli" che lo hanno condannato ad una morte civile e sociale non appena ha scelto di dare spazio alla sua fede cattolica. L'incontro con Gesù non solo ha apportato dei significativi cambiamenti materiali e tangibili nella sua vita, ma gli ha restituito quella forza capace di spezzare le catene attraverso cui veniva subdolamente ed artificiosamente orientato, controllato, indirizzato ad agire in virtù di principi che andavano contro l'uomo, contro la vita, a cominciare dagli innumerevoli aborti da lui stesso provocati, essendo medico, che lo avevano anestetizzato, abbagliato da una logica perversa di progresso e di evoluzione. Il messaggio finale che ho potuto recepire è che la libertà se è conquista non è mai vera libertà. Perchè la libertà è il punto di partenza nella vita di un essere umano, non oggetto di ricatto nè punto di arrivo. La libertà non pone condizionamenti: sei libero solo se agisci così, sei libero solo se...L'uomo è libero. Punto. E' anche libero di rendersi schiavo di un sistema ben strutturato capace di annientare la singola coscienza in virtù di una coscienza universale. Il messaggio di Gesù è l'opposto, ossia non può esserci una coscienza universale se prima non si ha ben definita una coscienza individuale. In fondo delle nostre azioni, dei nostri pensieri e dei nostri propositi risponderemo in prima persona quando ci si chiederà il resoconto finale. E lì non ci saranno "fratelli" che tengano. Buona lettura!

venerdì 5 settembre 2014

La libertà del limite.

La vignetta è stata tratta dal Blog: Tersite Paranoia









Parto citando una frase della scrittrice Angela Pellicciari “la negazione del limite e della legge naturale porta inevitabilmente con sé la distruzione di tutto ciò che è umano. " Fonte
a cominciare dal nostro cuore, aggiungerei, per una riflessione che prende forma come un flusso di coscienza, uno spunto per soffermarci sulla parola “limite” e “distruzione”…
Negare il limite non significa superare il limite con le proprie forze. Se si supera e si riesce a scavalcarlo vuol dire che non era un limite, ma una sfida, uno step, un gradino che potevamo benissimo oltrepassare.
Negare il limite significa non riconoscere la nostra umanità, i dolori e le sofferenze che ne sono peculiari, negare il limite vuol dire chiudere gli occhi, eliminare il problema.
Negare il limite significa morire prima che gli occhi si chiudano. Arrendersi in partenza. Attraversare un percorso frustrante e utopistico. Negare il limite vuol dire morire.
Negare il limite vuol dire non riconoscere la propria unicità ed irripetibilità, vuol dire omologazione, conformismo, uguaglianza che è sinonimo di appiattimento.
Negare il limite vuol dire non riconoscere i propri talenti, volerne altri lontani dalla propria indole, inclinazione.
Negare il limite vuol dire non accettarsi.
Negare il limite vuol dire non riconoscersi.
Negare il limite significa sentirsi onnipotenti.
Negare il limite significa non avere regole, non sopportare regole.
Negare il limite significa "ipertrofizzare" l’ego.
Negare il limite significa dare spazio alla paranoia.
Negare il limite significa negare una condizione, quella dell’umanità tutta, che conduce alla morte, negando la quale si nega la vita.
Negare il limite significa che la libertà ed i desideri me li compro con i soldi.
Negare il limite significa delegare alle cose la costruzione della mia felicità.
Negare il limite significa inseguire i miei sogni anche se questo non hanno nessuna attinenza con la realtà.
Tutte le volte che nego il mio limite, i limiti della condizione di essere umano rischio di sbattere la testa contro il muro, allora due sono le cose: o me la rompo, o mi provoca un tale stordimento da ridestare la coscienza ed aprire con coraggio ed audacia gli occhi per affrontare la realtà. Qualsiasi essa sia.
Leggendo La Repubblica di Platone, La città del sole di Campanella, e vedendo i cartoni con i miei figli, come per esempio Peter Pan, mi sovviene che nella mente dell’uomo è possibile costruire Stati perfetti, immaginare ideali di rispetto e amore ineccepibili, vagare con la mente superando i limiti spazio-temporali, ma tutte queste coloratissime sfaccettature di mondi fantastici non hanno avuto e non hanno successo perché pur mettendo l’uomo al centro non partono da esso. E’ un po’ come capita quando sono impegnata nella mia attività di sostegno nella scuola. Se pongo al mio allievo che presenta delle limitazioni intellettive o fisiche gli stessi obiettivi che deve raggiungere l’intera classe composta da persone che quegli stessi problemi non ne hanno, ho perso in partenza. L’obiettivo da raggiungere deve essere tarato sulle proprie potenzialità. Questo in verità, credo sia una cosa che debba essere fatta per tutti.
Ecco, allo stesso modo, sul fronte scientifico, politico, sociale, si dovrebbe partire da quello che si ha, dal “materiale” a disposizione per costruire. Ed invece sembra che anche la legge naturale debba essere superata.
La riflessione è su cosa è umano e su cosa non lo è…io personalmente credo che qualsiasi pensiero di distruzione non sia mai umano…





giovedì 4 settembre 2014

L'Idea Creativa: le collane "favolose"!

Qualche giorno fa mi è capitato di acquistare un braccialetto molto affascinante, sia per la storia che racconta, che per la funzione: ogni grano è messo in fila cronologicamente seguendo il percorso della storia. Il braccialetto in questione è chiamato " La storia più bella del mondo" che narra la storia di Gesù attribuendo ad ogni grano o charm un significato. Così mi è balenata l'idea di costruire una collana che potesse narrare una favola. Una collana che potrebbe avere molteplici funzioni...per esempio, oltre che indossare la propria favola preferita
( sono certa che le bambine ne andrebbero pazze!) potrebbe essere uno strumento-gioco per favorire la memorizzazione delle stesse. Si fornisce un libretto che narra la favola passo per passo, si mettono a disposizione perline, strass, ciondoli, e si monta la collana costruendola sulle tappe della storia che si vuole rappresentare. Un modo per esercitare la memoria legando ad ogni grano un significato, un pò come si fa con la tecnica delle libere associazioni, in modo che la memoria visiva si leghi ad un oggetto concreto che ogni volta che lo si tocca o lo si indica riporta alla mente il significato attribuitogli al momento della costruzione. Oppure potrebbe essere usato dalle mamme e dalle nonne che narrano la fiaba...scorrendo ogni grano non si rischia di dimenticare qualche pezzo, come spesso accade ritrovandosi a raccontare la stessa fiaba con mille sfaccettature diverse! Si attribuiscono anche ai colori innumerevoli significati e può essere anche un buon modo per intrattenere le bambine in un pomeriggio in casa stimolando la loro fantasia. Nulla impedisce poi di inventare storie, dando sfogo alla propria creatività. A me è venuto in mente di creare una collana sulla storia della "Bella Addormentata nel bosco", probabilmente l'ultimo film Disney visto, Maleficent, mi ha fornito spunti per la favola che sto per raccontare....

La Bella Addormentata nel bosco
C'era una volta in un bosco meraviglioso
 ( perla azzurra come il cielo, charm con un uccellino su di un ramo) , un castello magnifico ( perla di legno ) in cui nacque una deliziosa principessa
 ( charm principessa). Il giorno del suo battesimo ( perla bianca) la madrina cattiva
 ( perla nera) ebbe la notizia della sua nascita
 ( charm lettera postale) e così le mandò una maledizione ( perla nera) ossia che allo scoccare ( charm orologio) del sedicesimo compleanno ( sedici perline verdi) la bella principessa si sarebbe punta con un ago
 ( charm macchina da cucire) e sarebbe caduta in un sonno profondo ( perla nera) e purtroppo la profezia si avverò fino a quando non arrivò un bel principe vestito d'azzurro ( perla azzurra) che con un bacio ( perla rossa) risvegliò la principessa, che aperti gli occhi ( rosa bianca) se ne innamorò a tal punto che si sposarono
  ( charm maschio e femmina mano nella mano) e vissero per sempre felici e contenti ( perlina rossa) .

La Bella Addormentata nel Bosco

Biancaneve ed i sette nani

Gli charms utilizzati per la collana "Biancaneve ed i sette nani"
L'orologio del "c'era una volta", la principessa Biancaneve, l'omino cacciatore, la casetta dei nani, la mela, maschietto e femminuccia che si tengono x mano del "E vissero felici e contenti", il cuoricino che torna a battere dopo il bacio del principe Azzurro, e la missiva come notizia che arriva alla regina che Biancaneve è' ancora viva.
Per visualizzare le altre creazioni clicca QUI

sabato 23 agosto 2014

Il mio NO all'aborto!

Aristotele, un filosofo greco (384 a.C. o 383 a.C. – Calcide, 322 a.C) affermava, trovandosi davanti ad un pezzo di legno, che questo potesse essere "in potenza" un tavolo, una sedia, un mestolo , una statuetta...ossia, quel pezzo di legno come proprietà aveva in sè la possibilità di diventare tutte queste cose. Quando ci troviamo dinanzi all'incontro di uno spermatozoo con un ovulo, l'embrione formatosi, ossia la nuova vita che comincia il suo cammino, non può che essere una persona. Il feto non ha possibilità di essere niente altro che essere umano. Non è come il pezzo di legno che può diventare tante cose con l'intervento della mano umana...l'embrione non è un materiale plasmabile, ma è l'inizio di un essere umano, che inizia proprio da quell'incontro inalienabile. Non si è mai sentito che un essere umano si formi già avendo 3 o 30 anni. Tutto inizia da lì. Perciò quando mi si chiede se sono favorevole o contraria all'aborto, rispondo categoricamente che ne sono contraria. Perchè considero che quell'embrione abbia già in sè il diritto alla vita. Non ha potere sulla propria vita come potrebbe averne a 30/40 anni, non ha parola, come potrebbe averne a 3 anni, ma ha una sua completa dignità. E la dignità non dipende dalla qualità della vita che affronterà quando verrà alla luce. Ma la dignità è insita nell'essere umano solo essendone tale. La qualità della vita che si offre ad un bambino, anche malato, non dipende da un difetto del bambino o da un errore della natura, bensì dalla capacità di noi adulti di essere in grado di offrire una degna accoglienza alla vita del piccolo esserino. Quando si decide di eliminarlo mi viene in mente un paragone, ossia, metti una persona senza gambe, cosa le si dice se non si dispongono di sedie a rotelle per aiutarla a camminare? "ammazzati perchè nessuno è in grado di aiutarti?" o forse la risposta migliore sarebbe" non ti preoccupare, ti presto le mie gambe"..."Prestare le gambe" significa mettere a disposizione le proprie risorse, le proprie energie, le proprie capacità perchè la vita di chi ha una qualche menomazione possa essere più semplice, mentre sembra davvero essere molto più semplice eliminare chi può chiedere un nostro impegno, chi ci chiede di morire a noi stessi, chi ci chiede e ci mette dinanzi agli occhi le nostre debolezze, la nostra impotenza, le nostre capacità. Il diritto alla vita non è un nostro diritto affinchè quella nostra vita possa essere eliminata. Non è un nostro diritto a selezionarla quella vita. Chi usa violenza, chi ammazza un feto indifeso, che non può parlare, urlare, gridare, è una persona debole, che ha paura, perchè non crede in se stessa, nel fatto che l'uomo può essere una fonte di inesauribile amore capace di far fronte dignitosamente alla sofferenza, che è parte integrante della vita di ciascuno di noi. Siamo realistici, alzi la mano chi non ha mai sofferto, chi è riuscito davvero ad eludere la sofferenza dalla propria vita. Non esiste nessuno che può sapere cosa ci accadrà tra un istante. Nessuno. E questa impotenza, questo limite spesso spinge le persone a prevaricare chi non può ancora esprimere un proprio giudizio. Personalmente non riuscirei ad accollarmi un peso così grande. Ossia decidere di interrompere una vita in grembo per convinzioni che con il tempo potrebbero rivelarsi errate...Pensate a quella mamma che quel giorno interruppe la gravidanza perchè doveva lavorare, il lavoro veniva prima di tutto...e di lì a un mese lo perse perchè qualcuna l'ha "scavalcata"....il prezzo della vita che ha pagato, non sembra un pò troppo? Oppure pensiamo a quella mamma che, trovandosi in difficoltà economiche ha ucciso nel suo grembo il bimbo che si affacciava alla vita, e che dopo sei mesi ha ereditato quella ingente somma di denaro...qualsiasi vacanza, trucco, casa bella non ha mai potuto sostituire il sacrificio di quella vita il cui valore incommensurabile non potrà mai essere sostituito da "cose"....Ecco ciò che penso sull'aborto, ed il motivo per cui credo sia il più efferato crimine contro l'umanità, perchè non uccide solo un feto, ma uccide anche chi lo uccide.
Una sera seppi di un'amica che aveva deciso di interrompere la vita del bimbo che portava in grembo...a quella vita ho dedicato questi pensieri...
Occhi teneri, occhi dolci, occhi che non vedranno mai la luce
perché altri occhi non vogliono vedere come andrà a finire,
perché altri hanno voluto chiudere i propri occhi per non vederti…
ti hanno già tutti immaginato,
hanno immaginato la tua vita, 
hanno immaginato il tuo dolore, 
hanno immaginato la tua sofferenza,
tutti sanno di te,
pur non sapendo nemmeno loro chi sono e come andrà a finire la loro storia…
Tu che spaventi, 
che sei piccolo appena come un chicco di grano e che hai messo in subbuglio la loro vita,
tu che non avrai modo di dimostrare le tue debolezze, la tua forza, le tue gioie, i tuoi successi e i tuoi fallimenti,
come un faro accendi la luce sulle fragilità loro,
e il tuo potere è molto più forte del loro potere di metterti a tacere ora e sempre…
Tu che sei in quella piccola bolla d’acqua,
il ricordo di te non riuscirà a scivolare così in fretta,
il ricordo di te durerà più di te,che ora, loro dicono,
 non sei nulla,
 non pensi,
 non respiri, 
non hai nemmeno un cuore, 
eppure, li hai messi in fuga, 
eppure li spaventi così tanto che vogliono cancellare la tua immagine prima ancora che si definisca…
A te, piccolo essere indifeso, va stanotte il mio pensiero,
e la mia preghiera perché chi ha avuto il potere di farti sparire
abbia la stessa forza per sopportare la tua assenza…
E tu che leggi, non giudicarmi troppo dura con chi ha sigillato per sempre quegli occhietti, o fallo se solo sai dirmi,con matematica certezza, cosa accadrà domani,dopodomani, e dopodomani ancora…nella tua di vita fino alla fine dei tuoi giorni…

31/01/2011

Le alternative all'aborto ci sono e sono tante, come gli aiuti alle mamme in difficoltà, questa del CAV , Centro Aiuto alla Vita ne è un esempio.

martedì 15 luglio 2014

La paura

Spesso capita che per tenere sotto controllo i capricci dei nostri bambini si utilizzi la paura, si fa leva su un tema che "immobilizza" la psiche di chiunque, figurarsi quella così tenera dei bambini stessi. Di solito l'imperativo è: " se non mangi allora...arriva il lupo, arriva l'uomo nero, non ti faccio uscire, non ti faccio più regali o peggio ancora non ti voglio più bene". Alla base di tutto ciò vi è il ricatto che di per sè non è mai uno strumento positivo, che sia un ricatto materiale, in cui si minaccia al bambino di sottrargli qualcosa, o che sia di natura morale, e quindi si intima al bambino di sottrargli affetto e si prospetta la punizione della solitudine. Il bambino non ha una personalità definita ma è in divenire, per cui se nel processo interviene una pressione psicologica, quale la minaccia, il ricatto, il timore, l'ansia, si rischia di intervenire in un campo minato che può provocare seri danni ad uno sviluppo sereno dell'identità del bambino e del suo rapporto con le figure di riferimento e nelle relazioni future. E' necessaria, quindi, anche un'educazione delle emozioni. Non bisogna permettere che siano emozioni come la paura a controllare i nostri bambini, ma dobbiamo favorire l'autonomia degli stessi attraverso il controllo e la gestione delle proprie emozioni. La paura genera un senso di colpa, per cui si blocca la capacità di reagire positivamente e si rischia di immobilizzare la creatività, l'originalità, e prevale il "non faccio questo perchè ho paura di quest'altro..." Non va bene. Tra l'altro è necessario affrontare temi della paura anche attraverso favole e cartoni animati, si pensi ad esempio alle favole della Disney, come Cenerentola, Biancaneve, La bella addormentata nel bosco e collocare la paura come un'emozione che è naturale provare ma che non ci prevarica in quanto così come si prova così può essere controllata. Alcuni cartoni, penso ad esempio a Monster University,
 lanciano invece messaggi ambigui che sarebbe sempre bene filtrare...Il principio di base da tenere presente è che stiamo educando i nostri figli ad essere persone libere, a scoprire i talenti e i pregi per convogliarli in virtù, qualità da mettere a frutto, per cui bisogna tener presente che, seppure è naturale provare delle emozioni come la paura che tendono a immobilizzare le azioni, l'essere umano ha sempre maggiori strumenti per trasformare un fatto, un difetto, una cosa negativa in positiva. La consapevolezza dei genitori di poter padroneggiare questi strumenti senza farne diventare mezzo di controllo è un buon primo passo per trasferire ai propri figli quella sicurezza necessaria per poter padroneggiare se stessi ed il mondo circostante. 

giovedì 20 settembre 2012

Il linguaggio segreto dell'ipocondria in famiglia.

Capita spesso,  nella maggior parte dei casi ciò accade nelle famiglie numerose, che ad ogni componente della famiglia venga attribuito un aggettivo, un soprannome, un epiteto che lo connoti e che lo "etichetti"...Giuliana è soprannominata "la pazza" perchè da neonata piangeva sempre e mugugnava se non era presa in braccio dai genitori; Marco è soprannominato "il ladruncolo" perchè sottrae a chiunque vede mangiare del cibo, anche al suo cane! Stefano è denominato l'"intellettuale" per la mole di libri che divora anche in vacanza. Una caratteristica, una qualità o un talento che emergono durante la crescita a seconda del peso e del valore che gli si attribuisce dagli altri componenti della famiglia, avranno un'incidenza non da poco nella vita di un bambino/futuro adulto e sulla formazione della propria autostima. Non di meno tutto questo "riconoscere" nell'altro una qualche qualità o un difetto, diventano, con il passare del tempo e delle esperienze condivise, parte di un codice di linguaggio in cui avviene la comunicazione familiare e di conseguenza sociale.
Il caso.
C. è cresciuta in una famiglia di quattro fratelli. La madre ha esercitato su di lei un controllo eccessivo in ogni ambito della sua esistenza, sin da bambina, tanto che per fuggire al disagio provocato dalla madre C. sposa a vent'anni un uomo più grande di lei con un buon lavoro, una sicurezza economica e che ostenta sicurezza e spavalderia. Il marito con il passare del tempo rivela un carattere predominante, tanto che C. matura una forma di depressione cronica che l'accompagna per circa trent'anni a cui attualmente fà fronte con una cura a base di psicofarmaci. Nella famiglia d'origine C. non ha mai avuto la possibilità di esprimersi, nè a parole nè con le azioni. La madre ed il padre hanno sempre deciso per lei, prima il collegio, poi la scuola, poi il lavoro. Non hanno mai prestato ascolto alle sue richieste, esigenze o semplici parole. L'unico modo per sentirsi "presente" per C. era nel momento dell'influenza o quando aveva una qualche malattia. Solo in quel momento le era concesso di prendersi cura di se stessa senza che nessuno pretendesse qualcosa sa lei, una qualche commissione, un aiuto in casa e via dicendo. Il momento della "malattia" risultava un modo per comunicare che lei c'era, esisteva, non era invisibile o trasparente. Dopo il matrimonio C. ha cominciato a prestare sempre più ascolto al suo corpo chiudendosi al mondo esterno. Un qualsiasi malessere sembrava essere sintomo di una malattia più grave, tanto che almeno una volta al mese si faceva portare in Pronto Soccorso, luogo in cui spesso urlava e si risentiva qualora i medici le comunicavano una diagnosi negativa. La "malattia"era diventata il suo tarlo, il suo principale argomento di conversazione tanto da farle imitare i gorgoglìì del suo stomaco o il battito del suo cuore anche in una semplice conversazione con il vicino di casa incontrato per caso. In casa non aveva voce in capitolo. Suo marito è ed era un "tuttofare"e spesso non le risparmiava di umiliarla o denigrarla anche in presenza di estranei. C. manifestava un distacco emotivo davanti ad ogni cosa, persino alla nascita del figlio, ha delegato il ruolo di madre al marito.


Alla luce di questa esperienza e ne potrei citare di simili tantissime altre, emerge che spesso nell'ipocondriaco l'attenzione eccessiva ai segnali del proprio corpo, anche a quelli che non denotano o nascondono alcuna malattia, e manifestarli agli altri sia a parole che con gesti, quali ad esempio correre spesso al Pronto Soccorso o andare sovente dal medico, nasce dall'esigenza di esprimere un vissuto, pensieri, un'essenza che in altro modo non riesce a trovare un canale di espressione. Ascoltarsi diventa un voler sostituire un ascolto non ricevuto da bambini, un voler essere riconosciuto e accudito, un bisogno di amore non soddisfatto. Sarebbe utile, qualora ci si trovasse di fronte ad una persona ipocondriaca, sapere quali sono le abitudini familiari, sapere il ruolo che ricopre in famiglia, se ha un talento ed ha avuto modo di coltivarlo, se viene ascoltata anche se non presenta malesseri fisici. Ognuno di noi si esprime attraverso codici acquisiti in famiglia, a scuola, a lavoro, e il linguaggio che utilizza per farsi ascoltare è quello che è maggiormente recepito da chi ci circonda. Per questo è molto importante ascoltare il bambino e quello che ha da dirci senza arrivare al punto che si esprima solo attraverso capricci o malesseri solo per attirare la nostra attenzione. Quella che può essere una cattiva abitudine inferta da piccoli può diventare una malattia cronica da adulti a cui si pone parzialmente rimedio solo con strumenti quali la psicoterapia o farmaci. Questa riflessione può essere uno stimolo a meditare sull'ascolto che poniamo nei confronti dei nostri figli. Se rivolgiamo loro attenzione solo se accade o fanno qualcosa di eclatante o se siamo in grado di ascoltarli anche attraverso il loro silenzio o i loro ordinari comportamenti.

sabato 15 settembre 2012

Pensieri e carattere.

Ultimamente vedendo il film dedicato a Margaret Thatcher, mi ha colpito una frase che ritengo molto verosimile, ossia la Thatcher riportando un'affermazione della mamma dice: "I pensieri generano parole, le parole generano le azioni, le azioni le abitudini e le abitudini formano il carattere". Ritengo questa frase quando mai vera. Siamo quello che contempliamo, quello che ascoltiamo sin da bambini. Alcuni pensieri si radicano talmente nel nostro inconscio che ne diventano struttura portante, tanto da dimenticarne spesso l'origine ed il contesto in cui si sono generati. E spesso, credendo e dando ascolto a questi pensieri generiamo in automatico delle azioni che sono in grado di plasmare la nostra esperienza. Questa riflessione può esserci utile nel momento in cui si vive un certo tipo di disagio, sociale, relazionale, fobico, ecc. Spesso l'origine di un disagio/disturbo risiede nei pensieri di altri che sono talmente radicati in noi da avere il potere di orientare le nostre azioni. Se ad un bambino, per esempio, si ripetono sempre frasi quali"Prima il dovere, poi il piacere", "Sei stato cattivo perciò non te lo meriti", "Combini continuamente pasticci", "Non sei in grado di portare a termine un compito", queste stesse frasi se reiterate nel tempo possono diventare una convinzione talmente profonda che nell'adulto di domani, senza bisogno che ne nessuno le pronunci, influenzeranno scelte e comportamenti. Arriva sempre un momento, però, in cui c'è una sorta di illuminazione nella vita di un essere umano, un momento in cui è richiesto tanto sforzo di volontà per cercare di estirpare frasi che ledono la propria autostima e ricercarne l'origine può essere un buon inizio per distaccarsene e attribuire una voce a quel giudizio. Prendere le distanze ricordando chi e quando e perchè a quel bambino venivano rivolte certe affermazioni può essere il primo scalino per acquisire consapevolezza della struttura su cui si fonda il proprio carattere e poter fare agire la propria volontà E' bene quindi che davanti ai pensieri che hanno determinato la formazione del proprio carattere, si "frequenti" una palestra per rafforzare la propria volontà. Un esempio per esercitare il potere della volontà da insegnare ad un adolescente( età preziosissima per la formazione del proprio carattere) può essere quello di mettere la sveglia anche nei giorni di vacanza, sempre alla stessa ora e rispettarla nonostante la voglia di rimanere sotto le coperte; assumersi un piccolo impegno quotidiano nelle faccende domestiche, seppur oneroso e fatto"controvoglia", porsi un piccolo obiettivo come per esempio tenere un salvadanaio per un anno intero senza mai toccarlo e costantemente riporci piccoli risparmi; evitare di giocare alla play-station tutte le volte che se ne ha voglia...La volontà diventa così un'arma di disciplina e conoscenza di se stessi, dei propri limiti/debolezze e della propria forza e quindi alimento per la propria autostima.  Una volontà che non è solo desiderio di cambiare ciò che può farci stare male, ma forza da attingere quando pensieri altrui hanno il sopravvento e determinano conflitti interiori e disagi fisici e psichici e quindi chiave di volta per una libertà autentica.